Giornalismo sportivo…l’ardua sfida della contemporaneità!

Mai come oggi il giornalista sportivo deve confrontarsi con temi apparentemente extra-sportivi. Dalle complesse implicazioni etico-legali del diffuso fenomeno del doping, ai continui scandali delle scommesse, la corruzione del sistema (vedi l’assegnazione della Coppa del mondo di calcio maschile al Qatar), il razzismo fuori e dentro gli stadi. Le occasioni per far notare quanto capiscono della realtà che si cela oltre il flebile confine del loro piccolo grande mondo sono innumerevoli. Eppure pochi fanno lo sforzo di documentarsi, di informarsi, oltre le classifiche, le storie dei record, delle “imprese” sportive (che poi molti professionisti conoscono poco anche quelle).  Il giornalista sportivo vive per definizione in un mondo parallelo.

Purtroppo per lui o lei, il ruolo che lo sport ha assunto nell’immaginario collettivo e nei sistemi economici non ammette più, se mai ha ammesso, di queste visioni fantasmatiche. Oggi è proprio il giornalista/commentatore sportivo a trovarsi in prima fila, sul punto del palco più visibile, quando questioni storiche e politiche sensibili vengono “spese”, gettate e masticate, nella comunicazione di massa. Prendiamo per esempio  la questione della nazionalità, del senso di appartenenza nazionale e dei diritti di cittadinanza, dei giovani di origine immigrata. Lo sport, e in particolare il calcio, offrono continui spunti di riflessione, a chi li voglia cogliere. Le nazionali di molti paesi europei sono l’espressione più marcata delle diversità razziali e culturali che animano le società. Per parlare di questo, anche solo per intervistare un calciatore o commentare una partita, il giornalista dovrebbe sforzarsi di capire cosa succede nella società. Per esempio, come si diventa cittadini italiani?

A sentire il noto giornalista Ivan Zazzaroni si è italiani se si nasce in Italia. Questo, specifica il sempre eccitato portatore di zazzera bionda, perché in Italia è in vigore lo ‘jus soli’. Ora, non serve una laurea in scienze politiche per sapere che in Italia lo jus soli non è applicato e che nascere in questo paese non serve a nulla in termini di acquisizione rapida di cittadinanza se i tuoi genitori sono stranieri…Per sapere questo basterebbe guardarsi intorno, leggere ogni tanto i giornali, informarsi su quello che accade attorno a noi, insomma. E invece. Probabilmente questo non fa parte dei compiti o degli hobby del giornalista sportivo popolare.

Il prode Zazzaroni, ci segnala orgogliosa La Repubblica, ha intervistato per una radio del gruppo Espresso/La Repubblica il centravanti della Sampdoria e della nazionale Stefano Okaka. Nell’introdurre il calciatore, nato in Umbria da genitori immigrati dalla Nigeria, Zazzaroni inanella con grande slancio una serie di cantonate madornali. Il povero Okaka, chiamato sistematicamente “Stefan” (!?), sentendosi dire che è italiano perché è nato in Italia – Zazzaroni: “tu sei un italiano vero, sei nato in Italia, no? … in un certo modo jus soli” – (in verità ha acquisito la cittadinanza dai genitori quando essi l’hanno ottenuta, passati dieci anni di residenza nel paese), lascia passare, chissà quante ne ha sentite nel corso della sua vita.

Gli viene poi chiesto cosa ne pensa degli oriundi e se la cava con una risposta elegante, di semplice senso comune o buon senso, a seconda delle interpretazioni. Forse, dice Okaka, invece di utilizzare giocatori che nascono e crescono in un altro paese e per varie ragioni e vie (spesso losche) ottengono la cittadinanza italiana senza avere un rapporto con questo paese, sarebbe meglio rivolgere l’attenzione a quelli che in Italia nascono e crescono (e qui il riferimento è ai molti figli di immigrati costretti a vivere in un limbo fino al compimento dei diciotto anni o oltre). Apriti cielo. Per Zazzaroni (e i sodali della Repubblica) quella è la notizia! Okaka non vuole gli oriundi. Ecco un bel titolo per accalappiare gli stolti e far capire che, partito Balotelli, l’informazione italiana è pronta a far polpette di un altro nero italiano.

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