Settembre porta sempre qualcosa

Settembre è un mese che porta sempre qualcosa. Non passa mai indistinto. Quest’anno mi ha visto a Manchester a distanza di diciannove anni dalla prima e unica volta che ci ero stato, sempre a settembre (o era fine agosto?). Allora ero ospite di K., una batterista punk di San Francisco che stava facendo un master in matematica. La città era grigia e intorpidita, come avevo immaginato dai dischi dei Joy Division e degli Smiths. Era autunno o gli somigliava molto e si camminò a lungo, senza una chiara meta. Si parlò di gruppi e di dischi, come sempre. Io avevo gusti spesso declinanti al pop, ma non era una novità (non ho mai nascosto il mio amore per i Talk Talk). Vedemmo un film di Pasolini in un cinema d’essai. Affittammo un’auto per raggiungere Leeds, dove un gruppo di suoi amici californiani teneva un concerto del loro primo tour europeo. Su YouTube c’è il video e qualcuno mi ha fatto notare che mi si vede, al minuto 1.03. Sono in seconda fila, basso, con gli occhiali, e sto saltando. Dopo il concerto andammo nel ‘camerino’, una stanza sozza dove negli anni erano state bevute molte, troppe, birre, e sicuramente dei superalcolici. I componenti del gruppo erano allegri, ma niente droghe, poco alcol. Bravi ragazzi. C’era uno spilungone incurvato vestito di nero che mi diede un biglietto da visita. Forse mi aveva scambiato per un parente dei musicisti. C’era scritto New Musical Express, ma forse era solo un free lance ambizioso e un po’ brillo. K. non era una semplice amica dei giovanotti,  era la persona che fino a poco tempo prima gli aveva organizzato i concerti su è giù per la California. Ora avevano un manager e tutto era diverso, o stava cominciando ad esserlo. Purtroppo. Poi rientrammo a Manchester, io molto probabilmente mi addormentai in macchina, come ho sempre fatto, ma per fortuna non guidavo.

Nel 2013 Manchester è estiva e frizzante. C’è sole e tepore, settembre fa di questi regali anche nel nord d’Albione. I bar hanno i tavolini all’esterno. Giovani stilosi ci stanno seduti sorseggiando capuccini. La città è passata da un centro di estetica o dal chirurgo plastico. Per buoni tratti è irriconoscibile. E’ anche colpa dell’IRA, mi hanno spiegato. Nel 1996 i decerebrati bombaroli nordirlandesi piazzarono una bomba nel mezzo della città. Da lì è partita la necessaria (ri)costruzione. La città mi appare sotto diversa luce non solo per il clima e i cambiamenti urbanistici, ma per il fatto che la giro in bicicletta. E’ un altro regalo settembrino. Sono ospite di una famiglia conosciuta in Venezuela e mai più incontrata da allora (era il 2006). Lui è un sindacalista del settore pubblico, lei un’assistente sociale. Nel 2006 viaggiavano con la figlia di dieci anni attraverso il Sud America. Sei mesi alla scoperta di paesi che stavano cercando di praticare qualcosa che si chiama “democrazia”. Bolivia, Equador e infine Venezuela. Ci incontrammo per caso sull’isola di Los Roques, condividemmo alcuni giorni e poi le nostre strade si divisero. Quando ho saputo che sarei andato a Manchester per una conferenza, ho scritto un’email e mi hanno accolto a casa loro. A. mi ha offerto una delle sue due bici, una bici cittadina di cui va molto orgoglioso per via della marca: si chiama Revolution e ha pure una stella rossa in mezzo alla scritta.

Come i lettori di questo blog (e sperabilmente di qualche mio libro) sapranno, avvicinare le città in sella ad una bicicletta è un’esperienza che non ha pari. Le quattro miglia per raggiungere il centro cittadino mi sono sembrate leggere, se non fosse per le gomme gonfiate a mille atmosfere (per evitare forature, mi ha spiegato A., ma la mia schiena non ha capito). Il traffico non troppo invadente, i tassisti non spietatamente aggressivi, un girare abbastanza lieve insomma. Ben diversa l’esperienza londinese. Ma di questo parlerò un’altra volta. Spero (dipende dall’umore).

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