Interviste

 

Da Alias, inserto culturale de Il Manifesto, Sabato 23 giugno 2007

Intervista a Erik Gandini

Di Max Mauro

Fateci caso, da qualche tempo il documentario è diventato un genere apprezzato dal pubblico anche in Italia. Registi di fama si cimentano con questo linguaggio che permette di raccontare la realtà come la televisione non vuole più fare, editori importanti distribuiscono opere documentaristiche in dvd con l’attenzione che di solito si porta per i film d’autore. Tra le opere più intriganti viste negli ultimi anni ci sono certamente quelle di Erik Gandini. Sacrificio. Chi ha tradito Che Guevara, realizzato assieme a Tarik Saleh, è pubblicato in dvd da Rizzoli e il più recente Gitmo. The new rules of war verrà distribuito da Fandango dal prossimo giugno. Classe 1967, nato e vissuto a Bergamo fino ai 18 anni, quando si è trasferito in Svezia, paese natale della madre, Gandini ha esordito nel 1994 con un film-verità sulla guerra di Bosnia, Raja Sarajevo. Da allora ha prodotto altri cinque documentari lungometraggi, due dei quali a quattro mani con Tarik Saleh, con cui condivide assieme ad altri la gestione della casa di produzione Atmo, a Stoccolma. Surplus, il più premiato e visto dei sui film, portato a circa settanta festival internazionali, non è ancora distribuito in Italia. Abbiamo incontrato Gandini a Trieste in occasione della prima edizione di NodoDocFest (www.nododocfest.org), festival del documentario organizzato dall’associazione Il Nodo, dove è stato premiato per il suo lavoro. Disponibile e gioviale, ci ha raccontato l’esperienza originale di un regista migrante che fa documentari con la passione di un amante e la spregiudicatezza di un punk rocker.

Come ti sei avvicinato al documentario?
Mi sono trasferito il Svezia dopo il liceo e lì ho scoperto il documentario. Venivo da una realtà italiana senza documentari, c’era molta televisione, la televisione dell’epoca, quella degli anni ottanta. Il documentario è entrato nella mia vita violentemente, mi è piaciuto subito l’idea di poter raccontare in modo così semplice delle cose. E poi l’idea di poter passare da osservatore passivo a protagonista, o meglio di poter vivere delle esperienze senza passare attraverso il racconto di altri. L’esperienza di Raja Sarajevo è stata questo: era una guerra sovra-raccontata, c’erano così tante notizie su quel conflitto al punto che la gente, almeno in Svezia, era stanca di sentirne parlare. E allora l’idea di andare con una piccola videocamera in un luogo overcovered e di stare non in albergo ma presso nostri amici e di raccontare la loro vita, è stato per me un rendermi conto che questo metodo di lavoro poteva farmi riconquistare la realtà, una realtà che si era persa per colpa della televisione. Per anni questa professione ha avuto un senso terapeutico per me, se così si può dire.

Hai un approccio molto libero da schemi, nell’uso della musica come nel ruolo del regista-autore: da chi hai appreso il piacere di sperimentare?
A dire il vero, ho fatto una scuola abbastanza rigida, alla scuola di cinema in Svezia c’era un’idea piuttosto ortodossa del documentario: tu autore non devi prendere parte, non devi manipolare il materiale, mai mettere musica, sempre togliere le domande per dare l’impressione che sia cinema verité. Poi vidi un film di Bruce Weber su Chet Baker, Let’s get lost. Qui c’era veramente l’idea di usare il linguaggio cinematografico per esprimere ciò che l’autore sentiva e vedeva del personaggio, della sua musica, era un modo assolutamente creativo di raccontare con il documentario e la cosa mi ha ispirato tantissimo.

I tuoi documentari hanno sempre temi legati alla storia o all’attualità politica (la guerra in Bosnia in Raja Sarajevo, i figli dei soldati Usa in Vietnam in Amerasians, il G8 di Genova in Surplus, Guantanamo, Che Guevara): c’è un impegno politico dietro queste scelte?
Negli anni ’80 ero coinvolto nel movimento punk in Italia, ma forse per ragioni più personali che politiche. C’è un’idea del documentarista come una specie di altruista, un tipo che con i suoi film vuole salvare il mondo, nel mio caso, però, c’è soprattutto una componente di curiosità personale, questi argomenti mi interessano veramente. Con Che Guevara c’era il sogno di raccontare qualcosa come mi sarebbe piaciuto che qualcuno me l’avesse raccontata a scuola. L’idea di raccontare cose a modo mio, la voglia di riprendersi la realtà torna anche in Guantanamo. Chi ci va a Guntanamo? Chi si intromette in questo argomento? E su Che Guevara? La sua è un’immagine intoccabile, io non sono uno storico, non sono Gianni Minà, chi sono io per parlare del mistero della sua morte? E invece sì, lo posso fare. Prendersi spazi nel mondo ecco, questo è per me fare documentari. E poi il documentario mi fa fare delle esperienze che sono un privilegio. Un mio amico dice, scherzando, che “I documentari sono brutti da vedere ma è bello farli”.

Come sono i rapporti con la Zentropa, la casa di produzione di Lars Von Trier, che ha prodotto i tuoi ultimi film? Ha dato fastidio che tu abbia scritto un “contromanifesto” al Dogumentary di Von Trier?
A una presentazione di Surplus i tipi della Zentropa hanno parlato del Dogumentary, un manifesto che Von Trier aveva scritto sulla scia del Dogma, con l’idea del ritorno all’imparzialità del documentario. Adesso niente più musiche, niente manipolazione delle immagini, a ogni taglio lascia tre fotogrammi di nero perché si veda la manipolazione, non usare materiale d’archivio, non usare telecamere nascoste, e soprattutto lascia alle “vittime” del film, tre minuti alla fine per dire cosa ne pensano di quello che hai fatto. Un modo per dire basta con questi documentari troppo creativi, troppo di parte. Mi sono reso conto che Surplus era fatto esattamente all’incontrario di quello che diceva lui e così ho scritto un contro-manifesto. In realtà era un dibattito inter nos e il mio “manifesto” era pensato solo per il mio film. Con Zentropa siamo in ottimi rapporti, mi piace moltissimo quello che fa Lars Von Trier e credo però che la creatività che lui mette nei suoi film sia un diritto anche nostro, come documentaristi: non siamo delle telecamere della sorveglianza, dei robot, ma degli esseri umani, c’è della passione e del cuore in quello che vogliamo esprimere e dovremmo poter usare tutti gli strumenti che usa lui quando fa fiction. Rispetto al Dogumentary, va detto però che Lars fa queste cose anche per gioco, come provocazioni.

Lo stile di Surplus è molto vicino a quello dei videoclip, mentre i film a quattro mani con Saleh sono più documentari-inchiesta, quali dei tuoi film ti rappresentano di più?
Sono legato a tutti i film che ho fatto, ma con Tarik ci divertiamo a fare film-inchiesta, a immergerci in questi argomenti per trovare delle risposte alle domande che ci poniamo l’un l’altro. Se lavoro da solo mi muovo in altro modo.

Hai toccato spesso il tema della profuganza e della migrazione, questo interesse ha a che fare con la tua doppia identità di svedese e italiano?
Per molto tempo questo per me è stato un problema, non sapevo mai se ero 50 per cento l’uno e 50 per cento l’altro o 70 per cento italiano e 30 svedese, ero come fissato con queste percentuali, mi sentivo un po’ un alieno. Girando Ameresians mi sono reso conto di una cosa importantissima rispetto alle percentuali, cioè che io sono 100 per cento italiano e 100 per cento svedese e quindi sono il 200 per cento di quello che sono. Sembra una banalità, ma per tutti noi migranti, e siamo tanti, la cose stanno così. Leggendo Edward Said ho capito che non siamo delle vittime di cui aver compassione perché non abbiamo un paese, al contrario ne abbiamo due. Questo è importante, riappropriarsi di questa coscienza, di essere orgogliosi della propria condizione di migrante.

Il fatto di essere film-makers migranti (Saleh è svedese-egiziano) vi ha creato problemi o in qualche modo favorito in un paese come la Svezia, storicamente accogliente verso i migranti?
In Svezia c’è una tolleranza istituzionale calata dall’alto, c’è un’integrazione istituzionale come ci sono le quote rosa. Per esempio, l’istituto cinematografico che dà i finanziamenti pretende che almeno il 40 per cento dei film siano fatti da donne. Non è che io e Tarik ci siamo giovati di questa situazione, che abbiamo avuto la carità, ma in qualche modo nella società svedese può essere un vantaggio avere un’origine straniera. In Svezia ha successo il cinema di registi immigrati, ci sono alcuni registi di origine iraniana, c’è un regista libanese noto anche in Italia, Josef Fares, quello di Jalla Jalla. In Svezia ci sono anche i quartieri ghetto, inutile negarlo, ma su tutto c’è l’ambizione, tipica svedese, di creare dall’alto la società perfetta: tutti i bambini devono imparare a nuotare, le donne devono poter lavorare, è il paese con il maggior numero di donne in parlamento. E’una scelta, come quella di avere una televisione senza pubblicità. Sono delle visioni, anche costose, che lo stato e la società fanno e sono cose che ammiro di questo paese.

Ti sei mai chiesto cosa avresti fatto se fossi rimasto in Italia?
Sì, ogni tanto me lo chiedo. Credo che avrei fatto altre cose ma il documentario non avrei potuto farlo. In Svezia il documentario viene recensito, esce al cinema, viene finanziato, passa in televisione in prima serata. Il documentarista non viene visto come lo sfigato che vorrebbe fare fiction, è un genere riconosciuto, che ha dignità. Per tanti anni dicevo in Italia che facevo documentari e mi sentivo dire: “Ah, sulla natura?”. Era difficile per me spiegare cosa facevo e anche il fatto che io scegliessi da me i soggetti, come qualsiasi autore cinematografico.

Negli ultimi anni vieni invitato spesso in Italia per festival e a tenere laboratori, vedi dei cambiamenti rispetto alla situazione che hai descritto?
Vedo che stanno succedendo molte cose, forse grazie al fatto che la tv in Italia non trasmette i documentari sono cresciuti dei circuiti di qualità che fanno un ottimo lavoro per diffonderli, in maniera se vogliamo militante, ma è un segnale di vitalità.

Toglimi una curiosità, come mai Surplus non esce in Italia?
Surplus è il mio film più premiato e più visto in assoluto, eppure l’Italia è l’unico paese in Europa dove non esce e non so spiegarmi il perché. In Svezia è uscito in tv un sabato sera alle 21. Alla critica è piaciuto, è stato visto più come un film da discutere che come un film che dice semplicemente “i black bloc hanno ragione”. A distanza di sei anni dal G8 di Genova ci si può permettere di andare oltre le questioni giudiziarie per analizzare i significati della rivolta di massa contro le cose. E’ il tentativo di fare un viaggio per mettere in immagini e musica l’idea di consumismo. Forse in Italia non lo vogliono, ma sarebbe un po’ triste se fosse realmente così, per un’incapacità di interpretare un documentario che sembra politico ma che non si capisce esattamente cosa vuole dire. Un conto è Super Size Me che si capisce subito è contro Mac Donalds, un conto è un film che è più un resoconto di un viaggio attorno a un problema, con molte interviste, che espone teorie disparate ed anche estreme. La mia impressione è che qui ci si chieda prima di tutto: da che parte sta, a destra o a sinistra? C’è il bisogno di inquadrare le cose a questo modo. All’inizio questo è successo anche in Svezia, Attack non voleva avere a che fare con questo documentario, mentre nel mondo della pubblicità è piaciuto. La cosa mi ha fatto piacere perché avevo paura che diventasse un film militante, non volevo che diventasse un film solo per i centri sociali, come si dice in Italia, volevo un film per tutti. Ho scoperto che questo argomento interessa tantissima gente.

Stai lavorando a un nuovo film?
Sì, ma non posso dire di cosa si tratta, mi piace parlare dei film quando sono finiti, non prima.

La vostra casa di produzione, Atmo (www.atmo.se), è specializzata in documentari?
Il documentario è l’attività più importante perché è quella che su cui abbiamo lavorato di più, cerchiamo di fare soprattutto documentari lungometraggio per il cinema, ma facciamo anche serie per la tv. Non facciamo pubblicità, quella no. Adesso comunque siamo impegnati in un grosso progetto di un film animato per un pubblico adulto.

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Da Alias, inserto culturale de Il Manifesto, Sabato 30 giugno 2007

 

Migrante e gay nella cattolica Irlanda

Intervista con Aine O’ Brien e Alan Grossman, registi di “Here to stay”

Di Max Mauro

Fidel è un giovane infermiere filippino assunto in un ospedale irlandese. E’ uno dei cinquemila infermiere professionali che l’Irlanda ha reclutato all’estero negli ultimi anni. E arrivato nell’isola grazie a un permesso speciale, la “carta verde” per i lavoratori qualificati, ma la sua vita in Irlanda non è tutta rose e fiori. Fidel ha deciso di impegnarsi per quelli come lui, a cui è concesso un permesso per due anni ma senza garanzie per il futuro, e per chi sta peggio di lui, i lavoratori senza documenti, i molti irregolari presenti in Irlanda come nel resto d’Europa. E’ un leader del movimento per i diritti dei migranti. Ma Fidel è anche gay e ha una relazione con un collega di lavoro irlandese con cui va a convivere, mentre organizza feste Bakla per la comunità filippina, sfilate en travesti molto popolari nel paese asiatico.

Questo singolare intreccio di storie e di identità non è il soggetto di un film di finzione ma il contenuto di un documentario che racconta con forza e intensità la nuova realtà immigratoria dell’Irlanda, il paese dell’Europa occidentale dove l’immigrazione da paesi non-Ue è più recente. Si intitola Here to stay ed è stato presentato a Human Rights Nights, festival del cinema dei diritti umani che si tiene da sette anni in primavera a Bologna. Gli autori del film sono Aine O’ Brien e Alan Grossman, che condividono anche la direzione del Centre for Transcultural Research and Media Practice, un istituto di Dublino specializzato nello studio e nella rappresentazione dei fenomeni migratori e della globalizzazione attraverso diversi media, come il cinema, la fotografia, le installazioni artistiche, e i nuovi media digitali. O’ Brien è anche direttrice del Forum sull’immigrazione e la comunicazione, un progetto triennale che guarda anche oltre i confini irlandesi. Scambiare alcune parole con loro non è solo un’opportunità per capire come nasce un documentario che ha intenti etnografici ma riesce ad emozionare come un film, ma anche l’occasione di confronto con una realtà che ha molti punti in comune con quella italiana, in primo luogo una lunga storia di emigrazione alle spalle. L’approccio al tema dei due registi-ricercatori sociali, lontano dalle polverose stanze dell’accademia, è di pungolo anche a chi voglia indagare in maniera innovativa l’immigrazione nel nostro e in altri paesi.

Come siete arrivati alla realizzazione di questo documentario?
Aine O’ Brien
– Siamo partiti con l’idea di fare un documentario sull’immigrazione regolare e quella irregolare in Irlanda ma alla fine ci siamo trovati con così tanto materiale da farne due film, ed è quello che abbiamo deciso di fare! Stiamo infatti girando un secondo documentario che è un il po’ il complemento di “Here to stay”. Mentre il primo è focalizzato sugli immigrati regolari, quelli che hanno un visto per lavoratori qualificati, il secondo darà attenzione al fenomeno degli irregolari.

Fidel, il protagonista del documentario, sembra prendere via via coscienza di molte cose, si notano dei cambiamenti forti in lui, in che arco di tempo avete girato il film?
Alan Grossman
– Lo abbiamo seguito per circa due anni e mezzo e in questo arco di tempo abbiamo accompagnato alcuni momenti significativi della sua vita in Irlanda, dalle prime riunioni del sindacato degli infermieri immigrati, al momento in cui concorre per un ruolo direttivo, all’intervento all’assembla nazionale del sindacato degli infermieri, fino alla vita casalinga con il suo compagno. Quando abbiamo cominciato a lavorare per il film cercavamo qualcuno che fosse politicamente coinvolto nel movimento per i diritti dei migranti, che è piuttosto recente in Irlanda, e così siamo incappati in Fidel.
O’ Brien – Nel corso di questo periodo di tempo abbiamo visto maturare in lui una coscienza politica e abbiamo seguito una sua peculiare elaborazione dell’identità.

Una delle cose che colpiscono del film è l’intreccio di più temi, non si parla solo di identità migrante.
O’ Brien
– Infatti è un film che parla di identità etniche, ma anche di genere, identità sessuali, identità di classe. Il fatto che Fidel sia gay è stata solo una casualità, non era una scelta preordinata, ma è servito per arricchire di spunti il film. Attraverso di lui si mostra che l’identità è un flusso, un percorso, non un dato immutabile. Nei due anni e mezzo abbiamo visto anche un cambiamento fisico in Fidel, i capelli più lunghi, una maggiore consapevolezza della sua identità di migrante e di gay. La frase con cui si chiude il film sintetizza questo messaggio: Fidel, travestito da Imelda Marcos a una sfilata Bakla, dice: “(Noi immigrati) Possiamo essere uomo o donna, possiamo essere tutto ciò che il paese che ci ospita vuole che noi siamo”.
Grossman – Per l’Irlanda il nostro è un approccio insolito e spiazzante all’immigrazione. In questo paese la tendenza generale, sia a livello di politiche pubbliche che di organizzazioni non governative, è quella di un paternalismo che se va bene vede gli immigrati come delle vittime, dei soggetti deboli. Nel nostro caso, abbiamo cercato di mostrare come i migranti possono essere soggetti attivi, non solo lavoratori ma persone che sono venute per rimanere e costruirsi una vita qui e che reclamano giustamente dei diritti.

Che reazioni ha provocato il film?
O’ Brien
– Ha suscitato un forte interesse, ha fatto discutere. Temevano potesse suscitare reazioni omofobiche in un paese come il nostro, ma apertamente non ce ne sono state. Il fatto che il protagonista sia un gay ha comunque spiazzato molte persone, a cominciare dal sindacato degli infermieri, che inizialmente aveva sostenuto il nostro progetto.
Grossman – Un episodio singolare è successo ad una proiezione in Irlanda del Nord, quando lo abbiamo presentato a Belfast le reazioni sono state di assoluto silenzio anche nei momenti in cui di solito il pubblico ride. “Perché non ci avete detto che era un film sui gay”, ci ha chiesto qualcuno alla fine.

Avete girato in ospedale, negli uffici, durante le riunioni sindacali, nell’intimità della coppia, nessuno vi ha impedito di filmare?
Grossman
– In realtà quello dell’accesso alle diverse situazioni che volevamo documentare era il problema principale da risolvere, ma nessuno ci ha detto che non potevamo filmare, nemmeno in ospedale. Questo è insolito, ma credo abbia a che fare con il nostro modo di lavorare e con il fatto che il documentario era un’esperienza nuova per tutti quelli che incontravamo. E poi non eravamo una troupe ma solo due persone, sempre noi due, e così abbiamo fatto conoscenza un po’ alla volta con tutti i soggetti coinvolti, abbiamo sviluppato delle relazioni.
O’ Brien – L’amministratore dell’ospedale ci ha dato il suo supporto e così anche il sindacato degli infermieri, che tuttavia alla fine ha disertato le proiezioni, credo perché al centro del film c’era una coppia gay. In alcuni casi, come l’assemblea dell’associazione nazionale degli infermieri, probabilmente i partecipanti credevano che stessimo documentando il loro meeting non girando un documentario.

L’Irlanda ha una lunga storia di emigrazione, come si rapporta con le nuove migrazioni che la vedono oggi dalla parte di chi accoglie?
O’ Brien
– A livello politico stanno maturando delle leggi liberticide, come quella che prevede l’introduzione del controllo biometrico dei migranti, attraverso una tessera magnetica rilasciata solo a chi è autorizzato a risiedere temporaneamente nel paese. Vi sono molti problemi, come abbiamo cercato di mostrare col nostro film. Per esempio, i permessi per ricongiungimenti familiari fino a un paio di anni fa non consentivano al coniuge di lavorare legalmente in Irlanda. Mentre giravamo il film, e proprio grazie alle lotte di Fidel e dei suoi compagni, qualcosa è cambiato, ma il ricongiungimento con permesso lavorativo ora è possibile solo per gli immigrati che provengono da certi paesi, non da tutti. L’Irlanda è un paese piccolo e l’immigrazione un fenomeno recente, non c’è ancora una consapevolezza che queste persone di cui abbiamo bisogno per far funzionare i nostri ospedali e molte altre attività vengono qua per costruirsi una vita e non solo per lavorare e poi tornare al proprio paese.

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