Compiti a casa

Una mia studentessa mi propone come argomento per una tesina i compiti per casa nella prima infanzia. Ora, la prima infanzia è, generalmente, quella fase dell’infanzia che va dai 2 ai 6 anni (spesso si intende dai 3 ai 5). La mia studentessa è una educatrice, brava e diligente negli studi, quindi prendo con fiduciosa cautela quello che mi dice. Per di più che nella precedente tesina aveva condotto un censimento della letteratura sul contributo dei familiari nei compiti a casa e qualcosa ha dimostrato di saperne. In questo paese l’obbligo scolastico comincia a cinque anni ma l’irregimentazione infantile è prassi da ben prima. Tutto un prontuario di regolette, premi, adesivi (sticker!) per esaltare il più ubbidiente mirano a trasformare il bambino in un oggettino disciplinato e, portate pazienza, in un adulto dormiente. Però i compiti a casa. Sarà possibile? Mi è forse sfuggito qualcosa? Chiedo alla studentessa se è possibile che a bambini di 4/5 anni vengano affibbiati dei compiti per casa. Aggiungo anche, in confidenza, che mi parrebbe una cosa eccessiva e che i bambini a quell’età dovrebbero solo pensare a giocare giocare giocare. Per i compiti c’è sempre tempo. La sua candida risposta mi spiazza e, al contempo, mi conferma l’inamovibile struttura di classe della società britannica. Mi dice che lei è assolutamente d’accordo con me ma lavora in una scuola situata in una zona molto ricca (a very affluent area) dove i genitori hanno aspettative estremamente alte (extremely high) e per questo fanno continue richieste ai docenti di sostenere l’apprendimento dei loro piccoli anche quando non sono a scuola. Insomma, dategli dei compiti per casa che vogliamo che imparino ‘tutto’ prima possibile. Bravi. Viva la società competitiva. Nel frattempo le affollate scuole pubbliche faticano a seguire i bambini affidatigli e molti stranieri si rivolgono alle scuole cattoliche, private ma meno costose, per un’auspicata ma irrealizzabile ‘via di mezzo’.

Meno male che esiste l’home schooling.

La sfuggevole stanzialità del viaggiatore

Ogni tanto mi capita di incontrare delle persone che hanno letto il mio libro patagonico e mi chiedono se ho altri viaggi in programma (intendono viaggi di quel tipo). Sono anche interessate a sapere se sto scrivendo un nuovo libro (di quel tipo). In questi casi mi vien da pensare che Patagonia controvento sia il mio libro più noto, o quello che più ha colpito il pubblico dei lettori. Eppure, spesso, anche chi lo ha letto non sa della pubblicazione, per lo stesso editore, di La bici sopra Berlino. Gliene faccio cenno ma mi guardano un po’ sorpresi. Cosa c’entra Berlino con la Patagonia? Cosa c’è di esotico e misterioso in una città, per di più una capitale europea? Me lo chiedo anche io. In effetti, non so spiegare a queste persone e forse nemmeno a me stesso perché un libro ha seguito l’altro e, soprattutto, perché dopo il viaggio in Patagonia non ne abbia più fatto uno simile o perlomeno qualcosa che gli si avvicinasse un po’. A dire il vero, dopo Berlino non ho più pensato ad un nuovo libro “di viaggio”. Devo guardare la realtà negli occhi: i miei interessi sono disparati e spesso in competizione l’uno con l’altro. Mi complico la vita da solo, ma lo fanno un po’ tutti, no?   Continua a leggere

L’inclassificabile necessità delle tende

Dovrei smettere di chiedermi perché la stragrande maggioranza delle case di questa via appare con le tende sempre serrate. Ma insomma, avete la fortuna di possedere finestre belle spaziose che possono accogliere sole e ancora sole e vi escludete dalla luce e dal calore del cielo, perché lo fate? Le nostre finestre e quelle dei vicini portoghesi sono bellamente libere da aggeggi frangisole, almeno durante il giorno, ma per trovarne altre aperte bisogna fare un bel giro nel quartiere. Si troveranno alcune, pochissime, bow windows sgombre da tende e la sensazione che se ne trae è di rassicurante socialità domestica. E’ un impulso a credere nell’altro non come ‘Altro’, ma come parte della stessa macilenta maltrattata malintesa navicella che ormai è questo pianeta (finché resiste). Le molte, troppe, tende serrate dicono qualcosa sulle forme della socialità in questo paese. E traversano, apparentemente, classi sociali e distinzioni etniche.

Le tende, questo elemento necessario. Scorrendo i materiali del mio corso in studi sull’infanzia e la gioventù ho trovato altri spunti su cui riflettere. Uno studio longitudinale sulla povertà nel Regno Unito rivela che fra le componenti ritenute basiche per chiamare un luogo ‘casa’ vi sono: lavatrice, telefono, tende o imposte, tavolo e sedie, televisore ed potersi permettere di riparare o sostituire gli elettrodomestici. Questo studio è del 2012 e le precedenti edizioni  del 1999 e del 1983 includono altri componenti della casa essenziale, ma assieme a tavolo e sedie le tende e le imposte sono sempre lì a significare la loro imprescindibilità. Lo studio dice altre cose interessanti per comprendere il ‘benessere’ di questo paese. Per esempio, dagli anni ottanta la povertà è cresciuta, si è estesa ed aggravata. Nel 1983 la percentuale di coloro che non potevano permettersi almeno tre delle necessità domestiche era il 14 per cento. Nel 2012 è del 33 per cento. Nel 1999 la percentuale di coloro che non potevano permettersi di riparare o sostituire un elettrodomestico era del 12 per cento, nel 2012 è passata al 26 per cento.

Sono numeri, e servono a capire, o almeno a darci l’illusione di capire. Di certo, quello che distingue l’esistenza nel mondo del pensiero unico, che avvolge tutto e tutti nel credo del mercato e della socializzazione del profitto, è l’avere. Nell’era di Cameroon e Tonnny Blair il profitto è il credo e chi non si adatta è fritto. Sei ciò che hai e che puoi (di)mostrare di avere. Vale per gli adolescenti spinti al furto di scarpe da ginnastica (oops sneakers alias runners alias ecc.) o di telefoni cellulari per essere notati o semplicemente accettati. Vale per gli adulti, le famiglie e individui soli, categorizzati in base a quello che posseggono.

E le tende? Quelle servono a nascondere le assenze. Non puoi mostrarti allo sguardo dell’altro perché non è accettabile la mancanza. Essere senza avere non è (più) essere. Oplà.