Lo stop di Di Natale

Erano diversi anni che non andavo allo stadio Friuli per una partita dell’Udinese. Forse l’ultima volta era stato in coppa contro l’Ajax, quanti anni? L’ultima volta in uno stadio era invece più recente, due anni fa a Blackburn, per vedere la squadra locale contro i mastodonti del Manchester United. Partita noiosa, zero a zero, in barba alla spettacolarità tanto decantata della Premier League. Eravamo in gita con un folto gruppo di ragazzini under 15, maschi e femmine, calciatori del Mountview FC, periferia multietnica di Dublino. Una ventina di adulti e un centinaio di infanti irlandesi con l’adrenalina in corpo. Distribuiti nelle tribune dello stadio un po’ grigio del Blackburn, i bambini aspettavano un colpo ad effetto di Rooney, il loro idolo, o almeno di Ryan Giggs, l’idolo dei più anziani. Invece la partita offrì solo alcuni movimenti plastici memorabili di Berbatov, un elegante danzatore bulgaro prestato al calcio probabilmente solo da me aprezzato. Elegante, e di classe. Avessi qualche miliardo e una squadra lo ingaggerei subito, anche se ora è vicino ai 35, mi pare. Un paio di giravolte con il pallone ai piedi in cerca di un compagno a cui passare la palla, che non si fa  vedere, poi il nostro irride la balistica provando un tiro impossibile, bello ma impossibile. Il sempre rubizzo Ferguson, l’allenatore, caccia un urlo che non è di complimento, ma chissenefrega. Grazie Berba, fallo ancora per noi, e affanculo il burbero scozzese.

Il pomeriggio a Blackburn, lanci lunghi (tanti) e pedalare (poco) in attesa di un gol che non arrivava mai e non arrivò. Tutta un’altra storia in quel di Udine, domenica pomeriggio.

Ho trovato un biglietto accanto al posto da abbonato del buon Campi, intemerato avvocato-allenatore, fan passionale del calcio latino, non nel senso di Seneca e compagni ma in quello del calcio giocato in Latino America (e pure in Ispagna). Parte alta dei distinti, il miope che in me chiede clemenza, cosa ci fanno quei puntini laggiù, lontano lontano? Sono i calciatori. In attesa dell’inzio della partita scruto l’orizzonte e, nell’apparente difficoltà a individuare i protagonisti dello spettacolo impegnati nel riscaldamento, mi concentro sui cartelloni pubblicitari. Una ditta che vende “materiali edili, isolanti, ferramenta, idraulica, piastrelle, arredamento bagno” ha piazzato uno striscione pubblicitario che copre il perimetro dello stadio intero, e forse più. Forse continua anche fuori, e riveste tutto il territorio, la città, ma che dico, la regione e tutte le sue piccole e grandi provincie. Questo è il Friuli mattone-dipendente. Ognuno ha la pubblicità che si merita.

Ma veniamo alla partita. E’ noiosa per un bel tratto. Eppure finalmente Guidolin si è deciso ad affiancare un attaccante a Di Natale. Questo è un gesto meritorio, un atto di inatteso coraggio, e lo apprezzo. Muriel è un ragazzone che ai più ricorda Ronaldo (quello brasiliano) e infatti parte in quarta come il di lui da giovane, sembra pronto e spaccare tutto e entrare in porta col pallone e due difensori appesi ai parastinchi e i tifosi che lo acclamano. Per tutto il primo tempo però, l’Udinese si muove con il freno a mano tirato, come il plevano di Redenzicco, e Muriel non incide. Unico lampo, una puzione straordinaria di di Natale, uomo delle sorprese pasquali tutto l’anno.

In verità, nel primo tempo, il solo Cassano si ricorda che il biglietto io l’ho pagato, e ho diritto a un po’ di spettacolo. Lode a te Antonio per come sei, anche se invecchiando ti hanno messo il cilicio e non tenti più certi dribbling che ogni bambino calciatore tenta e ama e io ho amato molto, lo ammetto (tentato meno). Il primo tempo scorre così, tra errori da una parte e l’altra e il sole che picchia manco fosse agosto vestito da febbraio. Noto i molti vuoti nello stadio, soprattutto nelle curve. Dove sono finiti i tifosi indefessi? Che fanno a Milano quelli dell’Inter, non organizzano più le trasferte? Dietro a me un vecchio abbonato spiega al suo amico l’arcano: “Qua mica lo riempiono lo stadio nuovo. Trentacinquemila posti sono troppi. Non è più come una volta”. Però lo stadio è sempre lo stadio. A me piace. Mi piace l’idea di trovarmi accanto a migliaia di sconosciuti a guardare i movimenti di ventidue sconosciuti più o meno famosi e urlare le stesse cose ed emozionarsi pure.

Poi arriva Totò. Totò è Di Natale, il nostro campione. Lui gioca diverso da Cassano, e per questo mi piace meno. Però segna. Ed è il capitano della nostra squadra. Il suo stile: rimane in agguato per lunghi tratti, quasi anonimo, una corsetta sull’ala, un passaggio in profonditò, certi urli ai compagni – Aho, guagliò, passam’o pallone – poi improvvisamente illumina lo stadio con un’invenzione. Gol. E’ fatto così, il Totò udinese. Ecco, ha segnato due gol e ha invogliato il nostro ronaldo a farne un terzo. Pessima giornata per l’Inter, ottima per l’Udinese. Ma la sua invenzione più memorabile non è un gol. Il ricordo che mi porterò di questa partita è un altro.

Ad un certo punto, a partita già decisa, qualcuno della difesa udinese dà un calcione alla palla per allontanarla dall’area. Deve essere stato quell’omone di Domizzi o ‘piedi-di-marmo’ Pasquale, perchè il pallone vola in alto come un missile, alto e veloce che pare superare il tetto della tribuna. Poi cade. Scende giù in picchiata che nemmeno lo vedi. Dove finirà? Totò e lì sotto, oddio, vien da pensare, adesso il pallone-missile lo schiaccia. E invece no. Con l’aplomb di un fiorista a passeggio con il cane, il nostro capitano si piazza proprio sotto la direttrice di caduta del pallone-meteroite. Nessuno crede alla possibilità di uno stop. Lui non se ne cura. E’ sciolto, pare annoiato perfino. Allunga il piedino e la palla-meteorite si ferma lì, proprio lì. Silenzio. Applausi. Grazie Totò, non dimenticherò quello stop.

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