Inchieste

Da Linus, Maggio 2004

CATENE

Di Max Mauro

Prima di partire per questo breve viaggio verso le montagne che fanno da confine tra Italia, Austria e Slovenia, ho dato un’occhiata nel bagagliaio della mia auto. Le catene da neve erano al loro posto. Ciò che mi interessava era tuttavia la loro marca. La scoperta che non di catene Weissenfels si trattava ma di una marca tedesca non ben definita mi ha dato ulteriore conferma che il mio viaggio era opportuno. La destinazione era proprio Weissenfels, il villaggio-fabbrica noto in italiano come Fusine in Valromana, sede della marca “leader mondiale nella produzione di catene per tutti gli usi” (così leggo nel sito Internet). Il fatto è che la fabbrica è fallita e il sito internet non è stato ancora aggiornato. Sul mercato intanto sono arrivate altre marche, come quella delle mie anonime catene da neve.

Cento anni di storia dell’industria metallurgica più a nord d’Italia, posta in una valle isolata della provincia di Udine, mandati in soffitta per mezzo di un atto giudiziario. Ora i 237 dipendenti aspettano di conoscere il loro destino. L’asta fallimentare deciderà se gli attuali affittuari, due imprenditori veneti, potranno continuare a produrre, magari recuperando il vecchio nome. Intanto la contesa miliardaria che divide gli ultimi due proprietari, e che ha portato al fallimento, verrà chiarita da una perizia.  “Quella fabbrica è l’unica industria della Valcanale – dice Carlo Tonutti, ex sindaco di Tarvisio, comune di cui fa parte Fusine-Weissenfels – ed è cruciale per la valle. La seconda azienda per numero di dipendenti è il Comune”. Il turismo, panacea invocata per tutte le zone di montagna in declino, non è ancora decollato. Nemmeno le Universiadi, svoltesi a Tarvisio lo scorso anno, sono riuscite a cambiare la situazione. “La verità è che per molti anni – dice Nicola Soranno, delegato sindacale della Fim-Cisl – questa fabbrica ha rappresentato una sicurezza. Essere assunti era come avere un posto statale, e così non si è pensato di investire in alternative. Oggi che rischia di chiudere tutti si chiedono cosa potrà succedere”. Ma come ci è finita una grande industria metallurgica in mezzo alle montagne, in una delle zone più fredde d’Italia?

Negli anni settanta alla Weissenfels lavoravano 600 persone. Erano i tempi fulgidi del Cavaliere. In valle lo chiamano tutti così, semplicemente “il Cavaliere”. Non è Silvio Berlusconi, anche se per certi versi i due si somigliano, ma Carlo Emanuele Segre Melzi, morto nel 2000 dopo aver venduto le Acciaierie Weissenfels a un concorrente austriaco, l’industria Pewag. Poco prima aveva venduto al Gruppo Espresso i due unici quotidiani regionali, Il Piccolo e il Messaggero Veneto. Sì, erano cosa sua anche quelli. Sembra che dalla vendita dei giornali abbia ricavato 140 miliardi di lire, da quella della fabbrica di catene “solo” 50. In comune con il Cavaliere più famoso d’Italia aveva il fatto di essere imprenditore ed editore, e da molto tempo prima di Berlusconi, ma questo non gli bastava. Negli ultimi tempi della sua vita, ormai malato di leucemia, accettò la proposta di candidarsi alla presidenza della Provincia. “A convincermi è stata una telefonata di Berlusconi, quell’uomo è un incantatore”, disse in una delle ultime (peraltro rare) interviste. La discrezione era una scelta di vita. Il fallimento della Weissenfels, la sua creatura prediletta, ha colto di sorpresa i più. Tutti a Fusine sono convinti che con il Cavaliere in circolazione non si sarebbe arrivati a questo punto.

“La fabbrica non era solo il maggiore stabilimento di produzione di catene della zona, ma possedeva un’intera vallata (…) con due laghi che producevano energia elettrica per le ferrovie dello stato, con immensi boschi e con un paese intero di cui affittava le case agli operai. Era insomma, ed è ancora, un vero e proprio feudo e noi eravamo i nipoti del feudatario”. Così descriveva la realtà di Fusine Vittorio Segre, cugino di Carlo Melzi, nel suo libro “Vita di un ebreo fortunato” (pubblicato da Bompiani nel 1985). Gli anni a cui si riferisce il racconto sono i trenta dello scorso secolo quando alla guida delle Weissenfels c’era il padre di Melzi, Guido Segre, ma il riferimento all’attualità fa intendere che le cose, cinquant’anni dopo, non erano cambiate di molto.

Il viaggio verso Fusine alla scoperta dell’ultimo feudo d’Italia, ormai quasi smantellato, comincia dalla casa del parroco. C’è un motivo: la piccola chiesa e la canonica sono poste nel punto più alto e centrale del villaggio e permettono di godere di una parziale panoramica. “Fusine non ha un centro – dice Don Giuseppe Morandini, parroco di Fusine e di altri tre paesi della Valcanale – è un insieme di case disposte un vallone lungo cinque chilometri. La fabbrica è in fondo, verso il confine con la Slovenia. Quando sono arrivato, quattordici anni fa, gli abitanti erano 550, me compreso, oggi siamo rimasti in 480. Senza la fabbrica il paese sarebbe destinato allo spegnimento e trascinerebbe con sé molti altri paesi, giù fino a Pontebba”. Ovviamente tutti coloro che abitano a Fusine hanno a che fare con la fabbrica, perché ci lavorano o ci hanno lavorato. Gente dalle origini più diverse, richiamate da un lavoro sicuro, provengono dalla bassa friulana, dal sud Italia, dalla Slovenia, dalla Bosnia. “Qui non è come in Alto Adige. Qui le famiglie originarie del paese sono pochissime. Tra il 1939 e il 1941 buona parte degli abitanti tedeschi se ne andarono perché gli venne offerta la cittadinanza del Reich. Fu un taglio secco col passato”.

La storia, a Fusine come in altri paesi di questo confine, ha spesso squadernato lo stato delle cose. Le fucine per la lavorazione dei metalli sono l’unico elemento di continuità secolare. La prima venne autorizzata dai conti carinziani nel 1404. Quasi cinquecento anni dopo, nel 1897, viene fondata la società per azioni Stahlwerke Weissenfels A.G. Il territorio faceva ancora parte dell’impero austro-ungarico ma lo rimase per poco. Finita la prima guerra mondiale arrivano gli italiani. E comincia la storia del nostro Cavaliere e della sua famiglia. Da questo punto in poi, e per molti anni, il vero protagonista non è però ancora Carlo Melzi ma suo padre, Guido Segre.

Nell’Italia tra le due guerre mondiali Guido Segre è stato un uomo molto potente. Esponente di una famiglia ebrea piemontese, nei primi anni del secolo divenne direttore alla Fiat. Nel 1915 lasciò tuttavia l’incarico per arruolarsi da volontario in guerra. Ne uscì coperto di medaglie. Proprio a lui, eroe di guerra, imprenditore d’assalto e buon nazionalista, gli ambienti dell’alta finanza affidarono un compito delicato: italianizzare le industrie delle terre acquisite a Nord-Est con la guerra. Si trasferì a Trieste e nel giro di pochi anni costruì un impero. Un impero che “si estendeva dalle miniere della Lorena ai boschi di Danzica, dalle industrie alimentari di Trieste a quelle idroelettriche della Carnia”, come racconta il nipote Vittorio nel suo libro. L’acquisizione “coatta” della Weissenfels dai proprietari tedeschi avvenne in quel periodo.

Il potere che raggiunse negli anni del Fascismo – e la confidenza che vantava con il Duce – non bastò a Guido Segre ad evitargli il destino seguito dagli ebrei italiani dopo la pubblicazione delle leggi razziali. Da un giorno all’altro fu costretto ad abbandonare tutte le cariche pubbliche che ricopriva. Quella di presidente delle Acciaierie Weissenfels (un’industria che contava già 300 dipendenti nel 1908 e poco meno negli anni ‘30) era poca cosa rispetto al resto cui dovette rinunciare. Oltre che amministratore dello Jutificio triestino, dei Cantieri riuniti dell’Adriatico e di altre aziende anonime, era presidente della potente Azienda carboni italiani (Acai). Dopo le leggi razziali si isolò per un periodo a Trieste, per poi riparare in Vaticano. Proprio in Vaticano morì ai primi di aprile del 1945, lontano dai figli e dalla moglie rifugiatisi altrove. Con la morte del patriarca la storia imprenditoriale della famiglia non si interruppe. Passata la guerra, la moglie Ella Melzi riprese personalmente le redini delle proprietà, in particolare della Weissenfels, che diverrà il fulcro del patrimonio. Il figlio Carlo, che aveva abbandonato il nome del padre per salvarsi dalle leggi razziali, ne divenne il responsabile un decennio più tardi.

Il mio viaggio a Fusine continua con Milorad Topic, uno degli operai più anziani. In realtà ha poco più di cinquant’anni ma è entrato in fabbrica da ragazzo, nel 1970. “Sono originario della Bosnia – dice Topiç, che oggi è cittadino italiano – la città dove sono nato si trova a quaranta chilometri da Banja Luka. Sono arrivato qui perché ci lavorava mio cognato. A quel tempo c’erano molti yugoslavi, soprattutto sloveni e croati. I dipendenti erano 650, circa 200 provenivano da oltre confine. Ora i pendolari sloveni sono pochi, circa una quarantina. A quel tempo mi dicevano comunista perché venivo dalla Yugoslavia, ma in realtà noi di là non ci interessavamo di politica, la Yugoslavia era diversa dagli altri paesi comunisti. Qui in Weissenfels bastava lavorare e tutto andava bene”. Par di capire che negli anni in cui l’Italia era segnata da forti lotte sindacali a Fusine si scioperasse poco. “Non è vero, anche qua si scioperava, ma mai contro il padrone. Lui era una persona corretta. Se capiva che ci tenevi alla fabbrica ti rispettava. E poi quando avevamo dei problemi che non riuscivamo a risolvere con i dirigenti, bastava parlare con lui e la soluzione si trovava”.

Mi accompagna con l’auto a vedere i laghi. Sono le bellezze di Fusine, due laghetti incastonati ai piedi delle vette alpine. La strada costeggia al principio la parte vecchia dello stabilimento; si vedono i capannoni e le case in stile austriaco che ospitano gli uffici. Poco fuori dai cancelli, su di una via in salita, una serie di caseggiati dello stesso stile – le case per i dipendenti, alcune ornate da cartelli con la scritta “in vendita”.  Dal primo laghetto parte la turbina per alimentare la fabbrica e il villaggio. E non solo quello: tutta Tarvisio è alimentate dalle turbine della fabbrica. A metà degli anni novanta i Verdi di Tarvisio puntarono la loro campagna elettorale sullo slogan “Arriva l’inverno, prepariamo le candele”. Era una polemica diretta al Cavaliere, visto che da queste parti l’Enel non si era mai vista e tutti dipendevano dalle sue turbine.

Proprietario delle foreste, della fabbrica, della centrale elettrica, delle case e del campo da calcio (intitolato a Guido Segre), dal suo piccolo feudo il Cavaliere un giorno decise di scendere in pianura per entrare nell’editoria. Divenne padrone del quotidiano più diffuso in Friuli, il Messaggero Veneto, e poi del suo alter ego triestino, il Piccolo. I giornali, come oggi le tv, rappresentavano il potere. Quello vero. La villa di Fusine divenne meta dei potenti locali e nazionali. Tra i politici, i più amati da Melzi erano in assoluto quelli democristiani.

Oggi la villa è abitata da un elegante signore statunitense. L’ha avuta in eredità dal Cavaliere. Se in un bar di Fusine si chiede qualche informazione sull’americano si ottengono risposte disparate. Per alcuni è “il segretario”, per altri “l’assistente”, per altri ancora semplicemente “il signor Franklin”. In realtà il signor Franklin è rimasto vicino al Cavaliere per un’intera vita e solo per un breve periodo ha collaborato in fabbrica. Si racconta che la sua carriera finì quando, dopo aver riempito di fiori lo stabilimento, fatto dipingere le pareti dei capannoni con colori vivaci e invitato i capireparto ad indossare la cravatta, decise di mandare in soffitta le mitiche tute blu. D’ora in avanti le tute sarebbero state verdi, come i colori ufficiali della Weissenfels. Gli operai insorsero – non si può cancellare un simbolo della loro identità – e il Cavaliere decise per il quieto vivere di sollevare l’amico americano dall’incarico. Da quel momento ritornò nell’ombra, accompagnatore discreto di uno scapolo impenitente.

Gli anni d’oro della Weissenfels sono stati i settanta e gli ottanta. Erano gli anni delle commesse miliardarie in Urss, delle aziende sussidiarie in Usa, Germania, Francia. Ma anche gli anni dei rubinetti sempre aperti. Quelli dei mutui e dei fondi pubblici. “Nei primi anni ottanta – rivela un ex funzionario regionale – le schede delle aziende contenevano 5/6, al massimo 10 righe, ogni riga era un mutuo agevolato o un finanziamento. La scheda della Weissenfels era lunga una pagina intera, zeppa di righe. E’ stata l’azienda in assoluto più aiutata”.

L’origine del dissidio che divide oggi gli eredi di Melzi – non avendo avuto né moglie né figli il grosso del suo patrimonio è passato nelle mani della sorella Etta – con gli acquirenti della Weissenfels sta nelle carte lasciate dal defunto. Gli austriaci denunciano che c’erano grandi debiti non dichiarati, mentre la sorella reclama ancora nove miliardi del pattuito. Alla gente della Valcanale non interessa come andrà a finire la contesa. Si aspettano che la fabbrica riprenda a lavorare come un tempo. Ma oggi le catene cinesi e quelle russe (prodotte negli stessi stabilimenti costruiti in Unione Sovietica dalla Weissenfels negli anni ottanta) costano 15 euro al pezzo, quelle di qualità prodotte nella valle sfiorano i 40. Chissà cosa si inventerebbe il Cavaliere per sistemare le cose. Forse nemmeno i giornali basterebbero, questa volta.

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Da Diario, n. 17 del 4 maggio 2007
 

Quando finisce un amore

Fino a qualche anno fa la presenza dei soldati americani ad Aviano faceva fare affari d’oro. Ma dopo l’ampliamento della base i contatti economici si sono ridotti. E perfino i matrimoni misti calano…

Di Max Mauro

Sulla strada principale di Aviano, all’ingresso della cittadina friulana che ospita la storica base dell’aviazione Usa in Italia, si incontra l’Hotel Doimo. Le ampie vetrate sono impolverate, uno squarcio forse opera di un sasso è rattoppato malamente. Dei pesanti tendoni impediscono di guardare dentro. Sopra l’insegna dell’hotel sono cresciuti dei fili d’erba. Provo a spingere la porta, è aperta. All’interno però non c’è nessuno, la hall è vuota. Poi vedo un ragazzo uscire da una stanza. Seduto dietro al tavolo di quello che scopro essere l’ufficio trovo un signore di una certa età in giacca e cravatta, forse il titolare. Mi presento e gli chiedo come vanno gli affari dopo l’ampliamento della base militare, l’ambizioso progetto “Aviano 2000” che ha anticipato di qualche anno gli ampliamenti in corso a Sigonella e progettati a Vicenza. Mi scruta diffidente, poi sbotta: “Ah, la base! Vuole saperlo? Una volta si lavorava molto con gli americani, ora non più e dobbiamo ringraziare i politici che hanno detto sì all’ampliamento. Se costruiscono tutto dentro non hanno più bisogno di noi. Per me il lavoro è calato del 70 per cento”. L’uomo non vuole essere citato, non dice nemmeno come si chiama, mi invita a chiedere qualcosa agli altri, a quelli che secondo lui “fanno ancora affari con gli americani”, poi mi congeda, frettoloso.

Un mondo indipendente
Fino a qualche anno fa, ad Aviano, gli albergatori erano i più accesi sostenitori della base. Assieme ai ristoratori e ai proprietari di appartamenti erano un po’ gli ultras filo-Usa nella zona, quelli che beneficiavano grandemente della presenza delle migliaia di soldati e loro familiari. Gli alberghi ospitavano i soldati in missione breve, mentre gli appartamenti venivano affittati alle famiglie. Le cose stanno ancora così, ma le proporzioni sono cambiate. “Aviano 2000” ha trasformato la base, che poi è in realtà è un aeroporto italiano con un comandante italiano, ma quello è un altro discorso. Il Pentagono ha voluto costruire all’interno nuove palazzine per alloggi, centri commerciali e ricreativi, cappelle di vari culti religiosi, scuole, perfino un ospedale. In pratica, ha voluto rendere la base il più possibile autosufficiente e il nostro governo, attraverso il debole filtro di un organo che si chiama “Comitato misto paritetico per le servitù militari”, ha detto sì. Questo è successo dieci anni fa e oggi i frutti del grande lavorio sono visibili fuori e dentro Aviano.

Le ricadute economiche della presenza Usa sono ancora evidenti. Per una cittadina che conta 8900 abitanti, sono circa 800 quelli che lavorano dentro la base nei servizi più diversi: nelle pulizie, come commessi, impiegati in servizi di collegamento. “Sì, però anche lì sono arrivati i contratti precari”, dice Valentino De Piante, ex vicesindaco per due mandati con una giunta di centro-sinistra. “Negli anni ’80 lavorare in base era come prendere un posto pubblico, al punto che se si perdeva il posto si poteva ottenerne uno dallo stato, ora non è più così”. La sensazione che qualcosa sia cambiato rispetto al passato è palpabile anche volgendo lo sguardo altrove. Per esempio ai matrimoni. Per molti anni i matrimoni di italiane e italiani con soldati Usa sono stati una costante, e non solo nell’immediato dopoguerra quando sposare uno “yankee” era il sogno di molte ragazze, ma fino a tempi recenti. All’ufficio anagrafe del comune una gentile impiegata ci snocciola le cifre delle unioni civili, cifre record per le dimensioni del paese. “Siamo a metà aprile e ne abbiamo già celebrati 25, 16 sono tra statunitensi, nessuno tra italiani e statunitensi, uno è tra un soldato Usa e una donna del Camerun, un altro soldato si è sposato con una lituana”. Nel 1985 di matrimoni ce n’erano stati 25 in un intero anno e sei erano tra italiane e statunitensi, lo stesso numero dei matrimoni tra italiani. Perdita di fascino del soldato Usa? Chissà.

Uffici anonimi
Anche la signora dell’anagrafe non vuole vedere citato il suo nome su di un giornale però ci tiene a dire che la base ha fatto molto bene al paese. “Negli anni settanta chi aveva qualche risparmio non comprava l’appartamento al mare ma qui, per affittarlo agli americani”, mi spiega. “Hanno fatto così anche i miei genitori, lo affittiamo da anni, mai un problema. Sì, so che si raccontano storie su come tengono le case, che qualcuno le danneggia, ma c’è buona e cattiva gente anche tra di loro, come dappertutto”.

In paese ci sono due uffici che solo gli avianesi conoscono. Non ci sono indicazioni per arrivarci né insegne sulla porta, ma se chiedi tutti ti sapranno dire dove trovarli. Sono l’Ufficio contratti e l’Ufficio alloggi. Sono le principali strutture di raccordo tra la base e quello che sta fuori. Il primo è l’ufficio che gestisce il reclutamento del personale civile italiano, il secondo cura il reperimento degli alloggi per le famiglie dei soldati. Le persone del luogo fanno presente di disporre di un appartamento e il personale Usa lo segnala ai a suoi dipendenti. “E’ un servizio che funziona”, spiega De Piante. “Se succede che un soldato parta lasciando l’affitto in arretrato, basta rivolgersi all’Ufficio alloggi e la questione si risolve. Sono molto efficienti in queste cose”.

Suono il campanello di quello che mi è stato indicato come “l’Ufficio contratti”, due stanze al pianterreno in uno stabile nuovo a pochi metri dal municipio. Sul vetro della porta c’è scritto solo “Si prega di suonare/Please ring the bell”. Tutto ad Aviano è bilingue. All’interno lavorano diverse donne, una sola è in divisa, la lingua d’uso è l’inglese americano. Chi mi accoglie, un’italiana, mi fa sedere e dopo qualche minuto mi avvisa che la responsabile non è in sede. Di fronte a me chiama la base e chiede, in inglese, chi può darmi le informazioni che sto cercando. In realtà voglio solo capire come avviene il reclutamento. Conversa ancora con quella che intendo essere un capitano donna e poi mi spiega che la persona che può darmi le informazioni sarà reperibile, al telefono, il giorno successivo. Ma le mie chiamate saranno infruttuose.

Melting pot di paese
Il multiculturalismo avianese negli ultimi anni ha assunto tratti nuovi, diversi da quelli dei soldati Usa. Oltre ai 1400 cittadini Usa che risultano residenti ad Aviano (in tutto ve ne sono circa 8.000, dispersi in vari comuni, è la comunità extracomunitaria più grande della provincia di Pordenone), vi sono altri stranieri. Sono i 730 rumeni, albanesi, ghanesi, bosniaci, serbi che lavorano nelle poche fabbriche della zona, nel settore agricolo, nelle cucine dei ristoranti. Come si accordino con gli extracomunitari di lusso provenienti dal Nord America è tutto da scoprire. A giudicare dai matrimoni di soldati Usa con persone di altre nazionalità le vie di incontro ci sono, anche se minime. Sulla vetrata di un negozio di fotografia leggo in grande le solite scritte bilingui: “Servizi matrimoniali/Wedding portraits”. “Anche noi abbiamo risentito dell’ampliamento della base”, dice Barbara Gislon, titolare di Photo Ottica. “Anni fa lavoravamo per un 40 per cento con gli americani e per il 60 con gente del luogo, oggi la proporzione è più o meno di 20 e 80. Non so, forse c’entra anche il cambio euro/dollaro, a loro conviene spendere dentro la base. Comunque non hanno tradizione di servizi matrimoniali, si fanno fare più che altro ritratti di famiglia”.

L’aviazione Usa dispone ad Aviano di settori dislocati in diverse parti del territorio comunale, in pratica le servitù militari sono dappertutto. Il nuovo ospedale, le scuole per i bambini e il “community center” sono lontano circa due chilometri dalle piste di volo, dalla base vera e propria. La strada che collega queste zone, Aree nel gergo militare, è molto trafficata: un via via costante di auto di tutti i modelli, sempre con il solo conducente a bordo. Il problema è che la strada attraversa l’antico borgo di Pedemonte, il più vecchio di Aviano. L’aviazione Usa vorrebbe una strada nuova, una grande circonvallazione a completa disposizione dei suoi dipendenti, ma su questo progetto la comunità locale si è divisa. E’ stata questa una delle questioni che hanno portato alla caduta della giunta di centro destra e al commissariamento del comune. A maggio si vota per eleggere un nuovo sindaco e c’è da giurare che la questione della strada tornerà fuori. Peccato che nessuno degli atletici soldati usi la bicicletta, il problema del traffico sarebbe presto risolto.

Soldi e motori
Nei pressi dell’ospedale Usaf c’è un rivenditore di auto usate. Come gli alberghi, la rivendita di auto è sempre stato un grosso business per gli avianesi. “Economy rent” è il nome della rivendita che sembra presa di peso da un villaggio dell’Arizona. Un ragazzo in completo grigio, catena d’oro sul petto e capelli ingelatinati mi accoglie sorridente. Si chiama Carlo Florio, è il “venditore”, così si qualifica. “Se non fosse per la base noi non saremmo qua, però il lavoro è calato”, dice. “Prova a chiedere anche agli altri e ti diranno la stessa cosa. E’ colpa del deprezzamento del dollaro rispetto all’euro, tieni conto che i soldati sono soprattutto giovani che non hanno paghe alte. Comunque, grazie a loro qui si vendono auto che altrove non hanno mercato, sono abituati a auto potenti anche se consumano di più”.

Attraversando la cittadina nel giorno di mercato sembra che tutto proceda come sempre. I clienti sono soprattutto signore del luogo, vecchiette che parlano quel misto di friulano e veneto tipico di questi luoghi. I soldati Usa? Un paio di giovani soldatesse curiosano tra le bancarelle, come in vacanza in un luogo esotico. Al di là dei matrimoni e degli affitti i contatti tra il mondo made in Usa e quello che sta fuori è sempre più limitato. “Nei primi mesi del 2001”, racconta Laura Trevisan, pittrice di origine avianese, “assieme ad altri ho avviato un progetto artistico cercando di coinvolgere anche la base. Qualche soldato ha partecipato, si è divertito molto, ma la volta successiva non veniva più, gli avevano cambiato il turno o trasferito. Dopo l’11 settembre anche questi contatti sono scomparsi, la base si è chiusa sempre più su se stessa”. E il futuro della base? E le bombe atomiche, che sembra ormai appurato sono dislocate dentro la base? I più sembrano non pensarci. Si vive alla giornata. “Le strategie degli Usa cambiano rapidamente, dopo l’apertura di basi in Ungheria si pensava che Aviano dovesse chiudere e l’hanno ampliata, ora chissà. Per loro il vero business è costruirle e ampliarle, le basi”, dice De Piante.

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Da Diario nr 38 – 26 Agosto 2005
 

prego accomodatevi

In provincia di Udine c’era il «Triangolo della sedia», qui si produceva il 50 per cento delle seggiole d’Europa. Ora la crisi ha fatto strage e gli imprenditori chiudono la baracca e si trasferiscono

Di Max Mauro

La sedia più grande del mondo si trova in mezzo a un’aiuola spartitraffico, ai margini di Manzano, un paese di settemila abitanti in provincia di Udine. E’ alta venti metri, è costruita in legno di abete rosso e pesa 23 tonnellate. Quando è stata eretta, una decina d’anni fa, celebrava il primato dell’industria locale, leader nel mondo nella produzione di “sedute”. Nel sito internet di Promosedia, l’ente che promuove il prodotto del Distretto industriale che comprende oltre a Manzano altri dieci comuni, ci sono ancora i numeri del primato: “44 milioni di unità annue, pari all’80 per cento della produzione italiana, al 50 per cento della produzione europea e al 30 per cento di quella mondiale”. Oggi le cose sono cambiate, e così rapidamente che i curatori del sito non hanno fatto in tempo a registrarle. Forse chi ha deciso di collocare la sedia lontano dal centro presagiva un cambiamento di rotta. La sedia è il simbolo di un’industria in crisi.

“In realtà, quelle percentuali erano state elaborate soprattutto sulla base di dati europei”, dice Giovanni Masarotti, presidente del distretto, “non c’erano ancora dati affidabili sulla Cina e l’Asia. Comunque, nel giro di pochi anni il distretto ha perso almeno il 25 per cento del suo mercato. E’ una crisi senza precedenti e alcuni cambiamenti in corso sono irreversibili”. Tra il 2000 e il 2004 ha chiuso quasi il dieci per cento delle aziende, passate da 1011 a 917 e i dati del 2005 si annunciano ancora più negativi. Molte attività sono state delocalizzate in Croazia, in Romania, in Bosnia. I sindacati segnalano che nello stesso arco di tempo il numero di ore di cassa integrazione autorizzate è aumentato di otto volte. Che la situazione è difficile lo si capisce girando nelle zone industriali di Manzano e San Giovanni al Natisone, i due centri principali del distretto: paesaggi di capannoni e silos dove fino a qualche tempo fa il sabato era un giorno lavorativo qualsiasi. Oggi sono numerosi i cartelli “vendesi” e “affitasi” e alle sei di sera del venerdì i cortili delle fabbriche si svuotano. Può ancora capitare, come è successo a chi scrive, di sentire in un torneo di calcio amatoriale rivolgere all’indirizzo dell’arbitro che si attarda a riprendere il gioco, frasi come questa: “Muoviti, che dobbiamo andare a lavorare!”. Per inciso, si giocava la domenica mattina. Ma sono frasi ad effetto, ricordi di altri tempi.

 

Il futuro è a est

Non si può dire che Roberto Lovato non sia un uomo di carattere. Mentre molti se la prendono con le delocalizzazioni, cercando una ragione più valida delle altre per spiegare il tracollo, lui accetta di andare sui giornali a dire perché ha deciso di trasferire le fabbriche a est. In Bosnia possiede da un paio d’anni un ex fabbrica di mobili dove impiega 120 persone. Ha da poco acquistato dallo Stato serbo una fabbrica dismessa nella Voivodina, dove entro l’anno trasferirà altre attività. “In Serbia 134 dipendenti mi costano 20mila euro al mese contributi compresi, i dirigenti prendono 200 euro, gli operai 65, cosa dovrei fare? A Manzano la produzione è compromessa dal fatto che siamo lontani dalle fonti (il legname arriva in buona parte dall’ex Jugoslavia N.d.R.) e con dei servizi che dire da terzo mondo è essere generosi. Abbiamo le stesse strade di quarant’anni fa. Ma il problema vero sono la politica e la burocrazia, quelle sono il danno dell’Italia. Fare impresa qui vuol dire perderci e la prima responsabilità dell’imprenditore è quella di produrre utili, per sé e la collettività. Se non fa utili è suo dovere chiudere”. Lovato ha voglia di spiegarsi, non accetta di passare per quello che chiude le fabbriche senza offrire soluzioni. La Crabo spa, il gruppo di cui è alla guida, ha dodici stabilimenti, tre nell’ex Jugoslavia, uno in Francia. Ha una fabbrica anche in Albania – “Ci sono andato ai tempi di Hoxha, quella volta eravamo solo in dieci imprenditori italiani” – che è ferma dopo l’uccisione dell’amministratore da parte della mafia locale.

Mi fa sedere su di una sedia colorata che sembra di plastica, ma una plastica comoda. E’ fatta in Chylon, una lega ottenuta dalla compressione di scarti di legname e materie plastiche, un brevetto originale che per ora non ha mercato e di cui Lovato va molto fiero. “Potrebbe servire per molti usi, anche come pavimentazione, ma non posso produrre tutto quello che vorrei perché ci sono di mezzo le norme per il trattamento dei rifiuti”. E’ convinto che il personale locale in esubero per le delocalizzazioni potrebbe essere riassorbito in altre attività del gruppo, come quella del riciclaggio dei rifiuti. Tre anni fa la Crabo ha costruito, in collaborazione con l’Università di Udine, un impianto di termovalorizzazione, un inceneritore da cui si ottiene la materia base per realizzare il Chylon e che produce energia a basso costo. “L’impianto potrebbe servire tutto il distretto e dare lavoro a 150 persone, solo per lo smaltimento degli scarti di vernice potremmo fare risparmiare un milione di euro all’anno, ma siamo bloccati dalle norme regionali”. Il contenzioso riguarda la distanza dai centri abitati, che ogni regione fissa autonomamente, il Friuli Venezia Giulia a 1000 metri, molte altre regioni a 500 o meno. C’è in ballo anche un esposto per le emissioni atmosferiche e Lovato se la prende con l’ottusità delle istituzioni ma anche con quella che lui chiama “la mafia delle discariche”, che ostacola il successo della sua iniziativa.

Di fronte alla competizione globale produrre la sedia tradizionale a Manzano non conviene più ed è meglio cercare altre soluzioni, ma è proprio vero?

A guardare gli utili della Calligaris, la principale industria del distretto che ha la sua sede sulla statale poco distante dal monumento in legno, si potrebbe pensare il contrario. Nell’arco di un decennio, mentre il distretto toccava il suo apice e poi entrava in crisi, è passata da 44 milioni di euro di fatturato nel 1994 a 125 milioni nel 2003. La ricetta? Delocalizzazione delle filiere iniziali e mantenimento in loco della gestione finale del prodotto. Una esempio che anche gli altri “grandi” vogliono seguire. Il problema è che il Distretto è nato e cresciuto attorno ad un modello particolare: il 90 per cento delle aziende ha meno di venti dipendenti, addirittura sono il 64 per cento quelle con meno di dieci dipendenti, praticamente tutte a conduzione familiare. I grandi, quelli con più di cinquanta dipendenti, sono appena una decina, Crabo e Calligaris tra essi. Dunque, nella globalizzazione i grandi godono e i piccoli soffrono. Oppure, darwinisticamente: chi non si attrezza in grande, muore. L’idea è condivisa dal sindaco di Manzano, Daniele Macorig,

38 anni, esponente di Alleanza Nazionale, è al suo secondo mandato “alla guida di una lista civica”, ci tiene a sottolineare. “Fino a qualche anno fa il ruolo del sindaco non era molto ambito”, dice, “a Manzano c’erano lavoro, soldi, la gestione della cosa pubblica non interessava. I giovani che proseguivano gli studi erano pochi. D’altra parte nei primi anni ottanta un ragazzo poteva guadagnare subito 700/800 mila lire, come un operaio esperto. La crisi ha cambiato le cose. Negli ultimi mesi, per la prima volta da quando sono sindaco, qualcuno è venuto a chiedere se c’è lavoro in Comune. Prima nessuno era interessato a un impiego pubblico. Stiamo vivendo un cambiamento che non si può fermare, così va l’economia di mercato. Non si può competere con le sedie cinesi se costano un quinto delle nostre, secondo me possiamo salvare le professionalità puntando sul marchio di qualità. Sul piano sociale, però, credo che la crisi ridarà senso ai vecchi valori, ci farà riscoprire le cose che avevamo perso”.

Nel 2002 una società di ricerche milanese, la Sinergia-net, aveva condotto per conto del Comune di Manzano (l’incarico era stato affidato dall’amministrazione precedente) un’indagine sulla qualità della vita nel distretto della sedia. Le conclusioni erano state piuttosto dure: “La religione del lavoro, l’inderogabilità della famiglia, la crescita del benessere e uno sviluppo urbanistico penalizzante tendono a recintare i nuclei all’interno delle mura domestiche, ad annullare lo spazio pubblico, ad aumentare la diffidenza reciproca, a perdere il senso di comunità e identità culturale”. Macorig prima dice che quelli che hanno svolto la ricerca sono di sinistra, ma poi ammette di condividere i contenuti del loro lavoro. Per invertire la rotta nella vita sociale della sua comunità ha voluto il recupero di un grande rustico da trasformare in centro polivalente. Manzano, paese dai molti miliardari, non ha un teatro né una piscina.

Fuori gioco

A Percoto, un tiro di schioppo da Manzano e una qualche notorietà dovuta alle grappe Nonino, la famiglia Garzitto è da cinquant’anni protagonista della prime fasi della lavorazione del legname. Vari cugini si sono messi in proprio e hanno fatto fortuna grazie alle segherie. In seguito all’11 settembre 2001 e alla successiva crisi che ha mandato in tilt il mercato trainante della sedia, quello tedesco, i produttori hanno rivolto la loro attenzione all’est, approvvigionandosi di legname già segato o aprendo proprie attività vicino alle fonti. Molte segherie del distretto hanno chiuso, prime vittime sulla strada della globalizzazione. La Marie spa era una delle segherie più grandi, contava 120 dipendenti, ora non arriva a 60. “Ma dobbiamo ridurre ancora, è solo questione di tempo”, dice Lisa Garzitto, 35 anni, che affianca il padre Giuseppe nella conduzione dell’azienda. “A settembre credo che molte aziende dovranno chiudere perché non c’è lavoro. I nostri clienti non ne hanno e noi di conseguenza, è tutto fermo. Da tempo abbiamo guardato oltre la sedia, verso l’industria del mobile a Pordenone e in Veneto, ma a crearci problemi c’è anche la tendenza crescente da parte dell’industria ad usare più metallo e plastica e meno legno”.

Lisa Garzitto è una delle pochissime donne in posizioni dirigenziali che si incontrano nel distretto. Il suo caso è piuttosto raro, anche perché all’impegno in azienda affianca quello accademico, è docente a contratto di Psicologia del lavoro all’Università di Trieste. Il suo, sulla crisi, è un punto di vista duplice. “Purtroppo, in questo distretto le aziende hanno ereditato culture organizzative statiche, poco lungimiranti. L’imprenditore manzanese pensava di essere al centro del mondo e improvvisamente si è scoperto provinciale. Quello che secondo me è mancato nel momento della crisi è il gioco di squadra: le istituzioni hanno decretato subito la fine della prima filiera mentre forse si poteva fare qualcosa per salvare una tradizione di lavoro”. L’analisi è lucida e impietosa, lo sguardo passa all’azienda di famiglia: “Per quanto riguarda le attività come la nostra, a limitarci sono soprattutto i costi di trasporto, oltre a quello del lavoro. Riusciamo a garantire un’alta qualità, ma come possiamo competere con i costi dell’est? A settembre andremo a una fiera in Spagna per esplorare possibili nuovi mercati”.

A poca distanza dalla Marie, ha sede la Lesma, una azienda con dieci dipendenti che si occupa di una delle fasi intermedie della produzione della sedia, la levigatura. L’economia del distretto è strutturata a catena, con tante piccole aziende ognuna specializzata in una lavorazione, e in fondo le cosiddette “commerciali” che trattano il prodotto finito. In periodi di magra come questi succede che proprio i piccoli si fanno la guerra per rubarsi i pochi clienti rimasti. “La competizione c’è sempre stata”, dice il titolare, Stefano Molinari, “ma adesso ti vedi portare via i clienti da un giorno all’altro da gente che lavora sottocosto pur di non chiudere. Gente che lavora in casa con i familiari, spesso pensionati, con macchinari vecchi, come una volta. E quel che è peggio, è che ci si conosce tutti, ma non si guarda in faccia nessuno. Chi ci rimette sono quelli come me che credono nell’impresa e ci hanno investito. Così c’è chi lavora 15 ore al giorno, magari in nero, e chi lavora tre giorni alla settimana. La delocalizzazione ha creato danni enormi, c’è stato un salto indietro nella cultura imprenditoriale”.

Lo scenario dipinto da Molinari assomiglia un po’ ad una giungla, dove ci si arrabatta per ordini di 300 sedie (la logica del just in time) mentre un tempo si lavorava per le migliaia. Dalle sue parole si capisce che i dati sulle chiusure delle aziende potrebbero essere decisamente peggiori di quello che sono. Molti piccoli imprenditori, per lo più artigiani, piuttosto di chiudere abbassano i prezzi, in una corsa al ribasso senza giustificazioni logiche. “Resistono con la speranza che prima o poi il mercato riprenda”, dice l’imprenditore, “come succedeva con le crisi cicliche del passato, ma oggi non è più così, questa è una crisi diversa”. Molinari ha cominciato a frequentare i banchi da lavoro da bambino assieme allo zio artigiano, e il suo sogno era di avere una ditta tutta sua. Dopo 12 anni come responsabile commerciale alla Marie si è messo in proprio, rilevando un vecchio capannone di quell’azienda. La sua ditta ha quattro anni di vita, un presente incerto e un futuro indefinito.

Vendo la casa per vivere

Secondo un recente rapporto del Centro studi industria leggera, il mercato mondiale del mobile è in costante crescita: nel 2003 il commercio internazionale faceva girare 64 miliardi di euro e per il 2005 la previsione è di 76. L’Italia in questo settore è ancora leader ma ha visto il suo primato eroso da nuovi concorrenti, come la Cina che nel 2004 ha avuto un export di 10 miliardi contro il miliardo del 1994, ma anche da soggetti più “anonimi” e per certi versi più pericolosi come la Polonia, che in Germania ha rubato importanti quote di mercato all’Italia. La sedia, sono gli stessi produttori ad ammetterlo, è un prodotto facile da copiare e non c’è da stupirsi se oggi lo fanno anche altri, magari bene. Qualcuno nel distretto friulano aveva intuito da che parte tirava il vento, e si è mosso di conseguenza, studiando nuovi prodotti o delocalizzando, ma la maggior parte dei piccoli subfornitori, abituati alla sicurezza dei clienti fissi, non è riuscita a reagire e oggi ne paga le conseguenze. Nei bar del Triangolo della sedia, il nucleo centrale del distretto compreso tra i comuni di Manzano, San Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo, non si parla d’altro. I discorsi ruotano attorno a una protagonista fino a poco tempo fa sconosciuta: la disoccupazione.

Francesco Nicastri è arrivato a Manzano dalla Calabria con la famiglia nel 1962. A quel tempo il Friuli era terra di emigranti, ma uno zio militare a Udine aveva assicurato che dalla zona della sedia non si emigrava, c’era lavoro. I Nicastri, padre, madre, cinque figli maschi e una femmina, si sono inseriti bene, tre di essi sono diventati imprenditori. Fino a due anni fa anche Francesco era un imprenditore, possedeva una levigatura con 8 dipendenti, poi il lavoro è calato e ha venduto a una ditta più grande che ha trasferito i macchinari in Bosnia. “Ho chiuso senza debiti ma anche senza utili, in pratica ci ho rimesso. Sono andato a lavorare per la ditta a cui avevo venduto, un periodo mi hanno anche mandato in Bosnia a insegnare il mestiere. Poi, recentemente mi aveva assunto un mio vecchio cliente, per amicizia, due contratti da tre mesi e poi basta, trattato come un ragazzino alle prime armi. Ora per vivere sono costretto a vendere la casa”.

Francesco ha 57 anni, mi mostra l’ultima busta paga risalente a due mesi fa: 1100 euro. “Mi mancano tre anni di contributi per la pensione e non so che fare, nessuno mi prende a lavorare e devo pagare ancora due anni di mutuo per la casa”. La casa è un grande rustico restaurato, 600 metri quadri di superficie, un bene di lusso voluto dai suoi genitori a coronamento di una vita di sacrifici. Anche l’auto di Nicastri segnala il livello di vita che era abituato a condurre, una grande jeep Mitsubishi. Da ragazzo il suo sogno era fare il musicista, aveva un gruppo rock con i fratelli, ma la sedia gli ha dato da vivere. Il sogno del benessere perenne si è infranto improvvisamente. Per racimolare qualche soldo quest’estate scenderà in Calabria, dove suonerà il piano bar nell’albergo di un amico. “Io non do la colpa di quello che sta succedendo agli imprenditori che vanno via, perché un operaio in Italia ti costa tremila euro, è solo mille vanno a lui, duemila devi darli allo stato, non è possibile andare avanti così con la concorrenza che c’è oggi”. Parlando con la gente, con i semplici operai, le reazioni sono le stesse. Quasi nessuno se la prende con gli imprenditori che portano il lavoro all’estero. Fino a poco tempo fa un operaio specializzato poteva guadagnare 2000-2300 euro al mese. Il livello di vita era alto per tutti, e il consenso sociale garantito. Lovato mi ha detto che gli operai sono incavolati, ma non con lui, bensì con lo stato che con le tasse impedisce alle imprese di restare in Italia.

La scomparsa degli immigrati

La situazione di Nicastri è emblematica, tuttavia la disoccupazione nel distretto non appare ancora drammatica. “I tassi di disoccupazione per il momento non sono molti diversi dalla media regionale”, spiega Daniele Morassut del sindacato Filca-Cisl, “perché il personale in esubero riesce a ricollocarsi in altri settori, come l’agricoltura. Quello della sedia è sempre stato un settore di forte flessibilità”. In realtà, la situazione occupazione può essere vista sotto un altro punto di vista. Fino a pochi anni fa gli immigrati rappresentavano tra il 35 e il 40 per cento della forza lavoro, una percentuale divisa equamente tra transfrontalieri sloveni e immigrati provenienti da Marocco, Albania, Senegal, Nigeria, Ghana. Viste le dimensioni delle aziende avere dati precisi è molto difficile e, d’altra parte, a nessuno sembra importare molto. Un paio d’anni fa, lungo la statale che attraversa il Triangolo della sedia, verso sera si vedevano gruppi di africani in attesa del bus, affollata era anche la stazione ferroviaria di San Giovanni al Natisone. Oggi gli immigrati, soprattutto quelli di colore, sembrano scomparsi.

Giovanni Masarotti, il presidente del distretto, è una persona schietta. “Io sono di destra, ma ho amici di sinistra, che io chiamo ancora comunisti, mi piace dialogare con tutti”, dice. Il motivo musicale che accoglie chi telefona alla sua azienda, la Cabas, è l’inno di Mameli. Sulla questione immigrati la sua analisi è semplice: “E’ vero, con la crisi i primi a perdere il posto sono stati gli immigrati, e forse questo ci ha risolto un problema. Niente da dire, anche io ne avevo in fabbrica, gente umile, anche brava, ma è meglio stare tra di noi, non vede quello che succede adesso col terrorismo? Dopo l’11 settembre da noi i musulmani non sono ben visti”. A Masarotti piace la battuta colorita, lo sottolinea quasi a giustificarsi, ma il messaggio è quello. “Ora nelle fabbriche del nostro gruppo abbiamo giusto due sloveni”, conclude. L’espulsione della manodopera straniera, con la temporanea salvezza dei “vicini” di casa sloveni, è un meccanismo tipico delle economie occidentali che entrano in crisi. Accadde lo stesso in Svizzera dopo la crisi petrolifera del 1973: si persero 330mila posti di lavoro, ma la disoccupazione aumentò solo di 25mila unità. La differenza venne data dagli immigrati, che tornarono al loro paese. A Manzano la situazione non è a quei livelli, ma è opportuno chiedersi dove siano finiti gli immigrati.

I sindacati non hanno le idee chiare, le agenzie di lavoro interinale ammettono che negli ultimi mesi è aumentato di molto il numero di persone in esubero del distretto che cerca lavoro, ma sono sia immigrati che locali. In Comune a Manzano dicono che le richieste di sussidi sono cresciute del 42 per cento in un anno, e gli immigrati sono stati tra i primi a farsi avanti.

Ndiaga Niang a Manzano è una mosca bianca. Glielo dico e sorride, visto il colore scuro della sua pelle. E’ l’unico imprenditore africano del distretto. Originario del Senegal, è arrivato qui nel 1989 assieme ad altri connazionali. Nei primi tempi faceva il pendolare tra Trieste, dove dormiva in una pensione, e Manzano. A quel tempo per trovare lavoro bastava entrare in una fabbrica e ti prendevano, con contratto a tempo indeterminato. Trovare una casa, invece, per gli immigrati neri era praticamente impossibile. Per un paio d’anni lui e altri cinque amici hanno vissuto in un casale abbandonato. “Il proprietario era un amico del padrone della fabbrica, non pagavamo niente ma non c’era l’elettricità e neanche l’acqua corrente”.

Niang è testardo e nel 2000 è riuscito a coronare il suo sogno, ha aperto un’azienda in società con un friulano. Le cose sono andate bene per un po’, ma oggi il suo lavoro di tornitura e piegatura degli elementi è poco richiesto. “Molti piccoli hanno già chiuso, e noi lavoriamo a giornate. Questa settimana abbiamo lavoro, la scorsa settimana ho lasciato a casa i due operai che sono con me. Un paio d’anni fa eravamo in cinque. Il problema è che la catena è ferma, io ho fatture scadute che i clienti non mi pagano e loro dicono che hanno lo stesso problema con i loro clienti. Io giro per le aziende, parlo con altri imprenditori, e vedo una situazione che non credevo di vedere qua a Manzano dopo tanti anni. Ci sono aziende che lavorano solo con pensionati e nessuno dice niente. Siamo tornati indietro, è come in Africa, con l’azienda familiare dove si lavora tutto il giorno per pochi soldi”. Niang non è uno che si perde d’animo, ma non vuole illudersi. “Se ho imparato a fare io la sedia possono imparare anche in Romania, e poi è giusto che la ricchezza dei paesi ricchi si trasferisca anche in quelli più poveri, ma qua adesso è la guerra per rubarsi il pane. I grandi si servono di noi per piccoli ordini da fare subito, gli serviamo per questo. Io parlo con i miei amici che stanno in altre parti d’Italia e so che non c’è una realtà dura come Manzano, ma finché c’era lavoro le cose funzionavano, e a me piace fare quello che faccio. Oggi non si riesce più, non si guadagna niente”. Gli chiedo dove sono finiti gli altri immigrati, alcuni lavoravano per lui, senegalesi ma anche ghanesi e uno sloveno. “Lavorano con le cooperative, un giorno qua e uno là, oggi a Manzano e domani a Pordenone, e fanno fatica ad arrivare a mille euro al mese. E’ molto dura”.

Leader e mazze da baseball

In momenti come questi forse aiuta guardarsi un po’ indietro. L’industria della sedia che ha fatto la fortuna di questa parte d’Italia è arrivata dall’estero. Le cose sono andate proprio così, visto che dopo l’Unità d’Italia la regione venne divisa in due e l’attuale provincia di Gorizia rimase sotto l’impero austroungarico. Fu allora che i seggiolai di Mariano del Friuli, paese austriaco a quindici chilometri da Manzano, decisero di trasferirsi “in Italia”. I loro clienti erano tutti in Veneto e Lombardia e il regno d’Italia aveva posto dei dazi alle importazioni. L’industria della sedia nacque grazie a una delocalizzazione. Pare uno scherzo della storia che oggi le industrie facciano il percorso inverso. Il problema, tuttavia, è meno semplice di questa battuta. Per Roberto Grandinetti, economista dell’Università di Padova, quella del distretto della sedia è una “crisi evolutiva”. “A livello regionale le imprese di subfornitura meno evolute sono quelle del distretto della sedia”, spiega, “questa crisi porterà a una forte riduzione del loro numero. La salvezza del distretto potrebbe venire dall’esempio di alcune aziende leader: ricerche su nuovi materiali, diversificazione produttiva, valorizzazione del marketing, limite storico di questa zona, e magari applicazione delle capacità di lavorazione del legno ad altri prodotti. In ogni caso, il distretto non sarà più come prima”.

Il Catas, il “Centro ricerca-sviluppo laboratorio prove settore legno arredo”, è stato fondato a San Giovanni al Natisone nel 1969, un’intuizione lungimirante ma isolata. E’ il più importante centro per lo studio applicativo del legno in Italia. Aziende italiane e straniere fanno fare qui i collaudi per nuovi prodotti e chiedono di studiare possibili iniziative produttive. “Una ditta ci ha chiesto di studiare le possibilità di produrre mazze da baseball, sfruttando le competenze nella lavorazione del legno massiccio”, dice Angelo Speranza, l’ingegnere che guida il centro dalla sua fondazione. “E’ un mercato dominato da Usa e Nuova Zelanda e si potrebbe competere sul piano dei costi”. La ditta che si interessa a questo mercato non ha sede nel distretto, ma a Gorizia, e con la sedia c’entra poco. Alle spalle di Speranza noto un grande manifesto che raffigura molti modelli di sedie. E’ il poster del museo del design della sedia, un’idea perfetta per il manzanese. Chiedo dove ha sede. “Si trova in Svizzera, e pensi che molte di quelle sedie sono uscite dal nostro distretto. Sono almeno vent’anni che si discute di fare qui un museo, ma senza successo”. Dal suo osservatorio privilegiato Speranza ha seguito per tutti questi anni l’evoluzione del distretto. “La storia del museo è emblematica, in questa zona quello che manca è la collaborazione tra aziende e la collaborazione è una componente importante per un distretto”. Una conferma di quanto dice Speranza è la storia del marchio collettivo: si è cominciato a parlarne nel 1959 e ancora se ne discute. Tuttavia, il direttore del Catas si dice ottimista. Non ci saranno più molte aziende, ma quelle che rimarranno sapranno fare meglio, è l’assunto del suo pensiero.

Il mio breve viaggio attraverso il distretto friulano della sedia volge al termine. Ho incontrato persone disperate e ottimisti tenaci, ho toccato con mano l’euforia della globalizzazione e l’altro lato della medaglia: lo smarrimento di chi stava sotto, e più sotto ancora forse finirà. E la politica, che ruolo ha in tutto questo? Sta a guardare, come si conviene allo spettatore del grande show post-capitalista. Difficile dire se sarà una buona visione.

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Un omicidio da dimenticare in fretta

20 settembre 2007. Questo articolo è frutto di un’inchiesta condotta tra settembre e novembre del 2003 per conto del settimanale Diario. Non è mai stato pubblicato. Lo propongo oggi come lo scrissi allora, senza aggiunte né modifiche, perché credo che la storia che racconta meriti tuttora attenzione. Il caso dell’omicidio di Aroldo Prosperi – direttore dell’azienda agricola di Torviscosa, un tempo la più grande d’Italia – è stato chiuso senza individuare un colpevole e nemmeno un movente plausibile. Da allora non se n’è più parlato. Con soddisfazione dei più. Meglio continuare a credere che il Friuli sia un’isola felice.

 

Di Max Mauro

Qualcuno ha scritto che è consigliabile dubitare delle cose che appaiono troppo ovvie. Quando Aroldo Prosperi, direttore di quella che un tempo era la più grande azienda agricola italiana, oggi di proprietà di Ennio Doris e Renato Andretta e in passato dei Ferruzzi e Raul Gardini, venne ucciso da due scariche di fucile da caccia sparate a distanza ravvicinata, la soluzione sembrava semplice. Ovvia, appunto. Sono stati dei bracconieri colti sul fatto. Così ritennero gli inquirenti a botta calda, la sera stessa del delitto, avvenuto a Torviscosa, in provincia di Udine, il 19 ottobre 2001. E così scrissero i giornali locali e ribadirono le tv per giorni e giorni. Cominciò un mea culpa collettivo contro la “piaga” dei cacciatori di frodo, numerosi nella bassa friulana, attratti da sempre dalla fauna presente in quella vastissima estensione di campi, pioppeti, canali e boscaglie. Ora che l’inchiesta è stata archiviata senza che sia stato trovato un colpevole, un movente plausibile, e con pochissimi indizi a disposizione, i dubbi che circolavano già da tempo stanno convincendo i più. E si aprono vari scenari: una ridda di ipotesi inquietanti rinfocolata da alcune lettere anonime.

Tutto è accaduto in un luogo dove si intrecciano grandi interessi economici. L’azienda agricola di circa 3mila ettari è stata rilevata dal fondatore di Banca Mediolanum, nonché socio di Silvio Berlusconi, e dal suo amico d’infanzia Renato Andretta nel 1997 dalla Montedison, che amministrava i beni della famiglia Ferruzzi dopo il crack finanziario seguito a Manipulite. Agli albori, negli anni trenta, l’azienda contava settemila ettari, sottratti alle paludi per volontà del Duce, che voleva realizzare qui una città-fabbrica per produrre la “cellulosa autarchica”. Servivano grandi quantità di canna gentile e una zona ricca d’acqua. Quell’ampio territorio poco popolato al limitare della laguna era perfetto. All’inaugurazione dello stabilimento venne Mussolini in persona. “21 settembre 1938. Nasce il complesso industriale, il tenimento agricolo, la città”: la frase è incisa su di un grande monumento in marmo posto di fronte allo stabilimento chimico e sintetizza la peculiarità del luogo. L’insolito connubio di chimica e agricoltura resistette alcuni anni nel dopo-guerra, fino a ché le strade si divisero: la chimica subì varie trasformazioni e oggi è controllata dal Gruppo Caffaro. Pur separate e conflittuali, le due anime della cittadina sono tuttavia condannate a convivere. Non senza problemi. I tempi odierni, di crisi economiche e rilocalizzazioni, sono difficili sia per l’una che per l’altra.

Si indaga, a spanne

Di quell’omicidio avvenuto in un soleggiato pomeriggio di autunno si sanno poche cose. Si sa che la vittima era prossima alla pensione. Aroldo Prosperi, 60 anni, dopo una vita spesa in quei capi dove era anche nato – era figlio di uno dei pionieri della città-fabbrica – con la fine dell’anno avrebbe chiuso la sua carriera. Da ragazzo, ottenuta la laurea in agraria presso l’Università di Piacenza era entrato subito al servizio dell’azienda agricola, diventandone dopo alcuni anni il direttore. Il lavoro lo assorbiva completamente. La campagna, dicono all’unisono quelli che l’hanno conosciuto, era la sua vita. “Era la memoria storica del luogo – dice il fratello Roberto, impiegato in pensione della Chimica –, con lui è andato perso un patrimonio unico di sapere”. Ai tempi dei Ferruzzi – tra il 1979 e il 1993 – era uno dei più stretti collaboratori tecnici del gruppo, girava il mondo in visita alle tenute della famiglia e per un periodo era stato anche consulente del Ministero dell’agricoltura. Sapeva tutto di quei luoghi.

Verso le 17.30 del 21 ottobre giunge al 112 la chiamata di un uomo che con voce tranquilla dice: “Sono Prospero, mi trovo nella riserva di Torviscosa e ci sono dei bracconieri”. La voce poi tace ma la linea rimane aperta ancora per un paio di minuti. Purtroppo la telefonata non viene registrata (pare che nelle stazioni dei carabinieri più piccole la registrazione non sia la regola) e forse per questo motivo ne verrà in un secondo tempo fornita un’altra versione, trasformando quel curioso “Prospero” in un più credibile “dottor Prosperi” e aggiungendo altre informazioni. Questo fatto farà sorgere nei familiari della vittima dei dubbi sull’attendibilità della chiamata, ma non è l’unica bizzarria in cui sono incorsi gli inquirenti nel condurre le indagini. Vengono allertati i carabinieri della zona che cominciano le ricerche. Solo verso le 21 un collaboratore dell’azienda individua il furgoncino bianco del direttore. E’ in un viottolo poco distante dall’argine del fiume Corno, il limite meridionale della proprietà, una zona molto frequentata dai pescatori. Il corpo dell’uomo è riverso sul sedile di guida con la portiera aperta e un piede all’esterno.

Gli unici indizi che gli inquirenti riescono a raccogliere sono il bossolo mezzo vuoto di una cartuccia da caccia e alcuni pallini. All’esterno dell’auto trovano una piuma di fagiano. Di impronte non c’è traccia, nemmeno quelle della vittima sul telefonino che giace ancora aperto nell’abitacolo. Di questo, tuttavia, se ne accorgeranno solo il mattino successivo quando completeranno i rilievi sul mezzo, trasportato nella notte in un’autofficina della zona. Forse alla caserma dei carabinieri non c’era spazio, sta di fatto che il furgoncino dove è stata uccisa la vittima passa la notte nel capannone di un meccanico.

Dunque, i bracconieri. L’ipotesi ufficiale è quella e così, a partire dalla notte stessa del delitto, vengono ispezionate le case di molti cacciatori. La pista appare plausibile perché, effettivamente, i precedenti non mancano. Il direttore era una persona severissima nel controllare i possedimenti, di cui conosceva ogni anfratto. La proprietà era anche una riserva privata dove si poteva cacciare solo su invito. Ai tempi di Ferruzzi gli inviti li gestiva Prosperi in persona – era un cacciatore lui stesso – e gli ospiti erano persone eccellenti come il presidente della regione, il democristiano Antonio Comelli, imprenditori e notabili locali. Se il direttore notava l’auto di un bracconiere ne segnalava la targa ai carabinieri di Torviscosa. Questa era la prassi. Va detto che i bracconieri rischiano appena una sanzione amministrativa e così i recidivi sono numerosi. Nei paesi tra San Giorgio di Nogaro e Torviscosa c’era più di qualcuno che ce l’aveva con il direttore per questo suo puntiglio. Forse qualcuno ha voluto vendicarsi, hanno pensato gli inquirenti fino alla fine. A dirla tutta, altri ce l’avevano con lui perché si era fatto carico della riorganizzazione aziendale del dopo-Ferruzzi. Firmava le lettere di licenziamento. Non poche, visto che nel momento in cui è scomparso l’azienda contava appena una ventina di dipendenti, contro le diverse centinaia degli anni sessanta. Il grosso del lavoro oggi lo fanno i contoterzisti, come vengono chiamati in agricoltura i lavoratori in appalto. Nelle stalle, a mungere le vacche, ci sono gli immigrati indiani.

La paura della moglie

Dopo alcune settimane di indagini un uomo viene iscritto nel registro degli indagati. Sarà il primo e l’ultimo indagato di questa strana storia. E’ un anziano cacciatore della zona con dei precedenti di bracconaggio. Sembra che in passato avesse avuto uno screzio con Prosperi e questo lo rende sospettabile. Nel suo alibi c’è un buco di quaranta minuti. Passano alcuni mesi e la sua posizione viene stralciata dal registro degli indagati: non è stato lui. Nel frattempo Elvio Pines, questo il suo nome, era già morto: se l’era portato via un tumore con il quale combatteva da un paio d’anni. “Prima di questa storia – dice Andrea, il figlio minore – mio padre stava reagendo al tumore, ma poi, quando si è trovato addosso questa accusa assurda, ha perso ogni voglia di vivere”. Quel giorno in cui venne compiuto il delitto, Elvio Pines lo aveva passato in buona parte all’ospedale per completare un ciclo di terapie chemioterapiche. “Quando l’ho riportato a casa faceva fatica a stare in piedi – aggiunge l’altro figlio, Daniele – respirava a fatica e verso sera si mise a letto con la bombola d’ossigeno. Come avrebbe potuto salire in auto e andare ad uccidere un uomo? Per cosa poi? Per un fagiano? Non raccontiamo balle, quello è stato un agguato mafioso. Non è stata gente di qua. Mio padre è solo un’altra vittima”.

La casa della famiglia Pines è a Villanova, un borgo di San Giorgio di Nogaro che confina con i campi dell’agricola e il fiume Corno. Dal luogo del delitto dista circa due chilometri. Da queste parti il bracconaggio è una pratica tradizionale, al punto che non lo si chiama nemmeno più così. “Mio padre aveva il fucile sempre nell’auto, nel caso un fagiano gli attraversasse la strada”, spiega Andrea.

Una guardia venatoria che preferisce mantenere l’anonimato spiega alcune cose sul bracconaggio che fanno apparire poco plausibile la tesi abbracciata dagli inquirenti. “L’omicidio è avvenuto con la luce, per di più in un giorno di silenzio venatorio. Nella mia esperienza non ho mai visto o saputo di un bracconiere che agisce di giorno, al massimo con la nebbia, ma quel giorno c’era un bel sole. E poi in quella zona non c’è selvaggina perché ci passano i pescatori. E mi sembra assurdo che un bracconiere debba arrivare ad uccidere un uomo solo perché lo ha scoperto, visto che rischia giusto una multa”. I pescatori che quel pomeriggio erano sull’argine, interrogati dagli inquirenti, hanno detto di non aver sentito niente, ma sull’altro lato del fiume c’è Porto Nogaro, il terzo porto commerciale della Regione, e le operazioni di carico e scarico fanno rumore.

Se non è stato un bracconiere, chi ha ucciso allora Aroldo Prosperi?

Alcune argomentazioni della guardia venatoria le aveva rilanciate a un anno dal delitto Marinella Prosperi, sorella minore della vittima, per invitare gli inquirenti a puntare l’attenzione in altre direzioni. La sorella non ha mai creduto all’ipotesi del bracconiere. Oggi, ad inchiesta chiusa, non ha molte cose da aggiungere. E’ delusa da come sono andate le cose. Amareggiata per il fatto che, in tutti questi mesi, qualcuno che poteva sapere qualcosa non abbia parlato. Giuseppe Spinelli, un vecchio compagno di università della vittima, vede la situazione così:“Ho timore che suo malgrado Aroldo avesse scoperto o sapesse qualcosa che non avrebbe dovuto scoprire o sapere. Non so cosa, ma certo qualcosa che fa paura ai cittadini della bassa friulana. Mi sembra che tutti si comportino come in una storia di Meridione: non ho visto, non ho sentito, non parlo”.

La famiglia si era opposta a una prima richiesta di archiviazione avanzata dal pm Monica Biasutti, ma alla seconda ha gettato la spugna. La vedova, Milvia Sguazzin, si sente impotente dopo aver più volte espresso le sue forti perplessità sulla dinamica ufficiale dei fatti. “Quella telefonata non è di mio marito”, ebbe a dire rispetto alla chiamata registrata dai carabinieri. “Perché mio marito avrebbe dovuto chiamare il 112 quando conosceva a memoria il numero della caserma dei carabinieri di Torviscosa e di persona i funzionari che vi lavorano? E perché non specificare in quale riserva di caccia si trovava, visto che a Torviscosa ce ne sono due?”, erano le domande al centro dei suoi dubbi. Ma chi poteva volergli male al punto da architettare un agguato? “Non ricordo che mio marito abbia mai parlato di nemici – ebbe a dire -. Di una cosa però sono sicura: aveva profondo disprezzo per le persone notoriamente corrotte». Ora preferisce non alzare polvere, anche se quella morte misteriosa non la fa dormire. “Ho due figli ancora giovani, devo pensare a loro. Mio marito avrebbe voluto così”, dice. Si capisce che ha paura. Di chi o di cosa, nemmeno lei sembra saperlo. O non vuole dirlo.

Lettere anonime, denuncie caduche

I dubbi che si sono accavallati sulla dinamica dell’omicidio non hanno tuttavia portato gli inquirenti ad abbracciare con convinzione altre piste, pur avendo per loro stessa ammissione scandagliato ogni possibilità. Qualcuno suggerisce che l’incarico di coordinare le indagini sia stato affidato a un pubblico ministero con pochissima esperienza, lasciato solo fino alla fine dell’inchiesta. A complicare le cose sono spuntate delle lettere anonime, quattro per la precisione, che in vario modo lanciavano dei sassi pesanti. Una di queste, giunta alla vedova, era molto esplicita e circostanziata: “L’errore del vostro congiunto è stato quello di confidare a dei conoscenti che una volta raggiunta la pensione si sarebbe dedicato alla tutela dell’ambiente senza cautelare gli interessi di nessuno e specificando di avere le prove e le documentazioni anche per fermare le iniziative energetiche in corso”. L’anonimato non consentiva agli inquirenti di dare credito alla cosa. Nel mistero, i sospetti si alimentano da sé. Quella ambientalista è diventata la prima delle ipotesi alternative sollevate attorno al caso.

Del fatto che Prosperi da pensionato intendesse dedicarsi alla difesa dell’ambiente a chi lo ha conosciuto non pare plausibile. Di politica non si era mai occupato in vita sua, in una sola occasione aveva accettato di essere inserito nelle liste del Partito Repubblicano per una consultazione amministrativa. Dal racconto del fratello Roberto risulta che nei primi anni novanta avesse ricevuto una grossa proposta, forse dalla Dc, che lui rifiutò, e che in seguito qualcuno lo avesse minacciato di morte se si fosse candidato. La persona a cui aveva confidato questo era la madre, oggi morta. Di sicuro era un uomo visceralmente legato all’ambiente in cui era nato e cresciuto. La sua vita era l’azienda. Non aveva amici stretti, solo conoscenti e collaboratori. L’impegno che dedicava al lavoro lo pretendeva dagli altri e questo non sempre facilitava i rapporti.

“Era molto appassionato del suo lavoro e competente – dice Daniele Cecioni, presidente dell’Unione Agricoltori della provincia di Udine, del cui direttivo Prosperi faceva parte –. Si occupava dell’azienda quasi come fosse sua, era puntiglioso, anche rigido in certe cose. La politica? Non ne so nulla, ma non sarebbe di certo andato a sinistra”. “Una volta, alcuni anni fa – dice Mareno Settimo, ambientalista storico di Torviscosa e consigliere comunale d’opposizione – Prosperi mi contattò per chiedermi l’elenco degli inceneritori in progetto nella zona, visto che uno era previsto all’interno della Caffaro. Gli inviai la lista ma non so che uso ne fece, non lo sentii più. Era un tipo severo, ma mi sembra strano pensare a lui come un ambientalista”.

Le “iniziative energetiche in corso” di cui parlava l’anonimo nella lettera sono riconducibili al progetto della grande centrale a turbogas in costruzione accanto allo stabilimento chimico Caffaro, la prima a partire fra quelle autorizzate dal ministro Marzano. Un impianto di proprietà della Edison, ma voluto dalla stessa Caffaro, in grado di produrre 800 megawatt di energia e che avrà, secondo il WWF e gli ambientalisti locali, un impatto pesante sull’ambiente circostante: nella zona l’umidità aumenterà del 200 per cento e verrà compromesso l’equilibrio della laguna. Un affare notevole, in grado di assorbire ampiamente il deficit energetico dell’intera regione e di cambiare l’economia locale. Che Prosperi da pensionato intendesse trasformarsi in un battagliero ambientalista? Il modo in cui ha condotto la sua vita porta ad escludere questa ipotesi. E allora, chi ha scritto quella lettera? E perché?

“Non so che piani avesse Prosperi dopo la pensione – dice Luciano Piovesan, compagno d’infanzia e per un periodo suo collaboratore – , gli sarebbe piaciuto avere dei campi tutti suoi, quello sì, la campagna era la sua vita. Ma aveva anche alcune abilitazioni all’insegnamento e pensava di aprire uno studio tecnico”. Piovesan è vicepreside dell’Istituto tecnico industriale Malignani 2000 di San Giorgio di Nogaro. Mi riceve a scuola nel giorno dello sciopero generale. Le aule e gli uffici sono vuoti, solo due insegnanti su venti in servizio. Per l’intervista, chissà perché, mi invita a uscire dal suo ufficio e mi conduce in officina, poi per il troppo rumore finiamo in un grande laboratorio deserto. “Se lei mi chiede se qua c’è gente capace di uccidere una persona per un fagiano – afferma – e poi nascondere la mano le dico di sì. Per certa gente il bracconaggio è una pratica di uso consueto, è così da sempre. E poi Prosperi odiava i bracconieri, perché eliminavano la selvaggina che lui ripopolava con impegno per la caccia regolare”.

Malisana, una piccola Montecarlo

Malisana è la frazione di Torviscosa dove ha sede l’azienda agricola, è un borgo di poche centinaia di anime circondato dai campi. Don Oreste Zorzenone è parroco da quarant’anni, conosceva Prosperi fin da ragazzo. Mi trattiene sulla porta della canonica e di primo acchito non vuole rispondere alle domande. “Cosa vuole sapere? Il caso è chiuso”, afferma sbrigativo. Poi, insistendo, qualcosa dice. “Era uno corretto, uno corretto è facile che entri in conflitto con qualcuno, ma io non so. Bracconaggio? Quello non è credibile. La zona è particolare, è vero, anni fa io sono stato accoltellato in piazza da uno psicopatico, ma in questo caso non credo al bracconaggio”. C’erano conflitti con la proprietà? Don Zorzenone preferisce non parlare, dice di non sapere. Poi la porta si chiude, bruscamente.

Che la ragione della morte di Aroldo Prosperi sia da ricercare nei rapporti con la proprietà gli inquirenti lo hanno escluso. Nella richiesta di archiviazione sta scritto che “non risultava alcun conflitto tra il Prosperi e i proprietari dell’azienda”. Su quest’ultima affermazione, tuttavia, i dubbi non mancano. I rapporti tra il direttore e i proprietari erano tutto meno che idilliaci. I drastici tagli del personale e dei costi erano un fatto, al punto che da dieci anni Prosperi non riusciva ad andare in ferie. Al momento della sua morte aveva accumulato circa 380 giorni di ferie arretrate. “Per i Ferruzzi era come uno di famiglia, si fidavano ciecamente di lui, andava a caccia con Raul Gardini e Arturo Ferruzzi”, ricorda il fratello Roberto. Di certo ai tempi di Gardini l’agricoltura era una cosa diversa. “So che parlava con un certo disagio dell’attualità – dice Daniele Cecioni dell’Unione agricoltori -, di un’agricoltura vissuta come business, di certo ricordava con molto affetto i tempi di Ferruzzi, ma non mi ha mai detto di eventuali problemi. Era uno riservato”.

L’avvocato Raffaele Conte aveva assistito Prosperi quale direttore dell’azienda in tre cause chiusesi positivamente poco prima della sua morte. “Si trattava di questioni ambientali di non grande rilevanza. In un caso, Prosperi aveva creato un’oasi faunistica per le oche e il corpo di vigilanza ambientale gli aveva contestato la realizzazione di un laghetto artificiale. Venne assolto con formula piena in tutti i casi, ma quando venne il momento di pagare la mia parcella i proprietari si opposero, volevano mercanteggiare. Ricordo l’imbarazzo di Prosperi per questa situazione, che si è chiusa dopo una penosa trattativa diverso tempo dopo la sua morte”.

Ma ecco il colpo di scena. Nei giorni precedenti all’omicidio un giornale locale era uscito con un titolo a nove colonne: “A Torviscosa uno yacht club da 3500 posti barca”. L’idea era di Ennio Doris, comproprietario dell’azienda agricola sui cui terreni sarebbero dovuti sorgere un eliporto, un albergo, campi da golf, piscine, campi da tennis. Secondo il giornale l’investimento sarebbe stato di cento miliardi di lire e avrebbe creato “una piccola Montecarlo all’incrocio tra i fiumi Corno e Aussa”. Del progetto da allora non si è saputo più nulla. Contattiamo l’azienda per avere qualche informazione ma non riceviamo risposta. Dopo aver lasciato un messaggio alla segretaria del direttore e richiamato senza successo per due volte all’ora indicata, si intuisce che non c’è molta voglia di parlare con i giornalisti. Al Comune a Torviscosa non risultano proposte di questo tipo, ma gli interventi sulla laguna sono di competenza della Regione, spiegano. Anche negli uffici di Trieste, tuttavia, del mega-progetto non c’è traccia. L’idea, che certo non faceva felice Prosperi perché avrebbe stravolto la “sua” azienda, sembra essere stata accantonata.

Riservatezza o omertà?

Di fronte all’arenamento delle indagini la fantasia popolare produce altre ipotesi per dare una spiegazione a questo giallo. C’è chi, il fratello della vittima, chiama in causa il tragico destino dei Ferruzzi. Severino, il pioniere, morto in un incidente aereo dalla dinamica sospetta e Raul Gardini, il successore, suicida nei giorni caldi di Manipulite. Un suicidio al quale la moglie non ha mai creduto. Aroldo Prosperi era uno dei loro collaboratori tecnici più stretti. Era direttore dell’azienda più grande del gruppo in Italia. Ai Ferruzzi li univa la passione per l’agricoltura e forse anche quei tratti del carattere che Prosperi aveva ereditato dal padre, romagnolo come loro. Che la sua morte sia legata al tragico destino dei vertici del gruppo? Che esaurito il vincolo che lo legava con l’azienda potesse decidere di liberarsi di qualche segreto scottante? Le indagini non si sono spinte in questa direzione.

Fra la gente del paese sono pochi coloro che accettano di parlare dell’omicidio. La città-fabbrica è ancora una realtà e più o meno tutti hanno a che fare o con l’azienda chimica o con quella agricola. C’è chi, nella garanzia dell’anonimato, si lascia tuttavia andare e offre un nuovo spunto di riflessione. Prosperi sarebbe stato ucciso perché sapeva di traffici illegali che avvenivano nel vicino Porto Nogaro. Rifiuti tossici? Chi lancia questa illazione, un sindacalista che conosce bene la zona, non dice di più. Di Porto Nogaro come punto di transito di rifiuti tossici si parla nel libro “Ilaria Alpi, un omicidio al crocevia dei traffici”, scritto da Barbara Carazzolo, Alberto Chiara e Luciano Scalettari ed edito da Baldini e Castoldi. Prosperi era membro del Consorzio Aussa-Corno, che gestisce il porto, ma questo non gli aveva impedito di avviare una causa contro lo stesso Consorzio per lo sversamento di acque marine sui terreni dell’azienda agricola di cui era direttore. Per difendere la proprietà non guardava in faccia nessuno.

Di fronte alla girandola di teorie che aleggiano uno che pare avere le idee chiare è il sindaco di Torviscosa, il diessino Roberto Duz.“È un delitto che rimarrà nella storia – ha dichiarato a un quotidiano locale – per l’unicità e il modo in cui è avvenuto. Purtroppo non si capisce ancora perché, è un interrogativo con il quale la comunità locale deve, allo stato dei fatti, convivere. Sono passate tante ipotesi e congetture, più o meno valide. Resta il fatto che non ci sono prove».

Nell’omicidio di Aroldo Prosperi mancano le prove ma latitano anche le parole. Reticenze, silenzi, accuse anonime hanno reso difficili le indagini e hanno mostrato una faccia particolare del profondo Nord-est: la riservatezza tipica dei friulani può essere un mantello sotto cui si cela l’omertà.

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