L’uomo senza automobile

“Non ha l’automobile!”. Tra le tante descrizioni lette e sentite sul nuovo leader dei laburisti Jeremy Corbin quella offerta, in senso positivo, dal mio capo alcuni giorni fa mi ha fatto sorridere e, ovviamente, rallegrato. Sorridere, perché se uno non è immerso nella realtà inglese (e sottolineo inglese e non britannica) del sud delI’Inghilterra (e sottolineo del sud) non può comprendere il ruolo di definitore di status sociale attribuito all’automobile. Non conto le volte che a me o a Bibi è stato chiesto: “Don’t you drive?”, che suona come un’accusa di disabilità, “non guidi?”, ma sottintende il fatto del tutto presunto che non puoi permetterti un’automobile. L’automobile appare un obiettivo di decenza alla popolazione immigrata, per esempio a quella molto numerosa a Southampton dei polacchi, e una ovvia necessità ai molti bianchi inglesi che vivono nei sobborghi o, ahiloro, nella “countryside”, che sarebbe la campagna ma ha poco o nulla in comune con l’idea di campagna di chi è cresciuto nella provincia italiana. Vai a spiegare loro che l’uso dell’automobile in città di dimensioni raccolte è un sintomo di moderna barbarie e che molta parte dell’occidente sta cercando vie per ridurre la dipendenza da essa.  Continua a leggere

Settembre porta sempre qualcosa

Settembre è un mese che porta sempre qualcosa. Non passa mai indistinto. Quest’anno mi ha visto a Manchester a distanza di diciannove anni dalla prima e unica volta che ci ero stato, sempre a settembre (o era fine agosto?). Allora ero ospite di K., una batterista punk di San Francisco che stava facendo un master in matematica. La città era grigia e intorpidita, come avevo immaginato dai dischi dei Joy Division e degli Smiths. Era autunno o gli somigliava molto e si camminò a lungo, senza una chiara meta. Si parlò di gruppi e di dischi, come sempre. Io avevo gusti spesso declinanti al pop, ma non era una novità (non ho mai nascosto il mio amore per i Talk Talk). Vedemmo un film di Pasolini in un cinema d’essai. Affittammo un’auto per raggiungere Leeds, dove un gruppo di suoi amici californiani teneva un concerto del loro primo tour europeo. Su YouTube c’è il video e qualcuno mi ha fatto notare che mi si vede, al minuto 1.03. Sono in seconda fila, basso, con gli occhiali, e sto saltando. Dopo il concerto andammo nel ‘camerino’, una stanza sozza dove negli anni erano state bevute molte, troppe, birre, e sicuramente dei superalcolici. I componenti del gruppo erano allegri, ma niente droghe, poco alcol. Bravi ragazzi. C’era uno spilungone incurvato vestito di nero che mi diede un biglietto da visita. Forse mi aveva scambiato per un parente dei musicisti. C’era scritto New Musical Express, ma forse era solo un free lance ambizioso e un po’ brillo. K. non era una semplice amica dei giovanotti,  era la persona che fino a poco tempo prima gli aveva organizzato i concerti su è giù per la California. Ora avevano un manager e tutto era diverso, o stava cominciando ad esserlo. Purtroppo. Poi rientrammo a Manchester, io molto probabilmente mi addormentai in macchina, come ho sempre fatto, ma per fortuna non guidavo.

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Il (vero) cambiamento è possibile

Bike_and_Roll_shopping_fam_smallIl governo britannico ha approntato un programma di investimento di 62 milioni di sterline (72 milioni di euro) per sviluppare la mobilità ciclistica (lo riferisce il Guardian). E’ il più grande investimento sulla bicicletta mai adottato da un governo di quel paese. Lo sottolineo perché questo dimostra che, diversamente da quello che molti pensano in Italia, la bicicletta non è un mezzo per gente “di sinistra”, per “alternativi” vecchi e nuovi, per anziani soli o immigrati senza patente. Al governo in quel paese sono in questo momeno i conservatori assieme ai liberali.

La bicicletta è un mezzo per tutti, il cui utilizzo aiuta tutti, anche quelli che non possono usarla e devono muoversi con altri mezzi. E’ facile da capire. Se si riduce il numero di automobili in circolazione nelle città grandi e piccole (attanagliate dal traffico veicolare) favorendo i mezzi pubblici e la bicicletta, le strade saranno meno intasate e così potranno muoversi con maggiore facilità coloro che hanno il diritto e il dovere di usare automobili, furgoni e camion. Mi riferisco, per esempio, ai mezzi che trasportano persone disabili, alle ambulanze, ma anche ovviamente ai corrieri commerciali e a tutti i mezzi di pubblico interesse.

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Vai in bici? Paga i danni.

Chi va in bici al lavoro e ha un incidente nel traggito casa-lavoro rischia di non vedersi riconosciuto dall’Inail lo status di “infortunio in itinere”. L’incidente rientra nelle casistiche dell’Inal solo se avviene “su piste ciclabili o su strade protette; in caso contrario, quando ci si immette in strade aperte al traffico bisognerà verificare se l’utilizzo era davvero necessario”. Davvero necessario? Sembra una presa in giro, ma è tutto vero, purtroppo. Per porre fine a questa assurda situazione è stata lanciata la campagna “bici in itinerere” che mira a far modificare le norme che di fatto discriminano chi usa la bicicletta. E’ incredibile, invece di incentivare chi usa la bicicletta, facendo un favore all’ambiente e alla viabilità generale, lo si punisce! Gli organizzatori della campagna invitano a sottoscrivere la lettera aperta al presidente del consiglio Monti. Tutte le informazioni QUI

Ecotopia Biketour 2012

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Sono aperte le iscrizioni all’Ecotopia Biketour 2012, il tema di quest’anno è ‘Verso la decrescita’. Dalla presentazione del progetto: ‘Ecotopia Biketour é una comunità ecologista, nomade e autogestionaria, che attraversa Europa ogni estate in bicicletta Quest’anno il nostro itinerario ci porta attraverso la Catalogna, il sud della Francia e il nord d’Italia, facendo riferimento al tema della decrescita, denunciando la perniciosa mentalità che, centrata nella crescita capitalistica, tralascia i veri valori sociali e di tutela dell’ambiente’ (la pagina in italiano ha degli errori, alcuni li ho corretti io al volo qui). La meta finale del tour è Venezia, sede della grande conferenza sulla decrescita in programma dal 19 al 23 settembre.

Sul viaggiare maschile

E’ arrivato nelle librerie in questi giorni “In bici dalla Siberia a casa”, il libro che ho tradotto nei mesi scorsi per Ediciclo. L’autore è Rob Lilwall, un ex insegnante di geografia che, messosi in viaggio con un amico con l’idea di tornare nella natia Inghilterra dalla lontana Siberia, è rimasto in giro con la sua bicicletta per tre anni. Il libro, che ha riscosso un certo successo in Gran Bretagna e da cui è nata anche una trasmissione televisiva (trasmessa in Italia da Rai5), è il resoconto di questo lungo viaggio, una vera e propria spedizione, come la chiama l’autore. Una spedizione alla ricerca di cosa?, viene da chiedersi. Qui viene il bello, ovvero la ragione per questa mia riflessione. E’ evidente che un viaggio che ha toccato così tanti e diversi paesi, dalla Siberia al Giappone, Filippine, Papua Nuova Guinea (chi pensava fosse un posto così terribile!), Australia e via via Malesia, Tibet, Afghanistan e altri ancora, offre moltissimi spunti narrativi.

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La Cina torna alla bici

Una notizia Ansa che mi piace rilanciare. Ridiamo fiato al buon senso.

(ANSA) – SHANGHAI, 10 FEB – Per combattere l’inquinamento la Cina ritorna alle bici. Secondo lo Shanghai Daily, il governo intende togliere dalle strade i veicoli a motore almeno una volta alla settimana, per migliorare la qualita’ dell’aria e risparmiare energia. In alcune citta’ agli impiegati statali e ai funzionari pubblici sara’ richiesto di andare al lavoro a piedi se il percorso da fare e’ fino a un chilometro e in bici se e’ fino a tre. Se la strada e’ piu’ lunga bisognera’ far ricorso ai mezzi pubblici.

Il libraio, la città e l’automobile

Acquisti in automobile: la salvezza delle librerie.

La chiusura di una libreria è una notizia che mi rattrista in modo particolare. Tra gli esercizi commerciali, la libreria è quello che ha il rapporto più sfumato con il concetto di ‘merce’ e più accentuato quello con ‘cultura’ (intesa in senso ampio). Leggere che la Libreria Carducci, situata nel centro di Udine, chiude i battenti dopo novant’anni di attività, non mi ha lasciato quindi indifferente. In queste occasioni uno si aspetta delle riflessioni ponderate sul perchè un’attività con una tale storia e un’invidiabile localizzazione, al centro di una delle più suggestive piazze udinesi, sia costretta a chiudere.

Magari un ragionamento sui cambiamenti generazionali dei lettori, sulla sfida imprevedibile posta dagli e-book, sulla mole di pubblicazioni in circolazione, sulla concorrenza dei centri commerciali e dei supermercati. Insomma, gli spunti su cui riflettere sono molteplici e tutti interessanti. E invece. Nell’articolo pubblicato dal Messaggero Veneto il titolare della Carducci asciuga in poche battute (tre righe tre nella trascrizione del giornalista) alcuni dei succitati temi per concentrare la sua attenzione sulla limitazione al traffico nel centro cittadino e la mancanza di parcheggi per le automobili che, è il suo ragionamento, terrebbero lontani i clienti. Per chi non conosce la realtà del capoluogo friulano, rammento che da diversi anni è stato avviato un piano per favorire una migliore mobilità cittadina che prevede, oltre alla pedonalizzazione di alcune zone del centro storico, la realizzazione di una rete di piste ciclabili.

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