Come (non) spiegare il carro armato a una bimba di due anni e mezzo

Questa è l’era dei P.R., della vendita implacabile di immagini e storie costruite attorno ad esse. Così qualcuno ha pensato di aff(l)iggere l’immagine di un carro armato, accanto a quella di un aereo Spitfire e un di un mezzo militare anfibio nel bel mezzo di una galleria di ‘eccellenze’ di Southampton. Quel che appare è che son tutti, carro armato incluso, prodotti della ‘creatività’ britannica, e nello specifico Solentina (Solent è quella striscia di mare che separa Southampton dall’isola di Wight), piuttosto attiva nelle imprese militari del fu impero. Non la faccio lunga, ma sta il fatto che mia figlia è una bimba curiosa, come tutti i bimbi, credo. Appena ha visto il trattore con le ruote grandi grandi e quella roba lunga davanti che non si sa a cosa serve mi ha chiesto (più un ordine che altro): Prendimi su, papà, il trattore! Voglio vedere! Ma cosa fa il trattore grande? Ma corre? Che grande! Mamma, il trattore grande!

Lo slancio di mia figlia mi ha preso in contropiede. E ora che le dico? Ma che idea è questa di inzaccherare le pareti dell’università di queste nefande invenzioni umane che poi un povero padre inadatto non sa come spiegare a sua figlia che quel trattore grande grande ed effettivamente ‘fantastico’ se uno non ha mai visto nulla di simile serve per UCCIDERE e DISTRUGGERE? Uccidere? Distruggere? Ma che ne sa un bimbo di due anni e mezzo di queste cose? Come gliele spiego? Ok, adesso arriva qualcuno, il solito sapientone che mi segnala il tal libro del pedagogo libertario o della suora afflitta mancata straziata che sa tutto ma proprio tutto su come allevare, oopps crescere, bambini. Ecco, leggi qua, si fa così. E così. Ma quelli sono libri, mia figlia deve sapere ora che quello non è un trattore o una ruspa o una gru (tutte cose da lei molto apprezzate), ma un carro armato e non è né bello né un gioco. No, non è un gioco. Serve per fare la guerra.

Ho cominciato da qui, dalla cosa più difficile, direbbero i manuali di pedagogia.  Vabbè, sono un uomo fallace, condannato all’errore. Dunque, le ho detto così: quello è un carro armato e quel naso lungo è un cannone che butta le bombe. A questa frase l’entusiasmo di mia figlia è decollato. Come pensare il contrario? Un trattore con il naso lungo che serve per lanciare delle cose che si chiamano BOMBE. BOMBE, ma c’è una parola più semplicemente azzeccata per far innamorare della lingua un infante? Pensateci, B O M B A. B  O  M  B  A. Wow. Suona come un suono solo, una canzoncina tutta ritmo. Sì, sì, bomba bomba. Ecco, peggio il rattoppo del buco, direbbe mia nonna Lina fosse ancora da queste parti. Volevo spiegare ad Olivia che quel trattore è una cosa brutta perché butta le bombe e ho invece aperto un’altra falla. Ma c’è un rimedio.

I bimbi hanno molto in comune con i folli, i pazzi, i matti, chiamateli come volete, quelli che allontaniamo da noi perché ci fanno paura con la loro nuda sincerità. I bimbi, come spesso i folli, sono esseri sensibili, i più sensibili che si possono trovare a questo mondo, infatti facciamo di tutto per annichilirli e disciplinarli, prima possibile. Ma la loro sensibilità è uno strumento salvifico per il padre inetto. Notando la mia ansia nel dipingere in tratti negativi il trattore grande grande con quel naso lungo lungo – con quel trattore fanno la guerra, la guerra è una cosa tremeda ecc. – Olivia ha capito che non era una cosa buona, una cosa per bambini. ‘Se vedo un trattore grande io scappo’, ha detto. ‘E’ un carro armato, è brutto’.

 

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La solitudine di Balotelli (e del suo biografo)

Originariamente apparso sul blog di Daniele Barbieri e altri 

MBcoverNel corso degli anni Mauro Valeri ha costruito un prezioso corpus saggistico, a mezza via tra il giornalismo, la storia e la sociologia divulgativa, che non ha riferimenti nel panorama italiano. Con “La razza in campo” (2005) ha puntato l’attenzione sul problema del razzismo nel calcio e sul ruolo dei giocatori neri per cercare di affrontarlo, per far sì che non venga ignorato. Non era un interesse specioso, il suo, come di chi ha individuato un tema originale e vuole crearsi una sua nicchia, ma il frutto di anni di impegno sul campo.

Sociologo, ha insegnato Sociologia delle relazioni etniche alla Sapienza, Valeri negli anni novanta dello scorso secolo ha diretto l’Osservatorio contro la xenofobia ed è stato promotore dell’Osservatorio sul razzismo e antirazzismo nel calcio italiano. Per diversi anni ha stilato un dettagliato elenco degli episodi di razzismo nel calcio professionistico italiano, spesso trovandosi in solitaria opposizione all’ostentata cautela della Figc sulla questione. Il libro era anche il tentativo di dare visibilità a una storia chiacchierata ma poco nota, magari discussa ma quasi sempre malintesa dai mass media. Nel 2010, con “Che razza di tifo”, è ritornato su questi temi, allargando lo sguardo alla presenza nei campionati professionistici italiani di giocatori di origine immigrata, ragazzi nati o cresciuti in Italia da famiglie straniere, le cosiddette seconde generazioni.

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