La storia di Kelly Maloney, manager di boxe

Sabato scorso, 23 maggio, una modesta palestra di Glasgow ha ospitato il primo combattimento da professionista di un pugile di 23 anni, Tony Jones. Jones ha battuto un veterano della sua categoria, i welter, e ora punta a conquistare il titolo britannico. La notizia non è molto significativa sul piano sportivo. Più interessante del debutto del ragazzo è il ritorno nel mondo della boxe dell’organizzatore dell’evento. Il promoter della serata, e agente del pugile, è una signora di 61 anni, sposata con due figli, che da trent’anni lavora nella boxe, e con un certo successo. Alcuni anni fa Maloney portò il pugile britannico Lennox Lewis alla conquista del titolo mondiale dei pesi massimi. Anche per questo è considerata una delle figure più influenti nella boxe britannica. Ciononostante, è rimasta fuori dal giro per un paio d’anni. Sabato sera a Glasgow c’erano molte telecamere, reti televisive anche dagli Stati Uniti, ed erano tutte lì per lei, non per il suo giovane pugile. La ragione di questo interesse è che Kelly Maloney fino a due anni fa si chiamava Frank ed era un uomo. Quello di sabato era il primo evento pugilistico che organizzava da quando, alcuni mesi fa, ha cambiato legalmente sesso ed è stata riconosciuta come donna.  Continua a leggere

Sorprese di primavera

2015-05-12 17.51.31Qualcuno nei dintorni di casa mia sta traslocando e ha pensato bene di donare i libri di cui (ahilui o ahilei) non ha più bisogno. Un tuffo al cuore mi ha colto alla vista di questo volume in ottime condizioni, che sembrava attendere l’opportunità per unirsi alla mia libreria transeunte in terra d’Albione. Billy Childish, chi l’avrebbe mai detto.

Il moderno sfruttamento salariale in chiave tecnologica

Alcuni giorni fa sono saltato sulla sedia leggendo un piccolo articolo di Repubblica.it che trasudava bugia fin dal titolo: ‘Il lavoro Usa centra le attese: creati 223mila posti ad aprile’. Da espatriato o emigrato che dir si voglia, anche se i termini non sono equivalenti, mi piace tenermi informato su quello che succede nel paese che mi ha cresciuto e aiutato a diventare quello che sono. Spesso, però, leggendo le notizie da una prospettiva rifratta dalla distanza, ne traggo sensazioni discordanti.In questo caso, non ho potuto fare a meno di pensare all’articolista che ha compilato l’articolo e possibilmente scritto anche il titolo. Si è chiesto cosa significa “posto di lavoro” oggi negli USA e in altri paesi di capitalismo rampante come la Gran Bretagna? Si è chiesto il significato di ‘lavoro’ in una società di quel tipo? Che messaggio vuole trasmettere (beh, questo è piuttosto esplicito e Hollywood non potrebbe far di meglio, di questi tempi)?

Se si fosse posto queste domande forse non avrebbe scritto quel titolo e avrebbe mantenuto un tono più cauto scrivendolo. Qualcuno dirà: è Repubblica, mica il Manifesto. Io risponderei: hai ragione, ma le notizie sono notizie e una delle regole basi del giornalismo è cercare di capirle e spiegarle, poi possono cambiare le prospettive, il taglio ecc. Questo articolo non solo non spiega nulla, ma crea più confusione di quella che la notizia stessa, diffusa dal Dipartimento di Stato USA, ambisce a creare. Continua a leggere