La storia di Kelly Maloney, manager di boxe

Sabato scorso, 23 maggio, una modesta palestra di Glasgow ha ospitato il primo combattimento da professionista di un pugile di 23 anni, Tony Jones. Jones ha battuto un veterano della sua categoria, i welter, e ora punta a conquistare il titolo britannico. La notizia non è molto significativa sul piano sportivo. Più interessante del debutto del ragazzo è il ritorno nel mondo della boxe dell’organizzatore dell’evento. Il promoter della serata, e agente del pugile, è una signora di 61 anni, sposata con due figli, che da trent’anni lavora nella boxe, e con un certo successo. Alcuni anni fa Maloney portò il pugile britannico Lennox Lewis alla conquista del titolo mondiale dei pesi massimi. Anche per questo è considerata una delle figure più influenti nella boxe britannica. Ciononostante, è rimasta fuori dal giro per un paio d’anni. Sabato sera a Glasgow c’erano molte telecamere, reti televisive anche dagli Stati Uniti, ed erano tutte lì per lei, non per il suo giovane pugile. La ragione di questo interesse è che Kelly Maloney fino a due anni fa si chiamava Frank ed era un uomo. Quello di sabato era il primo evento pugilistico che organizzava da quando, alcuni mesi fa, ha cambiato legalmente sesso ed è stata riconosciuta come donna. 

La sua è una storia certamente straordinaria, ma ancor più straordinario è il fatto che il mondo della boxe non si sia dimenticato di lei, ma che al contrario l’abbia cercata e ri-accolta. In fondo, è il comune pensare, il pugilato è lo sport “maschile” per eccellenza. E’ violento, non c’è dubbio, e cosa c’è di più “virile” di prendere a cazzotti qualcuno? Viene quindi da credere che un ambiente simile sia il meno permeabile a tematiche quali il trasngenderismo, l’omosessualità, la diversità sessuale. Eppure non è così. “Il sostegno della boxe, ai livelli bassi, è stato fantastico”, ha dichiarato alla BBC. “La cosa mi ha sorpreso, devo essere onesta. E’ stata una cosa travolgente”. Maloney ha raccontato che dopo il cambio di sesso, vissuto in privato con il sostegno della sua famiglia, non era certa di poter riprendere quello che era stato il suo lavoro, e una grande passione, per tanti anni. Poi un ragazzo di 23 anni, un pugile dilettante con ambizioni di grandeur, bussò alla sua porta, letteralmente. “Questo ragazzo mi venne a cercare e mi chiese di aiutarlo. Una parte del vero me è che amo la boxe, volevo avere un’altra opportunità. Mi sento come se fossi rinata, è come avere una seconda opportunità di vivere”.

E’ possibile, e auspicabile, che passata la curiosità iniziale i media si dimentichino della storia personale Maloney e ritornino ad occuparsi dei suoi pugili, e che la trattino come prima, un abile organizzatore di boxe. Non posso fare a meno di riflettere sul ruolo che lo sport ha nel riprodurre e spesso rafforzare stereotipi e pregiudizi diffusi nella società. Per la sua enorme presa mediatica e il ruolo che riveste nella cultura popolare, lo sport, intendendo qui soprattutto quello professionistico altamente spettacolarizzato, può agire da diffusore di messaggi altri, positivi, che la società in generale non ha ancora fatto suoi, non ha ancora metabolizzato. In questo senso la boxe è pura avanguardia rispetto al calcio e ad altri sport popolari. Purtroppo è soprattutto il calcio, lo sport globale per eccellenza, a funzionare più da ricettacolo e ri-produttore di pregiudizi e discriminazioni che da diffusore di messaggi positivi. Basti ricordare le parole del presidente della Lega Calcio Dilettanti della FIGC rispetto alle donne nel calcio, definite in un incontro ufficiale come “quattro lesbiche”.

Provate ora ad immaginare se Marcello Lippi decidesse di cambiare sesso e ritornare al calcio da donna. Vi pare possibile? Va bene, il ruolo del manager di pugili non è lo stesso dell’allenatore di calcio, ma non è nemmeno semplicemente quello dell’agente dei calciatori o del presidente di una squadra. Basti pensare alla notorietà di Don King, il manager che ha seguito i più grandi campioni della boxe made in USA, tra cui Mohammed Ali e George Foreman. Insomma, l’appassionato di sport o il semplice curioso, può immaginare l’impatto che avrebbe il cambio di sesso di una figura celebre ed influente, come appunto quella dell’allenatore?

In verità, l’omosessualità (e la diversità sessuale in senso lato) è il più grande tabù del calcio. Non c’è nel calcio nessuno come Orlando Cruz, il pugile portoricano che ha dichiarato la sua omosessualità nel bel mezzo della carriera e si è fatto portabandiera dei diritti dei gay nello sport. Se il coming out capita nel calcio, come è successo di recente con l’ex nazionale tedesco Thomas Hitzelsperger, la tempistica è calibrata per cadere alla fine della carriera, lontano dagli spogliatoi e dagli occhi dei media e delle istituzioni sportive. In generale, il calcio rimane un’enorme palco per espressioni di odio per l’altro, identificato, se va bene, come il tifoso di un’altra squadra, ma di frequente semplicemente come il membro di una minoranza, o di chi è identificato come “diverso”, il nero, l’immigrato, l’omosessuale. Il razzismo e l’omofobia nel calcio sono problemi lontani dall’essere risolti e anche se alcuni paesi possono vantare di averne ridotto l’impatto nei campionati principali, poco si sa e ci si interessa di quanto capita a livello dilettantistico e nel calcio giovanile. Le culture sportive, in particolare quella del calcio, devono cambiare, e cambiare dal basso.

Ecco allora che storie come quelle di Kelly Maloney, manager di pugilato, incoraggiano a credere in uno sport meno “barbaro”. E’ significativo che tale messaggio arrivi dallo sport “barbaro” per antonomasia.

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