La cittadinanza sportiva non è un gioco

Max Mauro, Il Manifesto, 18 ottobre 2016

Il tema delle discriminazioni in ambito sportivo è rimasto a lungo al margine dell’interesse di chi si occupa dei diritti dei migranti. Con poche eccezioni, in linea con una tradizione culturale particolarmente fertile in Italia, e che travalica gli orientamenti politici, attivisti, sociologi, giornalisti, hanno considerato lo sport un mondo a parte, che non si relazione con la società e i suoi problemi. È difficile altrimenti spiegare come le ripetute dichiarazioni razziste e omofobe del presidente della FIGC Tavecchio non abbiamo portato alle sue dimissioni. Pur di fronte ad una inedita squalifica da parte sia dell’organo di governo europeo del calcio (UEFA) che dell’organo di governo mondiale (FIFA), Tavecchio è rimasto al suo posto, che ricopre tuttora.

Il messaggio che se ne trae è che, pur ammettendo la gravità dei comportamenti del massimo rappresentante dello sport più popolare nel paese, si tratta di qualcosa di riconducibile ad una sfera parallela. L’assunto dominante è che in fondo è ‘solo’ sport, non è cosi grave. Un simile modo di pensare, che riflette un discorso pubblico storicizzato, viene richiamato anche da Mauro Valeri nella sua biografia critica di Mario Balotelli, pubblicata nel 2014. Valeri evidenzia come i continui casi di razzismo contro Balotelli nella stagione 2012/13 non abbiamo suscitato la reazione di associazioni che si occupano dei diritti dei migranti. Anche il mondo intellettuale ha preferito guardare altrove. Eppure si tratta del primo calciatore figlio di immigrati a vestire la maglia della nazionale, e del più famoso sportivo italiano al mondo.

In accordo con questo filone di pensiero, pochi hanno fino ad oggi posto la dovuta attenzione alle forme di discriminazione istituzionale praticate dalle federazioni sportive nei confronti dei minori di origine immigrata. Nel 2014 l’associazione torinese NessunoFuorigioco ha pubblicato in collaborazione con UISP e ASGI il rapporto ‘Minori stranieri e diritto al gioco’, che documenta le pratiche discriminatorie verso coloro che non possiedono i documenti ‘giusti’ per giocare a calcio. Si tratta non solo di minori non accompagnati, ma anche di cittadini UE senza permesso di soggiorno, come i bambini Rom originari della Romania. Nello stesso periodo, la Polisportiva Assata Shakur attraverso il portale Sport alla Rovescia promuoveva la campagna ‘Gioco anch’io 2.0’, che chiedeva la modifica delle norme di tesseramento per i minori stranieri non-UE.

L’approvazione della legge sulla cittadinanza sportiva, giunta nel gennaio 2016, ha dato l’illusione di aver affrontato alcuni termini della questione. Con un solo articolo, la legge ambisce ad annullare le discriminazioni di accesso allo sport dei minori stranieri nati o cresciuti in Italia. Il testo afferma che tutti i bambini residenti in Italia almeno dall’età di dieci anni devono aver garantito l’accesso allo sport ‘con le stesse procedure previste per il tesseramento dei cittadini italiani’. E’ evidente che la norma crea una nuova categoria di esclusi, coloro che sono arrivati in Italia dopo il compimento dei dieci anni. Inoltre, la legge non dice nulla dei minori stranieri non accompagnati, o di altri minori stranieri che vivono in condizioni legali particolarmente precarie.

Il fatto che il parlamento abbia deciso di intervenire su di un tema che dovrebbe essere competenza primaria delle federazioni sportive, che sono ufficialmente enti di diritto privato, testimonia della particolarità del caso italiano. Se il parlamento viene chiamato a definire i termini della partecipazione sportiva significa che il mondo dello sport inclusivo non è, almeno nelle sue espressioni più popolari. La legge sorvola anche sul fatto che i termini di tesseramento dipendono generalmente da regolamenti interni delle federazioni internazionali. Nel caso del calcio, per esempio, i regolamenti FIFA definisco diverse categorie di minori a seconda che possiedano la cittadinanza UE o meno. Il tesseramento prevede percorsi distinti, ma nei fatti le federazioni sportive nazionali fanno il possibile per garantire a tutti il diritto al gioco. Il caso della FIGC è, in questo senso, anomalo. Nessuna delle principali federazioni calcistiche europee prevede la richiesta del contratto di lavoro dei genitori come documento a supporto della domanda di tesseramento dei minori stranieri. Una questione che dovrebbe far riflettere. E non solo il mondo dello sport.

 

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