Xenofobi in campo: meno squalifiche e più formazione

Da Il Manifesto, 14 Marzo 2017

Il razzismo è parte dell’esperienza quotidiana di molti ragazzi di origine immigrata, soprattutto se di origine Africana, e il calcio non fa differenza. Al contrario, uno spazio che dovrebbe essere di socializzazione, svago e divertimento si trasforma spesso in un’esperienza traumatica per tutti quelli che vi sono coinvolti.

Tra settembre 2013 ad oggi circa quaranta calciatori dilettanti e dei campionati giovanili della FIGC hanno ricevuto una squalifica di dieci giornate per “comportamento discriminatorio”. Circa la metà dei casi è riferito a giocatori minorenni, alcuni poco più che bambini, come un undicenne di Prato che, nell’ottobre 2014, durante una partita della categoria esordienti, trovandosi quel giorno tra le riserve, aveva ripetutamente rivolto offese razziste all’arbitro, un adolescente di origine immigrata.

Il regolamento prevede che quando il comportamento discriminatorio viene inserito nel referto scatta una squalifica di “almeno dieci giornate”. Talvolta i destinatari dell’insulto sono gli stessi arbitri, visto che circa il sei per cento del corpo arbitrale è formato da “immigrati”, cifra che tuttavia non tiene conto di coloro che hanno acquisito la cittadinanza italiana. Se il colpevole è un dirigente viene attivata “l’inibizione o la squalifica non inferiore a quattro mesi”. Queste norme riflettono una sollecitazione emersa al congresso generale della FIFA nel maggio 2013. Nel giugno dello stesso anno, la FIGC modificò l’articolo 11 del suo Codice di Giustizia Sportiva introducendo le norme attuali.

Purtroppo la Federazione italiana non conserva i dati su questi tipi di squalifiche, quindi è difficile sapere esattamente quante volte la norma è stata applicata. I dati qui presentati sono approssimativi e sono stati raccolti consultando i rapporti dei comitati regionali e la stampa locale. Nemmeno l’Associazione Italiana Arbitri, che pur si è dotata di un “Osservatorio per gli episodi di violenza nei confronti degli arbitri”, raccoglie statistiche in merito agli episodi di razzismo verso i suoi membri. Probabilmente non vengono considerati “violenza”.

Questa mancanza di attenzione da parte delle istituzioni sportive è indicativa di un atteggiamento generale, che vede nella squalifica l’unico strumento per affrontare il problema. E’ un approccio che fa notizia ma non contribuisce a cambiare la cultura del movimento calcistico. A dire il vero, è anche un approccio che disattende o ignora le espresse indicazioni della UEFA in merito alle azioni anti-discriminatorie. La UEFA (la federazione europea del calcio), ha adottato una serie di norme che prevedono tre tipi di azione coordinati: disciplinare (la squalifica); monitoraggio (le statistiche) e l’aspetto forse più importante, l’educazione. Ancor più interessante è osservare che la UEFA indica una squalifica di “almeno cinque giornate”, invece delle dieci della FIFA e della FIGC. Alcune tra le maggiori federazioni calcistiche europee, come quella tedesca e quella inglese, prevedono squalifiche di cinque giornate combinate con azioni educative.

L’approccio puramente punitivo della federazione italiana non tiene conto delle implicazioni di una squalifica di dieci giornate comminata senza alcun percorso educativo che possa aiutare l’autore dell’insulto, soprattutto se si tratta di un minorenne, a capire la portata del suo gesto. L’esperienza diretta di un arbitro di origine immigrata aiuta a comprendere meglio la situazione. “Il problema è serio a tutti i livelli – dice Ahmed, che arbitra da alcuni anni in una regione del nord Italia – ed è certamente sottovalutato. I giocatori sono vittime di insulti razzisti e pure gli arbitri, non è nulla di nuovo, ma solo gli episodi inclusi nel referto vengono puniti. In molti casi l’arbitro non sente quello che avviene o preferisce sorvolare. Però c’è un altro aspetto da considerare. Dieci giornate sono una punizione molto severa per i ragazzi, e sanzioni sono spesso previste per le loro società, che magari fanno i salti mortali per sopravvivere. Prima di includere episodi di questo tipo nel referto uno si fa anche degli scrupoli. Io, soprattutto quando i protagonisti sono dei ragazzi, cerco di dialogare, di far capire ai più giovani la gravità di quello che hanno fatto”.

Questa testimonianza, rilasciata con un nome di finzione per non incappare negli strali della federazione, pone il problema del ruolo educativo che la pratica sportiva dovrebbe svolgere tra i più giovani. Molti autori di insulti e aggressioni razziste non capiscono o non vogliono cogliere la gravità della discriminazione per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine etnica. Spesso sono gli stessi adulti – allenatori, dirigenti, genitori – a creare ulteriore confusione difendendo gli autori dell’insulto. Il lavoro educativo deve coinvolgere tutti gli attori del sistema calcio. Magari la FIGC, che ha speso 107.000 Euro per distribuire 20.000 copie di un fantomatico libro per bambini scritto dal suo presidente, ha dei fondi a disposizione per attivare dei percorsi educativi sull’interculturalismo e sulle pratiche anti-discriminatorie?

 

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