Il tassista solitario e il Ramadan

All’uscita dalla stazione dei treni di Southampton abbiamo trovato il piazzale vuoto. Non c’era alcun taxi, dove di solito ce n’è una fila piuttosto lunga. In compenso, sotto la pensilina alcune persone attendevano con aria spaesata. ‘C’è uno sciopero?’, ho chiesto a una signora attempata vestita da signora attempata. ‘Non credo, ma è strano, di solito è pieno di taxi’, mi ha risposto. ‘Dove sono allora tutti i tassisti?’, ho rilanciato. ‘Non lo so’. Dopo qualche attimo ecco arrivare un tassista solitario che raccoglie il primo viaggiatore in attesa. Alcuni minuti ed eccone un altro. Passiamo circa venti minuti nel clima autunnale di luglio, riparandoci sotto la tettoia, e infine arriva anche il nostro turno. ‘Dove sono tutti i taxi?’, chiedo allora al tassista dopo avergli indicato la nostra destinazione. ‘Ramadan’, è la secca risposta. Credo di non aver capito bene e gli chiedo di ripetere. ‘Ramadan. Solo noi inglesi siamo in servizio a quest’ora’. In effetti era praticamente il tramonto, anche se mia figlia insiste a dire che se non è buio non è sera e ha ragione anche lei perché alle nove e mezza nel nord Europa fa ancora giorno. Sia quel che sia, non c’erano taxi e questo per la semplice ragione che i tassisti erano impegnati con l’iftar, il pasto di fine giornata durante il mese sacro del Ramadan.

In effetti, questa era forse solo la seconda volta che il tassista di cui mi servivo era un bianco britannico, tutte le altre volte si trattava di un uomo dai tratti arabi o asiatici. In buon numero sono i tassisti somali, componenti di un’emigrazione piuttosto recente avvenuta negli ultimi dieci-quindici anni, e lo so perché uno di essi si è rivolto in un italiano più che comprensibile dopo avermi chiesto da dove venivo. Io sono di regola reticente a chiedere alle persone da dove provengono, perché non mi pare una domanda opportuna, ma se me lo chiedono magari rivolgo loro la stessa domanda, giusto per senso di equità.

L’assenza di tassisti all’ora del tramonto fuori dalla stazione dei treni mi ha fatto riflettere su varie cose. Per esempio sulle campagne dell’Ukip (United Kingdom Indipendent Party) e di altri partitucoli simili tipo la Lega Nord, sugli immigrati che ‘rubano’ il lavoro agli autoctoni. E’ un refrain, uno slogan carsico che riemerge ogniqualvolta un partito o un leader vogliono fare scorta di voti sulla pelle delle persone, delle persone ‘straniere’, va da sé. Ma cosa vuol dire rubare il lavoro? Essere disposti a farlo a meno soldi? Ma che discorso è questo se gli ‘autoctoni’ sono i primi a tirarsi fuori dalle lotte sindacali per conquistarsi una piccola fetta di consumismo tossico travestito da benessere. E questo avviene in ogni settore lavorativo, ormai. No, quello del lavoro rubato non sta in piedi. Il lavoro di tassista non è una passeggiata e lo fa chi ha lo stomaco e la tenacia per farlo. La fame, la voglia di migliorarsi e di fare qualcosa per sé e le famiglie è la spinta essenziale di questi tassisti ‘stranieri’.

La seconda riflessione stimolata dall’assenza di tassisti è il riferimento a ‘noi inglesi’ del tassista che ci ha raccolto. Siamo messi bene, mi son detto, se dopo sessant’anni di società multietnica qualcuno sente come ovvio il fatto che essere bianco significa automaticamente essere inglese. Magari un buon numero di tassisti di colore è nato e cresciuto in questo paese e si tratta di cittadini britannici come il tassista solitario all’orario dell’iftar. Britannici. Ma inglesi? Circa trent’anni fa Paul Gilroy pubblicava un libro intitolata ‘Non c’è il nero nella Union Jack’ (la Union Jack è la bandiera britannica). Da allora la popolazione di origine immigrata è cresciuta di numero e altre generazioni sono seguite alle prime, di giovani che si sentono a pieno diritto britannici, anche se caraibici o indiani di origine. Alcuni hanno cominciato ad affermare la loro ‘inglesità’, e la nazionale di calcio è stato il terreno più visibile e potente dove portare all’attenzione questa comprensibile verità. Eppure no. Il successo dell’UKIP è stato ridimensionato dalle urne ma rimane solido nella penetrazione culturale attuate negli ultimi anni, una penetrazione culturale che ha influenzato anche Labour e, ovviamente, i Tories. Inglese è diverso da britannico anche se per secoli i colonizzatori hanno scientemente mescolato le carte a seconda della convenienza del momento. Nella percezione popolare, invece, quella del tassista solitario all’ora del tramonto, esiste un inglese ed un inglese solo, ed è non-musulmano e bianco. In barba al multiculturalismo e alle identità liquide.

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