Le parole e le cose: piuttosto che

Sono tra quelli, non pochi, credo, che soffrono quando sento utilizzare piuttosto che al posto di o. Non è un problema recente, già nel 2002 l’Accademia della Crusca lamentava la diffusione di questo obbrobrio lessicale soprattutto tra gli operatori dell’informazione.  “Si tratta”, scrivevano gli accademici, “di una voga d’origine settentrionale, sbocciata in un linguaggio certo non popolare e probabilmente venato di snobismo. Era fatale che tra i primi a intercettare golosamente l’infelice novità lessicale fossero i conduttori e i giornalisti televisivi, che insieme ai pubblicitari costituiscono le categorie che da qualche decennio – stante  l’estrema  pervasività e l’infinito potere di suggestione (non solo, si badi, sulle classi culturalmente più deboli) del ‘medium’ per antonomasia – governano l’evolversi dell’italiano di consumo”. Purtroppo, questa moda non è passata ma ha anzi ampliato la sua diffusione. Molte persone, soprattutto quando parlano in pubblico, pensano di “abbellire” il loro linguaggio utilizzando il piuttosto che nella funzione che normalmente compete alla o. Nessuno ambito professionale sembra sfuggire alla moda. Negli ultimi tempi mi è capitato di sentirlo usare: 1) alla presentazione di un volume di antropologia (dall’autrice stessa!); 2) alla radio, in una trasmissione sulla musica da camera; 3) da un politico locale, interpellato sulle sue ultime iniziative; 4) da una promotrice di eventi artistici, elencando alcuni progetti. In questi casi adotto una forma di auto-difesa che consiglio a tutti. Quando sento il piuttosto che utilizzato nel senso di o spengo la comunicazione, mi alzo e me ne vado. E’ una cosa piccola, ma mi fa stare meglio. Provateci.

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3 thoughts on “Le parole e le cose: piuttosto che

  1. Sto leggendo il tuo libro “Patagonia Controvento”.
    Di ritorno dall’aver realizzato il Camino Austral (non in bici purtroppo per il poco tempo a disposizione) è un piacere leggere le tue pagine. I capitoli “L’uomo della Pioggia” e “Quel benemerito soldato” sono i miei preferiti (ma devo ancora proseguire).
    Grazie.
    Mi sono incuriosito e ho provato a digitare sul tuo blog: la prima cosa che mi compare è l’analisi sul “piuttosto che”!
    Grande!
    Sono anni che anch’io combatto questa battaglia nei dialoghi e negli scritti ed è un piacere ritrovare sintonia.
    E’ che l’autodifesa passiva che consigli vale appunto per i mezzi di informazione ma quando sei costretto a seguire un seminario cosa si può fare? Alzare la mano e correggere il relatore di fronte agli altri 100 astanti? La cosa seccante è che la maggior parte della gente non se ne cura e fai la figura del rompip… precisino piuttosto che della persona precisa e generosa nel portare a conoscenza di una stortura del linguaggio.
    (Ho usato bene il “piuttosto che”?)
    A presto e cordialmente,
    Luca

  2. Grazie Luca. In verità la mia “strategia” contro il degrado linguistico pervadente è più una volitiva dichiarazione d’intenti che un precetto comportamentale. Sono ormai così numerose le situazioni in cui le persone usano la lingua alla “viva al parroco” che è molto difficile opporre resistenza attiva. Facciamo quel che si può, anche un’espressione di disgusto può servire. Buona lettura per i rimanenti capitoli di Patagonia C.

    • Completato oggi: complimenti.
      Mi è piaciuto.
      Ogni capitolo ha qualcosa di bello, e scorre bene come un ciclista sospinto dal vento.
      Grazie.
      Venerdì 17 maggio a Pordenone sarò ospite di una libreria specializzata in argomento “viaggio” per provare a raccontare la mia breve (e decisamente soft) esperienza sul Camino Real: raccomanderò la lettura del tuo libro con piacere.
      Ciao,
      Luca

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