Il senso del lavoro – pt. 2

Continuo questa mia riflessione a mo’ di elzeviro sul senso del lavoro. Ho pensato che quanto scritto nella prima puntata era un richiamo inconscio a qualcosa che avevo pubblicato circa un anno fa sul mio blog. Forse i miei pensieri si rincorrono, ma sta di fatto che il tema era lo stesso, e le (amare) conclusioni, simili. Immagino che alla maggioranza dei lettori della Bottega* quel mio contributo preliminare sia sfuggito (!); in ogni caso, trovo utile riproporlo allacciandolo a quanto abbozzato la scorsa settimana. Ho fatto dei piccoli aggiustamenti editoriali, ma il contenuto è lo stesso. Nel prossimo appuntamento (probabilmente conclusivo) affronterò il tema della precarizzazione del lavoro nell’università e le implicazioni che questo processo ha per il ruolo del docente, educatore, e perché no, mèntore.

Il moderno sfruttamento salariale in chiave tecnologica

Alcuni giorni fa sono saltato sulla sedia leggendo un piccolo articolo di Repubblica.it che trasudava bugia fin dal titolo: “Il lavoro Usa centra le attese: creati 223mila posti ad aprile”. Da espatriato o emigrato che dir si voglia, anche se i termini non sono equivalenti, mi piace tenermi informato su quello che succede nel paese che mi ha cresciuto e aiutato a diventare quello che sono. Spesso, però, leggendo le notizie da una prospettiva rifratta dalla distanza, ne traggo sensazioni discordanti.In questo caso, non ho potuto fare a meno di pensare all’articolista che ha compilato l’articolo e possibilmente scritto anche il titolo. Si è chiesto cosa significa “posto di lavoro” oggi negli USA e in altri paesi di capitalismo rampante come la Gran Bretagna? Si è chiesto il significato di “lavoro” in una società di quel tipo? Che messaggio vuole trasmettere (beh, questo è piuttosto esplicito e Hollywood non potrebbe far di meglio, di questi tempi)?

Se si fosse posto queste domande forse non avrebbe scritto quel titolo e avrebbe mantenuto un tono più cauto scrivendolo. Qualcuno dirà: è Repubblica, mica il Manifesto. Io risponderei: hai ragione, ma le notizie sono notizie e una delle regole basi del giornalismo è cercare di capirle e spiegarle, poi possono cambiare le prospettive, il taglio ecc. Questo articolo non solo non spiega nulla, ma crea più confusione di quella che la notizia stessa, diffusa dal Dipartimento di Stato USA, ambisce a creare.

Una delle ragioni che mi hanno allontanato dal lavoro giornalistico è la sempre più frequente impraticabilità della riflessione, il controllo incrociato delle fonti, e conseguentemente della spiegazione. Il più delle volte i giornalisti sono incastrati in meccanismi che loro stessi sono i primi, per stanchezza, pigrizia o cinismo, a non voler/poter contestare. La cosa più facile, e più pratica, è adattarsi allo “spartito” indicato dall’editore e dal direttore. In questo caso, la presunta riduzione della disoccupazione negli USA riportata da Repubblica mi ha fatto tornare in mente un articolo letto solo alcune settimane fa sulla rivista statunitense Guernica. Il titolo era altrettanto esplicito: “Come la nuova economia flessibile ha fatto diventare un inferno la vita dei lavoratori”. Dirò poi qualcosa sull’autore e la fonte, e credo che sarà una sorpresa per più di qualcuno. Ne traduco alcune parti.

“Di questi tempi non è inusuale per qualcuno che si sta recando al lavoro ricevere un SMS dal suo datore di lavoro che le dice che la sua presenza non è necessaria in quel momento. Anche se  ha già trovato qualcuno per andare a prendere il figlio all’uscita da scuola e provveduto per accudirlo in sua assenza, la sua presenza al lavoro non è più richiesta e lei non verrà pagata. Questo tipo di pianificazione del lavoro in tempo reale è l’ultima novità studiata per rendere le catene commerciali, i ristoranti, gli alberghi e altre attività della catena del consumo più agili e mantenere i costi al minimo. I datori di lavoro affidano turni provvisori e avvisano il lavoratore mezz’ora o dieci minuti prima dell’inizio pianificato del turno se la sua presenza è necessaria o meno. Grazie ai moderni software è possibile predire ore o perfino minuti prima le effettive esigenze di personale in base delle informazioni sul traffico, il tempo meteorologico e le vendite. A questo modo i datori di lavoro non hanno bisogno di pagare nessuno per essere sul luogo di lavoro, se la loro presenza non è realmente necessaria”.

Questo è lo scenario dove la supposta riduzione della disoccupazione USA sta avvenendo. I dati sull’impiego vengono gonfiati da numeri insignificanti, perché un lavoro deciso al minuto, quando c’è c’è, non è un lavoro. E’ peggio del lavorare a cottimo. E’ moderno schiavismo permesso e facilitato dall’evoluzioni tecnologiche (app, smart phone ecc). Tutto questo ha delle implicazioni molto pratiche che di tecnologico hanno poco. Immaginate una grande città statunitense, i tempi per muoversi da un luogo all’altro, i tempi per raggiungere il luogo di lavoro. Cosa succede alle vite di questi “lavoratori”? Diventano un inferno, appunto. In barba ai bravi comunicatori della società efficiente, quelli che “destra o sinistra non fa differenza, quello che conta è governare”. Teniamo anche a mente il fatto che gli USA sono il paese più pendolarista al mondo. L’esplosione suburbana avviata negli anni cinquanta del novecento ha creato delle aree urbane immense e la gente passa giornalmente ore per andare al lavoro.

Un altro breve commento è dovuto rispetto allo stipendio orario, così come riportato da Repubblica. “Lo stipendio orario è cresciuto di 3 cent a 24,87 dollari”, dice l’articolista. L’autore dell’articolo che ho riportato poco sopra sottolinea, invece, che il 42 per cento dei lavoratori statunitensi prende meno di 15 dollari all’ora. E aggiunge a mo’ di chiosa: “Ma nemmeno 20 dollari sono abbastanza se il lavoro è imprevedibile e insicuro”. Ora qualcuno si chiederà chi è quel comunista che scrive queste cose, in quale bollettino sindacale o marginale pubblicazione accademica hai trovato queste informazioni. Ebbene, l’autore dell’articolo che ho riportato è Robert Reich, docente di politica pubblica all’Università di California, Berkeley. Soprattutto, però, Reich è stato ministro del lavoro del primo governo Clinton (1993-1997). L’articolo originale lo trovate QUI.

Ma non pensiamo che gli USA siano così distanti da quello che sta succedendo più vicino a noi. Basti pensare, per esempio, ai contratti “zero ore” molto amati da Tony Blair. Vieni assunto con un bel contratto pieno di belle parole dove non si dice quanto e quando lavorerai. Lo decide il datore di lavoro, in base alle esigenze. Questo, nella prossima puntata.

* Contributo pubblicato su La Bottega del Barbieri (www.labottegadelbarbieri.org)

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