Il senso del lavoro

Qualche tempo fa ho visto un film di Elio Petri che, colpevolmente, non avevo visto prima. ‘I giorni contati’, uscito nel 1962, è il secondo film diretto dal regista romano che negli anni si farà un nome con film di impronta politica come ‘La classe operaia va in paradiso’ e quello che è considerato dai più il suo capolavoro, ‘Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto’. ‘I giorni contati’ non è un film di taglio politico, se per politica si vuole intendere la presa di posizione nel dibattito contemporaneo. E’ un film esistenzialista come possono esserlo i primi film di Wim Wenders, dove il protagonista si pone delle domande su stesso, sul senso della sua vita e su quella dei suoi simili.

Al centro del film è la storia di un uomo di mezza età che, da un giorno all’altro, lascia il lavoro di idraulico nella Roma dei primi anni sessanta e cerca di immaginare come è la vita al di fuori dal lavoro. Quante cose mi sono perso? Quante cose si possono fare? E’ un film semplice nella struttura, e nella semplicità risiede la sua forza. Forse toccando un tasto sensibile, in tempi di esistenze disoccupate e precarizzazione pervadente, mi ha fatto riflettere sul senso del lavoro. Tra qualche anno, mi vien da pensare, la maggioranza delle persone che vivono nell’Occidente ossessionato dai tagli alla spesa pubblica e dalla ‘crescita’ si troverà a riflettere che, sì, esisteva un tempo in cui le vite erano definite dal lavoro. Già oggi questo è un privilegio riservato a una minoranza. Molti che un lavoro ce l’hanno non sanno per quanto a lungo potranno avercelo. Altri che godono di maggiore stabilità occupazionale spesso fanno qualcosa che non gli piace, un’occupazione di ripiego.

Chissà cosa penserebbe il genero di Karl Marx, quel Paul Lafargue che scrisse sul finire dell’800 ‘L’elogio alla pigrizia’. In quel pamphlet denunciava, sul filo dell’ironia, la passione per il lavoro che incombeva sulla società del tempo. Giustamente faceva notare che l’introduzione delle macchine in fabbrica non aveva ridotto il tempo lavorativo dell’operaio. Sì, nel 1850 era stata introdotta la mezza giornata lavorativa del sabato, ma a fine secolo gli operai inglesi lavoravano ancora circa 60 ore a settimana e venivano anche indotti ad amare il loro lavoro. In fondo, la loro identità di proletari dipendeva da questo.

Lo strale di Lafargue trovò eco alcuni decenni dopo in uno scritto di Bertrand Russell. Da una posizione distinta da quella di Lafargue, Russell non era marxista, il filosofo inglese propugnava una giornata lavorativa di quattro ore. Il resto del tempo dove a essere dedicato a socializzare. L’idea aveva i suoi meriti, ma non teneva conto degli ingranaggi del sistema economico. A chi spetta decidere quante ore lavorare? E che rapporto tenere con l’occupazione che ci dà da vivere? Sono domande che, purtroppo, è difficile porsi oggi. Porsele è un lusso che non ci possiamo più permettere. Le grandi aziende multinazionali e le organizzazioni transnazionali come il Fondo Monetario Internazionale dettano le regole del gioco, e i governi, troppo spesso con l’appoggio dei sindacati, eseguono. Non importa il colore (apparente) del governo; il gioco è lo stesso in Francia, in Gran Bretagna, in Germania, in Irlanda, in Italia.

Il lavoratore di quel grande Moloch che sono i ‘servizi’, che occupa una crescente fetta degli attivi in Occidente e definisce il lavoratore ‘tipico’ dei nostri giorni, deve essere sempre disponibile. Il suo tempo non conta. Per di più, lavorando il più delle volte a contatto con il pubblico, è obbligato a sorridere, a dimostrarsi soddisfatto e felice. Almeno agli operai de ‘la classa operaia va in paradiso’ era consentito smadonnare mentre azionavano il tornio. Agli operai dei call centre o di Ikea, questo non è permesso, perché sono la faccia dell’azienda di fronte al pubblico. Il danno oltre alla beffa. Per di più le loro sono ‘facce’ a turni variabili.

La mia vicina polacca, dipendente dell’Ikea di Southampton, non sa per certo in che giorni, e in che ore, lavorerà la prossima settimana. Alcuni miei studenti, gravati da un prestito oneroso pluriennale per potersi permettere le 9.000 sterline di tasse universitarie, saltano lezioni perché hanno dei turni da Decathlon o da Starbucks. Solo che non possono fare programmi su quali lezioni salteranno, perché lavorano due/tre giorni a settimana e quei due/tre giorni possono cambiare, e di solito cambiano. Certo, quelli che hanno la ‘fortuna’ di entrare a tempo pieno in questi lavori, possono ambire a fare ‘carriera’. Almeno fino a che il ‘mercato’ non decide che quel prodotto non tira più e la multinazionale sposta armi e bagagli in zone più abbordabili e lucrative, o chiude semplicemente i battenti come accaduto negli ultimi anni a varie catene storiche della distribuzione. (Continua)

 

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