La sfuggevole stanzialità del viaggiatore

Ogni tanto mi capita di incontrare delle persone che hanno letto il mio libro patagonico e mi chiedono se ho altri viaggi in programma (intendono viaggi di quel tipo). Sono anche interessate a sapere se sto scrivendo un nuovo libro (di quel tipo). In questi casi mi vien da pensare che Patagonia controvento sia il mio libro più noto, o quello che più ha colpito il pubblico dei lettori. Eppure, spesso, anche chi lo ha letto non sa della pubblicazione, per lo stesso editore, di La bici sopra Berlino. Gliene faccio cenno ma mi guardano un po’ sorpresi. Cosa c’entra Berlino con la Patagonia? Cosa c’è di esotico e misterioso in una città, per di più una capitale europea? Me lo chiedo anche io. In effetti, non so spiegare a queste persone e forse nemmeno a me stesso perché un libro ha seguito l’altro e, soprattutto, perché dopo il viaggio in Patagonia non ne abbia più fatto uno simile o perlomeno qualcosa che gli si avvicinasse un po’. A dire il vero, dopo Berlino non ho più pensato ad un nuovo libro “di viaggio”. Devo guardare la realtà negli occhi: i miei interessi sono disparati e spesso in competizione l’uno con l’altro. Mi complico la vita da solo, ma lo fanno un po’ tutti, no?  

Però, la ragione per cui non ho dato seguito alla mia passione ciclo-viaggiatrice e scritto altri libri sulla scia di Patagonia controvento è forse un’altra. Negli ultimi dieci anni ho vissuto quasi sempre in movimento. Ho provato a tenere conto della case cambiate in cinque paesi diversi. Sono dodici, limitando il conteggio solo a quelle per cui abbiamo pagato un affitto e non i brevi periodi passati ospiti di qualcuno. Dodici case in cinque paesi diversi, sempre sapendo che non sarebbe durata a lungo perché le occupazioni non duravano a lungo. La casa in cui io e Bibi siamo vissuti di più è stata la seconda a Dublino, meno di due anni.

Ogni casa è un nuovo viaggio. Per quanto ristretti possano essere gli spazi, ci vuole del tempo per prenderne le misure, definire il nostro posto al loro interno, intuire quali saranno i centimetri più preziosi e quelli più superflui. In quell’angolo vicino alla finestra potrei sostare al mattino mentre mangio il mio yogurt col muesli e osservo il mondo di fuori. Quella porta mezza aperta dice qualcosa a me conosciuto, mi ricorda la casa della nonna Lina, la stanza mezza vuota dove chissà perché era finito un polveroso telaio di bici. Per quanto piccolo, ogni nuovo spazio domestico contiene una storia che ci appartiene, non solo perché ci abitiamo ma perché quella storia sorge dalla nostra immaginazione, germinata dalla memoria di spazi domestici che appartengono al nostro passato.

Certo, superata una certa soglia di traslochi emerge una sottile abitudine allo spaesamento. In fondo, le case, gli appartamenti, perché è di quello che parliamo, si somigliano tutti. C’è uno spazio per cucinare e mangiare, uno per dormire, e sperabilmente uno per scrivere e ‘distrarsi’. Spesso, è il caso delle piccole e costose case dublinesi, non c’è uno spazio dedicato allo scrivere/distrarsi e per queste attività ci si deve adattare agli spazi adibiti all’alimentazione e al sonno. La bici sopra Berlino è stato scritto nella camera da letto, su di un tavolo così piccolo che ci stava giusto il laptop, un plico di fogli A4 e un libro. Ma questo è un altro problema, diverso da quello su cui mi stavo arrovellando. Il tema del mio ragionare era il viaggio e la sua “inutilità” per chi non riesce a costruirsi una stanzialità.

Prima del temporaneo rientro in Italia, ho passato gli ultimi tre anni in una costante esplorazione delle periferie dublinesi. In bicicletta o in autobus (raramente nell’auto di qualcuno) ho visitato quartieri e caseggiati, il più delle volte al seguito di una squadra giovanile di calcio che vi si recava per una partita. Ogni visita ad un nuovo campo era un piccolo viaggio. Tanti piccoli viaggi ne fanno uno grande, o no? Ma anche se così non fosse, il frequente cambio di riferimenti domestici, il non avere il tempo di abituarsi ad una strada attraversandola giorno dopo giorno per mesi ed anni, induce uno stato di rassegnazione da viaggio. Non c’è lo stimolo a lasciare un luogo per vederne degli altri sconosciuti perché non si ha (trovato) un luogo da lasciare e in cui ritornare.

Ecco quel luogo è di là da venire, almeno per me. Ciò significa che nuovi viaggi saranno effetto del peregrinare indotto dalla ricerca di una stabilità economica ed esistenziale.

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