La Venezuela

Nel 2006 ho lavorato per cinque mesi nella redazione de La Voce d’Italia, quotidiano della comunità italiana in Venezuela, fondato nel 1949 da un giornalista antifascista abruzzese, Gaetano Bafile. In questa pagina del blog includo alcuni articoli sul e dal Venezuela che ho scritto in quei mesi per vari giornali italiani e per il giornale per cui lavoravo. E’ un piccolo sforzo per cercare di rendere alcuni aspetti della società venezuelana, piena di contrasti, tensioni e paradossi come poche altre in America Latina. Non c’è solo Chavez, non c’è solo il petrolio, a definirla. Ho seguito con attenzione la condizione delle prigioni perché era una questione marginale nel dibattito politico eppure, come diceva Dostoevskij,  centrale per cogliere il grado di “civilizzazione” di una società. L’ultimo articolo di questa selezione è un inedito: è un contributo chiestomi/propostomi per Carmillaonline che non è stato pubblicato.

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Da Diario – 25 agosto 2006

Italiani dietro le sbarre

Di Max Mauro

L’uomo che ci apre il cancello del carcere di Los Teques, a trenta chilometri da Caracas, è armato ma non ha la divisa. Padre Leonardo Grosso, che su incarico del consolato fa mensilmente visita ai detenuti italiani, mi aveva avvisato: “L’ambiente è pericoloso, spesso non mi fanno entrare perché ci sono ispezioni in corso, proteste o sparatorie tra i detenuti”. L’uomo senza divisa richiude il semplice lucchetto che separa la prigione dal cortile interno e si risiede, raccoglie un giornale e si mette a leggere. Prima, però, appoggia il fucile alla parete.

Questa mattina è cominciato uno sciopero della fame e la prigione “sarebbe” inaccessibile. Il soldato che stava alla guardiola ci ha detto che non potevamo entrare, ma poi le parole di padre Leonardo lo hanno convinto. Ci ha fatto passare ma senza i sacchetti di cibo per i detenuti. Anche la trattativa con l’uomo senza divisa ha avuto lo stesso risultato, un via libera parziale. Il missionario è in America Latina da sedici anni, conosce le carceri e sa come dialogare con i funzionari.

All’interno ci troviamo in un corridoio animato da molte persone. E’ una zona “neutra”, da dove si accede agli uffici, all’ambulatorio, alle cucine e, ovviamente, alle celle che stanno in cima a una corta scala, di fronte all’ingresso. E’ qui che padre Leonardo incontra i connazionali detenuti. “Preferisco incontrarli in mezzo al corridoio, in piedi, per essere ben visibile, soprattutto dalle guardie. Incontrarli in una zona separata metterebbe me e loro in una condizione di sospetto”, spiega. A Los Teques ci sono 900 detenuti, gli italiani sono una ventina.

Secondo i dati contenuti nell’Annuario statistico del ministero degli Esteri, aggiornati al 2004, il Venezuela conta il maggior numero di detenuti italiani di tutto il Sud America. A quella data ve ne erano 47, a livello continentale è un numero secondo solo a quello degli Stati Uniti. Negli ultimi anni questo paese è diventato zona di transito per il traffico di stupefacenti ed è essenzialmente per reati di questo tipo che gli stranieri finiscono in prigione. I più numerosi sono gli spagnoli e gli olandesi, poi vengono gli italiani, ma ci sono persone da tutto il mondo, dai lituani ai bulgari, ai canadesi, ognuno ha i suoi detenuti quaggiù. La legge è severissima con i corrieri di droga, le pene vanno dai dieci anni in su. Anni da trascorrere in quelle che il missionario definisce “tra le peggiori prigioni del Sud America”.

Padre Leonardo chiede se ci sono italiani in giro. Il clima è surreale, c’è un via vai di guardie in borghese, soldati in divisa, impiegati amministrativi, e anche detenuti. Non sempre è facile distinguere gli uni dagli altri. “Ce n’è uno nella cucina delle guardie”, gli dice un altro uomo armato senza divisa. Percorriamo un corridoio dai muri scrostati, macchie di umidità salgono ad altezza uomo, gli infissi delle porte sono marciti o divelti. C’è un senso di abbandono pervadente. Una porta è mezza aperta, si intravede un impiegato che batte stancamente i tasti di una macchina da scrivere, sul tavolo non c’è alcun computer.

La cucina è uno stanzone spoglio e scuro. Accanto al lavello un uomo alto e grosso è intento a tagliare delle cipolle con un coltello da macellaio. E’ Enrico (il nome è di finzione), il detenuto italiano che cucina per le guardie. Ha ottenuto un beneficio non da poco: può lavorare e dormire qui. Ci mostra la brandina appoggiata alla parete che di sera adagia sul pavimento e diventa il suo giaciglio.

“Di sopra c’è l’inferno”, dice dopo averci abbracciati come dei parenti che non vede da una vita. “Si dorme ammassati per terra e sei sempre sotto minaccia, ci sono armi e droga, io stavo impazzendo, adesso sono qua ed è decisamente meglio”. Gli chiedo quanto ha pagato per il beneficio, ma cambia subito argomento senza rispondermi. Aldo, un altro italiano condannato per traffico di stupefacenti che ha trascorso due anni e mezzo a Los Teques e ora è in regime di semilibertà, è stato chiaro su questo punto. “In prigione puoi avere tutto”, mi ha detto, “basta pagare. C’è un prezzo per ogni cosa, la corruzione è l‘unica regola rispettata. Se hai soldi, tanti soldi, puoi anche uscire e lasciare il paese. Ma devi stare attento a come ti gestisci, altrimenti sei finito”. Il giorno che è entrato in prigione, Aldo è stato ricevuto dai membri della “luz”, la luce, la cupola che governa ogni singolo padiglione dove vivono i detenuti. Uno gli mostrava la pistola, l’altro lo punzecchiava con un coltello, mentre gli spiegavano le regole del posto: non vedere, non sentire, non parlare, rispettare le gerarchie.

Padre Leonardo mi racconta che l’ultima volta che è stato in questa prigione Enrico era disperato: voleva uccidersi e piangeva a dirotto. Ora sembra un altro uomo. Ha sessant’anni e una lunga condanna da scontare, ma appare ottimista. Della sua vita precedente preferisce non parlare, dice solo che è vedovo ed è arrivato in Venezuela per rifarsi una vita. Poi è andata come è andata e ora confida nel destino. E forse, penso io, nei soldi.

Ci accompagna verso l’area centrale, da dove siamo entrati. Padre Leonardo chiede se è possibile far scendere altri italiani, ma la guardia che ci ha accolti dice che i detenuti sono in sciopero e non fanno passare nessuno. Vedo in cima alle scale dei tipi che sostano sull’ingresso, chi sono? “Sono detenuti, controllano l’uscita, lasciano uscire i vecchi e i malati”, dice Padre Leonardo. Sulla panca fuori dall’ambulatorio ci sono altri carcerati, uno è italiano. E’ Osvaldo Capini, un uomo di 77 anni condannato a dieci anni per traffico di stupefacenti.

Anche per la legge venezuelana, mi hanno spiegato, sarebbe troppo vecchio per stare in prigione, ma è qui da un anno e mezzo e nessuno si è mosso per tirarlo fuori. Il prete lo chiama e lui ci si fa incontro, zoppicando. E’ un uomo esile, le spalle curve e rinsecchite esprimono tutto il suo disagio, il viso è scavato oltre misura, gli occhi sono piccoli, quasi scompaiono nella geometria del viso. Non dice una parola, abbassa la testa e comincia a piangere, sommessamente. Indossa una camicia sgualcita e un paio di pantaloni bisunti, ai piedi delle ciabatte infradito. “Non ne posso più”, dice riprendendosi un po’. “Qua devi pagare per tutto, il cibo fa schifo e le medicine che ogni tanto mi danno non fanno niente”. Gli chiedo dove dorme. “Dietro una tenda, nel corridoio”, risponde. “Ho la prostata che mi fa male, un enfisema polmonare, e il problema è che di notte non posso andare al bagno, il pavimento è pieno di gente che dorme, se per sbaglio tocchi qualcuno è finita”.

I detenuti vivono in padiglioni che contengono dalle 20 alle 50 persone: sono spazi senza divisori, si vive in comune e ci si autogestisce sotto il controllo dell’organizzazione che tiene le redini del carcere. Le guardie controllano formalmente che non si scappi all’esterno, ma quello che succede all’interno sembra un fatto che riguarda esclusivamente la “luz”.

“E’ una situazione folle, difficile da spiegare”, mi ha detto Aldo. “Io sono stato fortunato. Nel nostro padiglione, visto che eravamo molti europei e con un po’ soldi, avevamo un bagno in ceramica, una cucina, un forno a microonde, la tv satellitare. Io avevo anche un telefonino, ma lo tenevo smontato in vari pezzi nascosti un po’ tra i fagioli e un po’ nello zucchero. Se ti sai muovere e non pesti i piedi a chi controlla la prigione, puoi fartela passare, altrimenti è un incubo”. In alcuni padiglioni c’è anche un “bugi”, un separè ottenuto tirando dei fili di ferro e stendendo delle coperte. E’ il luogo dove i detenuti ricevono le loro donne, ma anche delle prostitute. “Te l’ho detto, basta pagare e puoi avere tutto”, ribadisce Aldo.

Osvaldo Capini non deve avere soldi, in un anno e mezzo che è a Los Teques non ha ricevuto visite dai famigliari. E’ un uomo sfinito, parla a mozziconi. “Il direttore del carcere mi ha detto che è tutto pronto per mandarmi in Italia”, sospira. La sua storia è simile alle altre: è stato fermato all’aeroporto di Caracas in transito dall’Ecuador e nella valigia gli hanno trovato la droga. Lui dice che non sapeva cosa c’era in quel bagaglio. “Mi hanno promesso diecimila euro per portare questa valigia in Italia, mi hanno fregato”. L’illusione di un facile guadagno, basta un viaggio e ti sistemi, almeno per un po’. Spesso sono persone incensurate come Aldo, un professionista di 40 anni del Nord Italia, separato, a cadere nella rete: “Ti fanno credere che è facile, che non rischi niente perché sei pulito, e invece. In Italia devono sapere a cosa vanno incontro, qua se esci vivo non sei più lo stesso”.

Al consolato generale di Caracas cerco una spiegazione per il caso di Osvaldo Capini. “Come consolato – spiega il console Mirta Gentile – non abbiamo competenza sulla situazione giudiziaria dei detenuti italiani. Li aiutiamo con un sussidio in quanto indigenti, ma non possiamo occuparci dei rapporti con la giustizia. Nel suo caso però, su richiesta degli avvocati d’ufficio, abbiamo scritto una lettera al giudice facendogli presente che c’era un’associazione venezuelana disponibile ad accoglierlo, ma la proposta non è stata accolta. Ora l’unica speranza è la misura umanitaria, che lo rimanderebbe automaticamente in Italia, ma devono muoversi prima gli avvocati, noi non possiamo sostituirci alla legge di qua”.

Secondo la convenzione di Strasburgo, sottoscritta anche dal Venezuela, l’estradizione è possibile solo dopo aver assolto metà della pena. La “misura umanitaria” è una soluzione diversa, a Natale 2005 ne hanno beneficiato quattro italiani.

Durante il rientro a Caracas, padre Leonardo mi dice: “Siamo stati fortunati, lo sciopero era all’inizio, poi la tensione cresce, temo ci saranno dei morti”. Sul momento rimango interdetto ma trovo conferma delle sue parole alcuni giorni dopo. A Los Teques, considerato un carcere tra i più tranquilli, c’è stata una sparatoria tra i detenuti che ha provocato un morto e otto feriti. Secondo l’Osservatorio venezuelano delle carceri, un’associazione non governativa, nei primi sei mesi dell’anno nei penitenziari del paese sono morti 194 reclusi (172 per arma bianca o da fuoco) e 407 sono rimasti feriti in vario modo.

Più delle altre, la vita del detenuto Osvaldo Capini appare appesa a un filo.

POSTILLA (COME FINISCONO LE STORIE): Questo articolo faceva seguito a un’inchiesta in più puntate che avevo pubblicato sulle pagine de La Voce d’Italia nei mesi precedenti. Il problema degli italiani imprigionati in Venezuale era ignorato dai più, soprattutto nella madrepatria. Nello specifico, gli articoli hanno portato all’attenzione generale il caso di Osvaldo Capini, che ha trovato soluzione nel dicembre 2006 (VEDI QUI). 

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Dall’inserto Fuoriluogo de Il Manifesto, febbraio 2007

Un morto al giorno nelle nostre prigioni

Venezuela, parla Humberto Prado, direttore dell’Osservatorio penitenziario

di Max Mauro

“In Colombia, un paese con problemi di guerriglia, narcotraffico, paramilitari e criminalità comune, ci sono 80mila detenuti e un solo morto al mese. In Venezuela, con una popolazione carceraria di 19 mila prigionieri, viene ucciso un detenuto al giorno”. Così Humberto Prado, presidente dell’Osservatorio venezuelano delle prigioni, descriveva nel 2005, in un’intervista, la situazione carceraria del Venezuela. Oggi la situazione non è cambiata. Lo confermano i 22 detenuti uccisi ai primi di gennaio nei carceri di Uribana e Guanare. Gli eccidi, accaduti nel corso di rese dei conti tra bande di detenuti, hanno scosso il paese e obbligato il presidente Chavez ad ammettere pubblicamente che poco è stato fatto, negli ultimi anni, per riformare il sistema carcerario. Il tema delle carceri è stato pressoché ignorato nell’ultima campagna elettorale perchè altri erano i punti caldi dello scontro politico, ma di fronte a episodi come questi si impone all’attenzione generale.
Le cifre raccolte dall’Osservatorio descrivono uno scenario impressionante. Nei primi sei mesi del 2006 nelle 30 carceri venezuelane sono morti, per arma bianca o da fuoco, 194 detenuti, mentre i feriti sono stati 407. E’ in questa situazione che si trovano anche 1.526 stranieri, di ben 52 nazionalità. Esclusi i colombiani, che sono i più numerosi, le comunità più folte sono quella spagnola, l’olandese e l’italiana. Secondo gli ultimi dati disponibili attraverso il nostro consolato a Caracas gli italiani detenuti sono una trentina. Il Venezuela è il paese latinoamericano con il maggior numero di connazionali detenuti.
Abbiamo incontrato Prado nella sede dell’associazione, nel centro storico di Caracas. Gli abbiamo chiesto di spiegarci qualcosa di un sistema carcerario che, tra l’altro, ha detenuto per circa due anni un italiano di 77 anni. E’ il caso di Osvaldo Capini, condannato a dieci anni per traffico di stupefacenti, che prima di Natale ha ottenuto la libertà condizionata.

Signor Prado, vi sono altri casi di detenuti così anziani nelle carceri venezuelane?
Io credo che non solo ci siano situazioni di questo tipo, ma anche casi di malattie terminali, di persone che muoiono senza cure o perchè non vengono portate in tempo all’ospedale. C’è di tutto. Nella nostra costituzione sono previste misure umanitarie, ma nei fatti succede che uno magari finisce in un’urna funeraria prima che gli diano la misura umanitaria. Il caso del vecchio italiano è il tipico caso in cui dovrebbe essere applicata una misura alternativa. La situazione dei detenuti stranieri è particolare, comunque.
Perché?
Perché provengono da ben 52 paesi diversi e le rappresentanze diplomatiche non si comportano tutte allo stesso modo. Ci sono rappresentanze diplomatiche che non fanno visita ai propri connazionali in carcere perché, dicono, sono dei criminali che non fanno onore al paese. Ma anche chi riceve le visite del consolato subisce una violazione di diritti minimi solo per il fatto di stare in queste carceri in queste condizioni. Non viene per esempio rispettato un principio internazionale che prevede che i detenuti devono essere classificati per età, tipo di reato, pericolosità. Un vecchio di 77 anni non può essere rinchiuso con un ragazzo di 18. E poi molti sono in attesa di giudizio.
Cosa possono fare i consolati?
Di fronte a questa realtà dovrebbero fare qualcosa di più di quello che sta scritto nella tabella dei loro compiti, stabiliti dalle leggi di ogni paese. Dovrebbero aprirsi ai problemi oggettivi dei detenuti in questo paese, anche alla parte umana del loro dramma.
Quali sono i principali problemi del sistema carcerario venezolano?
Negli ultimi anni la violenza è cresciuta. Abbiamo una popolazione carceraria che è non più solo armata di chuzos (armi bianche costruite dagli stessi detenuti N.d.R.), che è l’arma normale in tutte le prigioni che ho visitato nel mondo, ma con altre armi bianche prodotte all’interno, ma soprattutto pistole di differenti calibri, fucili, diversi tipi di granate, recentemente è stata sequestrata perfino una mitragliatrice Uzi. Eppure il Ministero della giusitizia ha dichiarato che il maggior problema delle nostre carceri è il ritardo processuale, come se il governo non sentisse come un suo problema il rispetto della vita, l’affollamento, il mantenimento delle strutture, il reclutamento di personale adeguato. Secondo questa osservazione, tutti i problemi sarebbero in campo ai tribunali e alle procure che non mandano avanti i processi.
Da quando Chavez è al governo qualcosa è cambiato? Negli scorsi mesi il governo ha illustrato un progetto da 60 milioni di dollari per un grande e moderno penitenziario.
Prima del 2000, quando è stata approvato il nuovo Codice organico processuale penale, c’erano 30mila detenuti nelle nostre carceri. Dopo la riforma, che ha modificato i termini del giudizio penale, ne sono rimasti in carcere 12mila. E’ stata data soluzione temporanea all’affollamento, ma in questi anni il governo non ha decentralizzato una sola carcere, mentre nella costituzione c’è un mandato imperativo per fare questo, per affidare le carceri ai poteri regionali e comunali. Non serve costruire un mega carcere, ma decentrare le soluzioni. E poi la legge dice che nelle carceri deve lavorare personale penitenziario con credenziali universitarie. Ebbene, in Venezuela esiste l’Istituto universitario di studi penitenziari, creato nel 1992 e unico in America Latina, che ha graduato circa 500 persone, ma solo il 5 per cento di queste lavora nelle carceri.
Quali sono le soluzioni che proponete per cambiare la situazione?
Al governo da tempo abbiamo detto che secondo noi è indispensabile istituire i “Tavoli interstituzionali regionali” (Mesas Interstitucionales Regionales), affinché ogni stato gestisca i suoi problemi penitenziari, non il Ministero di giustizia. In questi “Tavoli” dovrebbero essere presenti tutte le istituzioni interessate, dal direttore del carcere, al governatore dello stato, le autorità sanitarie, le università, la chiesa, le ong. I punti fondamentali da affrontare sono quattro: l’affollamento, l’accesso alla giustizia, l’inattività dei detenuti, le infrastrutture. Non serve costruire nuove carceri senza porre soluzioni a questi problemi.

Per maggiori informazioni sull’Observatorio venezolano de prisiones: www.ovprisiones.org. Altre informazioni sulle carceri in Venezuela, nel sito del ministero di giustizia: http://www.mij.gov.ve

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Da Diario – 14 luglio 2006

Le ferrovie del Venezuela

Di Max Mauro

Altro che ponte di Messina, il vero affare per le grandi imprese di costruzione italiane si gioca lontano da casa, nel Venezuela “bolivariano” e “socialista” di Hugo Chávez. Lo dice chiaramente Rocco Nenna, responsabile dell’Astaldi per il Sud America, da una trentina d’anni residente a Caracas. “E’ strano che se ne parli poco”, spiega seduto nel suo ufficio, ai piani alti di un grattacielo della capitale venezuelana, “ma i progetti per il piano di sviluppo ferroviario del Venezuela rappresentano un valore molto superiore a quello previsto per il Ponte di Messina. Anche i progetti petroliferi dell’Eni in Venezuela non sono paragonabili con quanto le imprese italiane stanno realizzando in questo settore in base agli accordi bilaterali con l’Italia”.

Ferrovie, dunque. E affari da capogiro. Circa sette miliardi di dollari, allo stato attuale. “Calcolando gli accordi già sottoscritti, i contratti stipulati e le opzioni previste credo che si possa quantificare tra i sette e gli otto miliardi di dollari il valore dei progetti che ci vedono coinvolti”, sottolinea. Per dare un’idea di ciò di cui si sta parlando, l’investimento previsto per il Ponte di Messina non avrebbe dovuto superare i quattro miliardi di euro. Negli ultimi anni un consorzio di imprese che comprende Astaldi, Impregilo e Ghella, praticamente i “colossi” delle costruzioni in Italia, ha raccolto una delle sfide più ambiziose di Hugo Chávez: creare una rete ferroviaria in un paese in cui era praticamente assente. L’idea è così importante da essere perfino citata nella nuova Costituzione promulgata nel 1999, al principio dell’era chavista. “Il sistema ferroviario nazionale è una priorità della nazione”, si legge in quel documento. Il piano iniziale prevedeva la costruzione di 4mila chilometri di ferrovie, ma da poche settimane i tecnici governativi hanno redatto un progetto ancora più ambizioso: 13mila chilometri da completare entro il 2030.

Fino a pochi anni fa il Venezuela poteva contare solo su due brevi tratte ferroviarie praticamente abbandonate, i resti di un piano di sviluppo ferroviario risalente alla fine dell’ottocento e quasi interamente disatteso. In un paese dove la benzina è un bene più a buon mercato dell’acqua e dello zucchero, non c’è da stupirsi se i governi succedutisi nell’ultimo secolo hanno creduto poco nel trasporto ferroviario. E’ una delle anomalie del Venezuela rispetto agli altri paesi del Sud America. L’Argentina è dotata di una rete di ben 34mila chilometri di binari, una delle più grandi al mondo, e un po’ tutti i paesi del continente dispongono di reti diffuse, anche se non sempre utilizzate. Tra i proclami che domenicalmente Hugo Chávez lancia dagli schermi del canale 8, nel corso della sua ormai celebre trasmissione “Alò Presidente”, quelli legati al treno sono tra i più lirici. Ma non è il solo a credere nelle virtù taumaturgiche del treno. Annunciando l’inaugurazione del primo tratto ferroviario realizzato dagli italiani, 41 chilometri di metropolitana leggera che uniranno Caracas alla città satellite di Los Teques, il vice ministro per le Infrastrutture, Albaro Carrasco Roa, ha dichiarato alla stampa: “Ci saranno meno veicoli circolanti, risparmieremo combustibile per l’esportazione, diminuiranno l’ansia e lo stress, la gente potrà rimanere più tempo a casa e la famiglia rimarrà unita”.

Nel maggio del 2005 l’ambasciatore d’Italia in Venezuela, Gerardo Carante, invitò una folta rappresentanza della comunità italo-venezuelana a un incontro privato con il presidente Chávez. Obiettivo, coinvolgere gli imprenditori di origine italiana nei piani governativi condivisi con l’Italia. L’iniziativa sollevò polemiche a non finire tra i nostri connazionali, in un paese dove le classi agiate ma anche buona parte della classe media e molti intellettuali sono ferocemente anti-chavisti. Carante non si spende in analisi o giustificazioni politiche, ma spiega volentieri ciò che è riuscito a concretizzare. “Questo governo ha una visione vecchio stile”, dice l’ambasciatore, “preferisce gli accordi tra governi alle gare internazionali. Ci sono governi di cui si fida di più e altri di cui si fida meno. Noi siamo riusciti a creare un buon rapporto, siamo il partner principale nel piano di sviluppo ferroviario e abbiamo appena sottoscritto importanti accordi nel settore sanitario”.

E gli imprenditori italo-venezuelani, espressione di una comunità di circa un milione e mezzo di persone, che ne pensano? A giudicare da quanto riferisce l’ingegner Nenna dei buoni uffici con l’Italia beneficiano anche loro. “I nostri referenti locali”, dice, “fornitori e sub-contrattisti, sono prevalentemente della collettività italo-venezuelana, per logiche ragioni di affinità”. Il “socialismo del XXI secolo” di cui sempre più spesso parla El Presidente, si costruisce quindi anche così: con l’aiuto delle multinazionali. “Chávez”, dice Nenna, “ha una visione sociale molto forte ma non nega a un imprenditore di produrre e di avere il suo utile nella produzione”.

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Da La Voce d’Italia – 31 agosto 2006

In un barrio di Caracas nasce un’associazione per la difesa dei diritti umani. Un progetto pilota che vede coinvolta anche una ragazza romana, laureata in giurisprudenza.

I diritti umani visti dal barrio

di Max Mauro

CARACAS – Creare un’associazione per la difesa dei diritti umani in un barrio di Caracas. E’ questo l’obiettivo che una giovane italiana laureata in giurisprudenza condivide con un collega spagnolo e un gruppo di abitanti di alcuni quartieri poveri della città.

La storia prende via all’interno dell’Università Bolivariana, l’ente formativo istituito con decreto ministeriale nel 2003 e inserito nella “Mision Sucre” per la formazione di livello universitario delle persone meno abbienti. Qui, Barbara Meo Evoli, 24 anni, romana, da un paio di mesi ha cominciato a insegnare “Diritto internazionale”.

“Tengo solo alcune lezioni all’interno del corso del docente di ruolo”, si schermisce Barbara, che è venuta in Venezuela per svolgere uno stage di tre mesi presso l’ambasciata d’Italia. Racconta che il contatto per collaborare con l’UBV è nato durante una vacanza in Croazia, la scorsa estate. Conobbe un ragazzo spagnolo che in Venezuela lavorava per gli enti formativi pubblici e da lì nacque il desiderio di vedere coi propri occhi cosa succede nel paese che Hugo Chavez vuole lanciato verso il “Socialismo del siglo XXI”. Il suo desiderio è comune a un buon numero di giovani europei, affascinati dal messaggio politico di Chavez. Per alcuni di loro nascono anche esperienze professionali non trascurabili per chi in madrepatria è costretto sempre più spesso al precariato di lungo corso.

“Sul Venezuela avevo letto soprattutto cose negative – dice Barbara – ma da qui ho potuto vedere che si fanno molte cose utili per i poveri. Il contatto umano che ho avuto con i partecipanti al corso mi ha dato molto, è stato importante per capire come vengono vissuti i cambiamenti nella società da queste persone”.

L’idea di creare un’associazione che possa difendere i diritti di chi vive nei barrios, è nata come prosecuzione naturale del lavoro svolto durante le lezioni. Gli studenti sono tutte persone con un’istruzione di medio o basso livello, che nei quartieri in cui vivono sono a contatto con violazioni quotidiane dei diritti umani. L’esigenza di cercare soluzioni alle ingiustizie di cui sono testimoni, e soprattutto di dare applicazione ai principi della costituzione venezolana, li ha convinti della necessità di questo progetto.

In un pomeriggio di un giorno infrasettimale, Barbara ci ha invitato nella sede provvisoria dell’associazione, nel barrio “Los Frailes de Catia”.

La direzione del locale collegio “Agustin Aveledo” ha messo a disposizione dei volontari una stanza attualmente inagibile, così le riunioni si svolgono nella aule lasciate libere dai corsi pomeridiani e serali delle Missioni “Robinson” e “Rivas”. L’associazione è stata da poco registrata ufficialmente con il nome di “Abriendo Caminos” ma per poter operare ha bisogno di ristrutturare lo spazio affidatole e di procurarsi le attrezzature necessarie. Servono risorse finanziarie e per questo è stata fatta richiesta all’Ambasciata d’Italia di donare, in via informale, computer e attrezzatture tecniche non più utilizzate.

Alcuni membri dell’associazione ci ricevono nell’atrio del collegio. Tra di essi c’è Jorge Lopez, il presidente. Ci conducono a vedere la stanza che dovrebbe servire da sede: è un vano senza serratura, situato nel retro dell’edificio principale, l’ingresso è avvolto da erbacce e rifiuti, manca la corrente elettrica e i muri sono completamente scrostati. C’è molto da fare ma l’entusiasmo non manca.

“Grazie alle iniziative del governo – dice Jorge, un chavista convinto che ci regala alcuni opuscoli sui “consigli comunali” e uno, con Chavez in copertina, sul “potere popolare” – abbiamo potuto conoscere i nostri diritti, imparare le leggi; è un diritto ma anche un dovere di ogni cittadino quello di far sì che le leggi vengano applicate. Con questa associazione vogliamo essere vicini alle persone che non conoscono le leggi e non sanno come difendersi”.

Attualmente, i membri dell’associazione sono una ventina, in maggioranza donne. Alcune sono presenti all’incontro e ci segnalano un caso esemplare di cui intendono occuparsi.

“Una signora senza casa – dice Nancy Guzman, una pensionata che ha lavorato per 27 anni come impiegata all’ospedale militare e si occupa di tenere gli atti dell’associazione – si è rivolta a un componente della nostra associazione. Ha dei figli e per dargli un tetto ha dovuto occupare uno spazio, ma non è una soluzione al problema. La costituzione dice che questa signora ha diritto come tutti a una casa dignitosa. Il caso è stato segnalato alla “Defensoria del Pueblo” che fino ad ora non ha fatto niente. Noi vogliamo impegnarci perché la signora ottenga una casa. Nel barrio la gente non conosce le leggi e per questo l’associazione è utile”.

Gulliek Ortiz è una casalinga, ha due figli, e nel tempo libero vuole impegnarsi – dice – per fare del Venezuela “un paese veramente di tutti, un paese bello come la fantasia”. “Nella costituzione si dicono cose molto belle – spiega – ma spesso non sono applicate. Molti soldi pubblici vanno persi perchè non si controlla come vengono spesi. E’ un nostro diritto, come cittadini che conoscono la legge, verificare come vengono spesi i nostri soldi. Io posso chiedere all’architetto e all’operaio che lavorano in strada cosa stanno facendo, perché lavorano per tutti”.

L’entusiasmo che muove queste persone è evidente. Sottolineano in coro che per la prima volta si sentono protagonisti della vita sociale, sentono in pieno il ruolo di cittadini “attivi” che la costituzione riconosce loro. Per alcuni sembra che la politica venga prima del resto, ma i più non fanno apertamente cenno a Chavez e alla “rivoluzione”. Il contributo degli stranieri come Barbara suscita gioia e stupore.

“Non speravamo in questa attezione di persone straniere – dice Gulliek –, grazie al corso abbiamo conosciuto francesi, spagnoli, italiani, norvegesi. Per noi è una cosa meravigliosa”.

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Da il NuovoFVG – 6 ottobre 2006

L’amico della zia

Di Max Mauro

Dopo alcuni giorni dal mio arrivo a Caracas, decido di mettermi in contatto con un vecchio emigrante friulano coetaneo di mia zia. Entrambi hanno lasciato il paese natio, nel Friuli collinare, al principio degli anni cinquanta, l’uno diretto in Venezuela e l’altra in Canada. Da allora si sono rivisti un paio di volte ma da molto tempo non sono più in contatto. Sapendo della mia venuta nel paese caraibico la zia mi ha chiesto di cercare il suo compagno d’infanzia. Sarà ancora in vita? Come se la passerà?

Trovo nell’elenco telefonico il suo nome e un numero. Chiamo, ma dalla risposta capisco che non hanno nulla a che fare con il signore a cui è intestato il telefono. Chiedo aiuto a un’italiana che ha trascorso buona parte della sua esistenza in Venezuela, pensando di non essermi fatto capire bene o di aver capito male ciò che mi hanno detto al telefono. I venezuelani sono noti in America Latina per la rapidità della loro parlata, che non trova “rallentamenti” nemmeno di fronte a uno straniero.

“Qui i contratti telefonici rimangono intestati a chi li ha aperti, anche se la persona si trasferisce altrove. Per esempio, mio marito è morto diversi anni fa ma il contratto telefonico nella casa dove vivevamo un tempo è ancora intestato a lui. Può essere che il signore che cerchi non abiti più lì”, mi dice Loretta. Fantastico. E allora a cosa serve l’elenco telefonico? Mi trattengo dall’esprimere questo dubbio e chiedo a Loretta di provare a telefonare lei. Forse, penso, anche se il mio uomo si è trasferito ci possono aiutare a rintracciarlo. Le cose vanno effettivamente così. Al telefono risponde una voce diversa, più disponibile, che ci indica un altro numero da chiamare. Finalmente, dopo aver conversato con la donna di casa (una regola per la borghesia), raggiungiamo l’amico d’infanzia di mia zia, al telefono della sua impresa, una carrozzeria nel centro cittadino.

Ci diamo appuntamento di fronte un centro commerciale per il giorno dopo. Tra le varie amenità che distinguono il Venezuela dagli altri paesi sudamericani è la diffusa presenza di immensi centri commerciali, costruiti ovviamente a modello di quelli nordamericani. Anche nel Venezuela “boliviariano” di Hugo Chavez i centri commerciali sono riferimenti geografici, spazi di socialità (degenerata dirà qualcuno, ma questo è il mondo, oggi), e perfino attrazioni turistiche. Più di una volta mi è capitato di sentirmi dire da un capitolino che tra le cose da vedere e fare in città c’è la visita al centro commerciale San Ignazio, il più “spettacolare” di tutti. Ma lasciamo questa parentesi ad un’altra pagina e torniamo all’amico d’infanzia di mia zia.

Senza esserci visti prima mi identifica in mezzo a mille passanti e mi fa salire su quella che un tempo chiamavamo jeep e ora è nota come “Suv”. Queste massicce eppur eleganti vetture sono una costante del paesaggio urbano caraqueño e segnano anche un confine sociale: da quanto sono grandi e nuove si capisce il livello di vita dell’autista. Aurelio, il mio conterraneo trapiantato nei Caraibi, si è costruito una discreta posizione.

E’ sorpreso della mia presenza in questo paese. Prima delle novità sulla sua lontana amica d’infanzia vuole sapere di me. Cosa ci sono venuto a fare in Venezuela?, mi incalza. Nessuno mi ha avvisato della situazione di insicurezza e delle tensioni politiche?, aggiunge. Riascolto gli stessi ammonimenti fattimi da altri prima della partenza. Per i vecchi emigranti e per i loro discendenti e parenti quello del presunto degrado del loro paese di accoglienza è un refrain inossidabile.

Per entrare nell’officina di Aurelio si deve superare una recinzione alta come il capannone. Un cancello comandato elettricamente si apre lasciandoci entrare all’interno, poi si richiude. “Ho dovuto fare così perché i ladri venivano ogni settimana”, mi dice. Gli chiedo quante persone lavorano con lui. “Oltre ai miei due figli ho alcuni operai”. Aurelio chiama il figlio maggiore e gli chiede quanti sono i dipendenti, attualmente. Tra i cinque e i sette, risponde il figlio, un giovane distinto dalla carnagione ambrata. “Oggi ne abbiamo quattro, ma ieri erano sei, qua non puoi mai sapere. C’è sempre qualcuno che non viene e non ti avvisa. Se gli chiedi spiegazioni ti dice che aveva da fare, la moglie da portare dal medico o altro. Se ti arrabbi, prendono e vanno via. E’ gente così”, mi spiega Aurelio.

Dopo la succinta condivisione delle novità nella via di mia zia e della sua famiglia, la conversazione ritorna sul problema sociale, quello che più attanaglia l’emigrante. “Mio figlio è stato assalito mentre era in macchina la scorsa settimana”, mi dice. Aurelio ce l’ha con Chavez, che secondo lui e buona parte della classe media venezuelana, sta trascinando il paese verso il comunismo e il disordine totale. Tutte le colpe sembrano del comandante Hugo. Ascolto, faccio alcune domande, ma la comunicazione presto si arena. Non abbiamo più nulla da dirci. Mi congedo con la sensazione di essere entrato in casa di uno sconosciuto dopo un incidente non grave in moto. “Correvi troppo”, mi dice quello prima di offrirmi un bicchiere d’acqua e un po’ di conforto.

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Da La Voce d’Italia – 17 agosto 2006

Salvatore Chiovaro vive in strada, è senza documenti. E’ in Venezuela da 32 anni ma non ha la cittadinanza e il passaporto italiano l’ha perso. Al Consolato chiede: “Voglio tornare in Italia”.

L’uomo senza documenti che l’Italia non vuole

Di Max Mauro

CARACAS – Senza documenti, senza lavoro, senza una casa. E’ la vita di Salvatore Chiovaro, un di quegli emigranti che non trovano posto nelle pubblicazioni patinate dedicate alla “grande” epopea dell’emigrazione italiana. Salvatore è nato nel 1950 in provincia di Cosenza ed è arrivato in Venezuela nel 1974 sulle orme di una sorella. Inutile chiedergli il perché oggi si trovi in questa situazione: le ragioni sono tante e tutte aprono ferite dolorose nei ricordi. Aveva una famiglia, quattro figli, una casa. Era finito a lavorare in miniera in Guayana, la sua ultima residenza, dopo aver a lungo lavorato come cameriere a La Guaira e poi a Caracas. A un certo punto, quattro anni fa, è arrivato il crollo, il fallimento di una vita, e la strada è diventato il suo unico rifugio.

“La casa e tutto ciò che avevo era intestato alla mia donna, perché io non ho mai voluto prendere la cittadinanza venezuelana, sono italiano, sono sempre stato orgoglioso di essere italiano. Così quando le cose hanno cominciato ad andare male mi sono trovato senza niente, abbandonato da tutti. Nemmeno i miei figli mi vogliono più vedere. Mia sorella è tornata in Italia anni fa. Dormo dove capita, non mangio da due giorni”, dice.

Salvatore è entrato in redazione timidamente, come timidamente ha cominciato a raccontare la sua storia. Ha un fisico minuto, smagrito dalle avversità vissute, che si leggono bene nel viso scavato. E’ venuto con dignità a cercare qualcuno disposto ad ascoltarlo. Ha con sé un sacchetto di plastica, l’unico bagaglio. Contiene alcuni fogli piegati malamente e anneriti per le molte volte che sono stati maneggiati: i referti medici che spiegano il suo precario stato di salute, ha un enfisema polmonare e vari acciacchi. In tasca tiene i documenti più importanti, quelli che dovrebbero dimostrare il suo status di italiano ma, nei fatti, dimostrano ben poco.

Apre un foglio A4 e lo getta sul tavolo, con impeto. E’ disperato mentre spiega che il “Documento de identidad provisional” rilasciatogli dal Consolato “non serve a niente”. Con un’espressione colorita ripetuta più volte spiega che al massimo lo può usare come carta igienica. “Ecco quello che posso farci con questa carta”, dice accalorato.

Racconta di aver perso i documenti alcuni giorni fa, la “cedula” venezolana non la possedeva più da tempo, ora è rimasto anche senza i documenti italiani. Nei fatti, per le autorità venezuelane è un senza-stato, un apolide coatto, un immigrato irregolare. Mostra la dichiarazione della polizia che afferma che lui è un senza documenti, oltre che un senza dimora. Ad accrescere la sua disperazione è un “infortunio” burocratico a causa del quale è finito pure in prigione.

“Il Consolato mi ha dato questo foglio, ma hanno scritto la data sbagliata, secondo quanto stava scritto lì il documento era stato emesso il 4 agosto 2007! Quando le guardie mi hanno fermato nei pressi della stazione La Bandera, dove dormo, e gli ho mostrato quel foglio mi hanno portato dentro, mi hanno pestato e mi hanno anche tolto i pochi soldi che avevo. Pensavano che fosse un documento falsificato. Adesso il foglio ha la data giusta ma non serve a niente, questa carta non ha valore. Io voglio andare in Italia! Non voglio morire qua!”.

Salvatore non riesce a trattenere le lacrime, si alza e mi mostra dei lividi sul braccio, effetti delle botte subite. Da un paio d’anni, racconta, si reca al Consolato e chiede di essere ricevuto, ascoltato. “Tutti hanno le ali ai piedi, nessuno ha tempo per parlare con me. E il console chi è? E’ forse Dio, che non può ascoltarmi? Il carabiniere oggi mi ha preso è buttato fuori, ma io sono un italiano, là tutti conoscono la mia storia. Io non posso lavorare senza documenti, cosa faccio, vado a rubare?”.

In un paese come il Venezuela, che conta decine di migliaia di immigrati illegali, soprattutto colombiani, Salvatore non è certamente una mosca bianca. I “senza documenti” abbondano. Tuttavia, nel suo caso, il fatto di vivere da 32 anni in questo paese da emigrante di passaggio e di trovarsi ora anche senza quell’identità di origine a lungo coltivata con orgoglio, ha acuito la sua disperazione. Ora ha un unico desiderio, ed è per quello che continua a resistere.

“Voglio andare in Italia, là ho molti parenti. Non li sento da anni, ma voglio andare là e mi metterò in contatto con loro. Non voglio morire qui, il mio paese è l’Italia”.

Salvatore Chiovaro non ha altre parole da spendere per spiegarsi.

“Sono un povero ignorante, ne ho passate troppe nella vita, vorrei solo tornare nel mio paese, è il mio ultimo desiderio”.

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Inedito

Caracas, agosto 2006

Ridatemi “Alò presidente”!

di Max Mauro

Da circa un mese mi hanno privato di uno dei passatempi più stimolanti del Venezuela, la trasmissione domenicale “Alò presidente”, condotta da Hugo Chavez sul canale 8.

Una volta è stata sospesa per permettere a tutti di vedere la finale dei mondiali di calcio, che qua andava in onda alle 3 del pomeriggio. La volta dopo per permettere di celebrare la festa del bambino, che chiude il cerchio delle feste familiari di inizio estate: prima quella della mamma, poi quella del papà e infine, buon ultimo, il bambino. L’ultima domenica, invece, tutto era pronto per una puntata sensazionale: Super Hugo avrebbe inaugurato in diretta la linea 4 della metropolitana, così annunciava Ultimas Noticias, uno dei quotidiani più letti nel paese. E invece. E invece niente.

La metro è ancora da finire, mi ha detto acido un collega che abita vicino al cantiere. Ma lui è antichavista, quindi non vale. Però il programma non c’è stato e nessuno mi ha spiegato perché.

Siccome al peggio non c’è mai fine, passerà del tempo prima di rivedere il mio programma preferito, perché per una quindicina di giorni il presidente e mezzo governo saranno in viaggio di lavoro in giro per il mondo e avranno altro a cui pensare. Insomma, io utente temporaneo del sistema televisivo bolivariano esigo risposte, almeno una replica di un vecchio Alò presidente, magari quello in cui è stato ospite Gianni Vattimo, un bell’uomo di una certa età arrivato da Torino a spese della rivoluzione per parlare di filosofia (ma non durante il programma, per fortuna).

Perché non c’è più Alò presidente?

Sto pensando di aprire un forum per raccogliere i commenti di fans delusi, ma non ho un sito internet personale e nemmeno un blog. E poi, in che lingua lo farei, il forum? Il mio spagnolo scritto è scarso, con l’italiano avrei pochi partecipanti, perché i molti italo-venezuelani sono quasi tutti antichavisti (a parte quelli che hanno il figlio che lavora alla Pdvsa, la compagnia petrolifera di stato, come mi ha detto un tassista disincantato). E l’inglese? No, meglio di no. Di questi tempi l’inglese crea un clima di sospetto, passare per gringo non è il massimo soprattutto dopo la pubblicazione del videogioco “Mercenaries 2: World in Flames” che racconta di un attacco militare degli Usa al Venezuela.

E’ difficile spiegare perché mi piace Alò presidente.

C’è il fatto che se non hai il “cable”, che qua pronunciano letteralmente anche se è una parola straniera, sei tagliato fuori da molte cose. La mia tv prende solo i canali gratuiti, e quello del governo è l’unico dove le forme non appaiono sdoppiate. Negli altri sette canali gli uomini hanno perennemente un’ombra grande e luminosa incollata addosso. Per di più che alcuni colori escono sparati come il flash di una macchina fotografica dei primordi. Vedere le partite di calcio in queste condizioni è un’esperienza psichedelica.

Durante i mondiali credo di aver avuto delle visioni mistiche guardando una partita dell’Olanda. L’arancio delle magliette è uno dei colori sensibili del mio televisore, e dopo circa venti minuti non capivo più cosa stavo vedendo. Ho cominciato a sentire la voce di Nando Martellini che urlava “Campioni, campioni, campioni” e a vedere lo zio di un mio amico che era uguale a Cruyff, ma proprio identico, solo che era zoppo da una gamba e un po’ tardo e passava il tempo al bar Donati, nella piazza del paese, a dire che si era fatto male giocando nella finale di coppa delle coppe del 1971 e noi piccoli non osavamo chiedere altro, intimoriti dagli effetti fisici che quella battaglia aveva avuto su di lui e temendo potessero ripercuotersi su di noi.

Quando Bibi mi ha chiamato per dirmi che dovevamo uscire, ho chiuso gli occhi e ho visto la luce. Stavo veramente viaggiando e non mi ero accorto che il primo tempo era finito.

A parte i limiti tecnici del mio televisore, Hugo Chavez è un intrattenitore imbattibile. Può stare di fronte alla telecamera per cinque o sei ore e non mostrare alcun segno di cedimento. Ti chiedi se vada a fare la pipì. Anche i vecchi gerarchi dell’Urrs parlavano per molte ore di fronte a una platea, ma quella era vita reale e la gente in sala o nella piazza erano i primi destinatari del discorso. Hugo invece parla “alla tv”, la telecamera è il suo interlocutore. Altri tempi, altri linguaggi.

Ok, se pensi che è il presidente della repubblica bolivariana del Venezuela, comandante supremo delle forze armate e varie altre cose, potrebbe anche starti un po’ sulle balle, però, di fronte allo spettacolo tv, allo show, perché dovresti pensarci? In fondo, quello che passa attraverso il tubo catodico è puro intrattenimento, niente di più. O no?

Delle puntate che ho visto la meglio riuscita è senza dubbio la numero 256.

Una parentesi opportuna: il mio lunedì a Caracas ha due appuntamenti informativi obbligatori. Il primo, se non ho guardato la tv nel giorno di festa, è leggere sui giornali la cronaca della trasmissione televisiva del presidente Chavez. Per parlare di “Alò presidente” i giornali, chavisti (pochi) e antichavisti (i più), presentano una scheda tecnica come quella delle partite di calcio. Numero della trasmissione, luogo dove è stata girata, temi trattati, eventuali ospiti. Accanto alla scheda ci sta l’articolo sulle novità più importanti annunciate alla nazione. Si avvia la “Missione albero” per la riforestazione? Il presidente pianta un alberello di noce in una zona collinare e saluta il pubblico a casa come un Piero Angela qualsiasi, solo meno ingessato e più sorridente.

Il secondo appuntamento informativo riguarda il conteggio dei morti da fine settimana nella capitale. Non morti qualsiasi, ma vittime di omicidi o pallottole volanti. La media è di 25 morti, quasi tutti per armi da fuoco.

Ma torniamo alla puntata numero 256, trasmessa in diretta dal tempio di Kalasaya, a Tiwamaki, in Bolivia.

Il nostro Hugo era seduto alla sua scrivania, con il consueto corredo: un portapenne ricolmo di matite e penne a sfera, blocchi di fogli e un bicchiere d’acqua sempre pieno. Dietro di lui lo scenario era pittoresco: rovine di antichi templi pre-colombiani, sullo sfondo prati e montagne. In teoria il nostro conduttore segue una scaletta, ma nei fatti gli basta uno spunto e poi parte per la tangente. E’ qui, nel discorso libero, che Hugo dà il meglio di sé stesso. Stai pur certo che di qualsiasi cosa cominci a parlare finirà a battere contro i danni dell’imperialismo, riservando ironie poco velate a Giorgino Bush e ai suoi accoliti, e poi concluderà richiamando i popoli della Latinoamerica alla riscossa. Il momento topico è, comunque, la citazione di Simon Bolivar, vero dio taumaturgo nell’immaginario chaviniano. Mentre accenna all’una o all’altra cosa, ogni tanto si gira verso qualcuno che sta fuori dall’inquadratura, lo chiama come fossimo a tavola tutti assieme, con un sorriso guascone chiede conferma di quello che ha detto: “Hey, Rafael, che ne dici? Non è vero che le nostre rape sono le migliori del mondo?”. Nessuno sa quello che risponde Rafael perché non viene inquadrato, ma che importa, il media è il messaggio, il pubblico presente e la crew del presidente applaudono, sorridono, acclamano. Lo show decolla.

Quel giorno Hugo era particolarmente eccitato, parlava da un luogo storico delle culture originarie e aveva accanto a sé Evo Morales. “Buon giorno Bolivia, buon giorno Venezuela, buon giorno alla nostra America, buon giorno al mondo intero da questo luogo sacro”, è stato il suo esordio.

Secondo la prassi diplomatica, l’ospite sarebbe dovuto essere Hugo ma i ruoli erano invertiti, perché la trasmissione era la sua, anche se si svolgeva in casa altrui. Hugo parlava e ogni tanto abbracciava Evo, ammiccando al pubblico per sottolineare l’amicizia tra i due popoli. A un certo punto, seguendo una cerimonia immagino prestabilita, una donna ha letto un testo in lingua indigena. Hugo, sempre seguito dalla telecamera, ha preso in mano il microfono e le si è avvicinato chiedendole di spiegare ciò che aveva letto. Poi i due presidenti sono stati vestiti con abiti tradizionali, il testone di Hugo ha fatto fatica a entrare nella cuffia andina ma poi ce l’ha fatta. A quel punto è partita una musica tradizionale e i due hanno cominciato a ballare, accompagnati dalle signore che li avevano vestiti. La telecamera ha inquadrato il pubblico presente, poi i due presidenti, un primo piano sul comandante-conduttore, una panoramica sul paesaggio e quindi di nuovo sui danzerini. Finita la musica, Hugo ha ripreso le redini del programma, microfono in mano ha ringraziato gli spettatori e si è congedato. Lo show era finito.

Di solito la mia idea di un posto me la costruisco andando in giro con i mezzi pubblici, possibilmente da solo, fermandomi alle bancarelle, entrando nei bar, ma qui è diverso. In Venezuela credo di aver capito più cose guardando “Alò presidente” che parlando con le persone. E’ che in questo paese devi sempre chiederti: con chi sto parlando? Chi ho di fronte? La forbice sociale è così netta che se giri in metropolitana o carrito (un piccolo bus malridotto che gira ovunque a tutte le ore) vedi un paese, se ti muovi in auto ne vedi un altro. Le rappresentazioni sono distanti, spesso opposte.

Provo a spiegarmi meglio. Secondo certe persone, se hai l’automobile puoi fare molte cose, anzi puoi avere una vita che loro definiscono “normale”. Per esempio, puoi uscire dal garage sotterraneo del tuo palazzo azionando l’apertura automatica del cancello, raggiungere il garage sotterraneo di un grande centro commerciale dove stazionano permanentemente delle guardie armate, salire ai piani superiori per fare compere, cenare e vedere un film. Finita la serata, esci dal garage sotterraneo del centro commerciale e raggiungi nuovamente il tuo garage e il tuo palazzo. Sperando di non avere nel tragitto un guasto all’automobile. La variazione sul tema è recarti in qualche pub o discoteca, dove non essendoci il garage sotterraneo devi lasciare dei soldi a un tipo che staziona in strada a “controllare” le auto. Di solito non è un dipendente del locale, non è un guardiano in divisa, è solo un poveraccio qualsiasi che sbarca il lunario illudendo i proprietari d’auto che nessuno metterà le mani sulla loro preziosa vettura. Il più delle volte il suo sforzo funziona.

E’ la vita di quella che un tempo si chiamava borghesia, in pratica le classi medie e alte della società venezuelana, composte soprattutto da figli di immigrati europei. Gente che non permette ai propri figli di usare i mezzi pubblici, mai. Poi li mandano a studiare negli States e a 18 anni utilizzano per la prima volta la metropolitana, rischiando di finire sotto i binari nel tentativo di evitare di essere avvicinati da un negro che somiglia molto alla tata della loro infanzia solo che è fuori contesto e quindi fa paura.

Se guardi la tv capisci molte delle contraddizioni di questa società. Hugo Chavez, con i suoi strali contro i ricchi e l’invito a multinazionali tipo Impregilo ad investire nel paese, ne offre un’ampia sintesi. Per questo il suo programma tv non deve chiudere. Ridatemi Alo presidente!

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