Cosa capiscono di calcio alla Rai?

Da Il Manifesto, 27 Dicembre 2017

Razzismo in tv. La brutale insensatezza del messaggio che alcuni commentatori del servizio pubblico diffondono

Il 13 dicembre scorso la Rai trasmetteva in diretta la partita di Coppa Italia di calcio tra Fiorentina e Sampdoria. Accanto al telecronista sedeva l’ex calciatore Eraldo Pecci, in qualità di commentatore. Sul risultato di 2-1 per la squadra ospitante, Pecci si è avventurato in una riflessione che di tecnico aveva poco, ma che rifletteva la sua visione del mondo e di come le persone ci vivono. Partendo da un errore di gioco commesso da un giocatore di origine africana, Pecci ha esposto un pensiero scioccamente razzista. Il cronista accanto a lui ha fatto finta di nulla, forse condividendolo.

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Xenofobi in campo: meno squalifiche e più formazione

Da Il Manifesto, 14 Marzo 2017

Il razzismo è parte dell’esperienza quotidiana di molti ragazzi di origine immigrata, soprattutto se di origine Africana, e il calcio non fa differenza. Al contrario, uno spazio che dovrebbe essere di socializzazione, svago e divertimento si trasforma spesso in un’esperienza traumatica per tutti quelli che vi sono coinvolti.

Tra settembre 2013 ad oggi circa quaranta calciatori dilettanti e dei campionati giovanili della FIGC hanno ricevuto una squalifica di dieci giornate per “comportamento discriminatorio”. Circa la metà dei casi è riferito a giocatori minorenni, alcuni poco più che bambini, come un undicenne di Prato che, nell’ottobre 2014, durante una partita della categoria esordienti, trovandosi quel giorno tra le riserve, aveva ripetutamente rivolto offese razziste all’arbitro, un adolescente di origine immigrata.

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In prigione per Daspo. Lo “strano” caso di Alessio Abram

Sul momento non volevo crederci. Più semplicemente, non capivo le ragioni di quello che mi si presentava come un fatto. Un uomo di 48 anni condannato a cinque anni di carcere per aver mancato di recarsi a firmare in questura per il Daspo. E’ la storia di Alessio Abram, anconetano, piuttosto noto a chi si occupa di diritti dei migranti e di sport. È tra i fondatori della Polisportiva Assata Shakur e da molti anni impegnato nel rendere lo sport un ambito inclusivo e aperto alle diversità. Daspo sta per Divieto di accedere alle manifestazioni sportive. Venne introdotto nel 1989 e aggiornato e modificato alcune volte fino al 2007, anno in cui vede la luce la legge che porta la firma di Giuliano Amato, all’epoca ministro dell’interno. Di lí a poco venne seguito dalla Tessera del Tifoso.

Entrambi i provvedimenti esprimono la volontà dei vari governi di affrontare il problema della violenza negli stadi con mezzi “eccezionali”. I risultati sono di fronte a tutti. Il calcio italiano continua a perdere spettatori al punto che la Serie A è ormai il quinto campionato al mondo per numero di spettatori, dietro Germania, Inghilterra, Spagna e Messico. Fino a venticinque anni fa era al primo posto. La Francia ha ormai quasi la stessa media di spettatori dell’Italia ed è possibile che presto la superi. Continua a leggere

La cittadinanza sportiva non è un gioco

Max Mauro, Il Manifesto, 18 ottobre 2016

Il tema delle discriminazioni in ambito sportivo è rimasto a lungo al margine dell’interesse di chi si occupa dei diritti dei migranti. Con poche eccezioni, in linea con una tradizione culturale particolarmente fertile in Italia, e che travalica gli orientamenti politici, attivisti, sociologi, giornalisti, hanno considerato lo sport un mondo a parte, che non si relazione con la società e i suoi problemi. È difficile altrimenti spiegare come le ripetute dichiarazioni razziste e omofobe del presidente della FIGC Tavecchio non abbiamo portato alle sue dimissioni. Pur di fronte ad una inedita squalifica da parte sia dell’organo di governo europeo del calcio (UEFA) che dell’organo di governo mondiale (FIFA), Tavecchio è rimasto al suo posto, che ricopre tuttora. Continua a leggere

Coming Soon – The Balotelli Generation

 

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E’ in arrivo il mio primo libro a distanza di sette anni da ‘La bici sopra Berlino’. E anche il mio settimo libro, se si esclude il racconto online per il progetto Estrangeiros (vedi About). Sette è un numero curioso, viva il sette. Il titolo del libro è ‘The Balotelli Generation. Issues of Inclusion and Belonging in Italian Football and Society’ (Generazione Balotelli. Inclusione  e senso di appartenenza nel calcio e nella società italiani). E’ il risultato di una ricerca che ho condotto in Italia tra il 2014 e il 2016 con giovani di origine immigrata che giocano a calcio. E’ un lavoro che cerca la contaminazione tra scienze sociali e indagine giornalistica ed è, in qualche modo, il sunto di dieci anni di impegno e studio cominciati con la pubblicazione de ‘La mia casa è dove sono felice’. Esce per l’editore Peter Lang, maggiori dettagli sono disponibili QUI. Non ha ancora una copertina, quindi ho messo una foto che mi piace. Se ci sono editori italiani interessati a farne un’edizione contattatemi!

Thinking allowed, BBC Radio 4

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Mercoledì 13 aprile sono stato ospite di un programma radiofonico di BBC Radio 4 condotto da un signore di 80 anni dalla verve di un ragazzino. Laurie Taylor è un sociologo, ma anche altre cose, e conduce con brio e un filo di ironia Thinking allowed, un programma dedicato alla divulgazione di ricerche e studi condotti in ambito accademico. Ai produttori del programma è piaciuto un articolo che ho scritto per Soccer&Society (Transcultural football. Trajectories of belonging among immigrant youth) e mi hanno invitato a parlarne in studio. Il podcast del programma è disponibile QUI

Essere campioni è un dettaglio, ovvero la deriva neofascista di Boniek

Essere campioni è un dettaglio. La celebre frase di Socrates (il calciatore brasiliano morto nel 2011, per chi non mastica calcio) trova amara applicazione in una storia che ci giunge dalla Polonia. ll protagonista è Zbigniew Boniek, classe 1956, detto ‘Zibì’, noto alle cronache calcistiche nostrane soprattutto per avere condiviso con Michel Platini alcune fortunate stagioni alla Juventus negli anni ottanta dello scorso secolo. E’ preistoria, per chi ha meno di quarant’anni, ma tant’è. Boniek è una leggenda vivente del calcio polacco e dal 2012 è il presidente della federazione calcistica di quel paese, dopo aver provato anche ad allenare la nazionale. Ha provato ad allenare anche in Italia, ma senza troppa fortuna. Boniek è uno a cui piacciono le luci della ribalta e interpreta in maniera molto liberale il suo ruolo istituzionale. Ha un account di Twitter dal quale lancia messaggi a cadenza quotidiana, spesso più messaggi al giorno. Pubblica foto di sé stesso a torso nudo (un novello Putin?) e commenta su ciò che gli pare. E’ probabilmente gratificato dall’avere 300.000 persone che lo seguono e non si trattiene, non riesce a trattenersi, forse non ci prova proprio.

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La storia di Kelly Maloney, manager di boxe

Sabato scorso, 23 maggio, una modesta palestra di Glasgow ha ospitato il primo combattimento da professionista di un pugile di 23 anni, Tony Jones. Jones ha battuto un veterano della sua categoria, i welter, e ora punta a conquistare il titolo britannico. La notizia non è molto significativa sul piano sportivo. Più interessante del debutto del ragazzo è il ritorno nel mondo della boxe dell’organizzatore dell’evento. Il promoter della serata, e agente del pugile, è una signora di 61 anni, sposata con due figli, che da trent’anni lavora nella boxe, e con un certo successo. Alcuni anni fa Maloney portò il pugile britannico Lennox Lewis alla conquista del titolo mondiale dei pesi massimi. Anche per questo è considerata una delle figure più influenti nella boxe britannica. Ciononostante, è rimasta fuori dal giro per un paio d’anni. Sabato sera a Glasgow c’erano molte telecamere, reti televisive anche dagli Stati Uniti, ed erano tutte lì per lei, non per il suo giovane pugile. La ragione di questo interesse è che Kelly Maloney fino a due anni fa si chiamava Frank ed era un uomo. Quello di sabato era il primo evento pugilistico che organizzava da quando, alcuni mesi fa, ha cambiato legalmente sesso ed è stata riconosciuta come donna.  Continua a leggere

Di quale paese parla Arrigo Sacchi?

Non ne avesse già abbastanza, il tribolato mondo del calcio italiano deve ora fare i conti anche con le dichiarazioni psichedeliche dell’ex allenatore della nazionale italiana e del Milan, Arrigo Sacchi. Dopo aver assistito al torneo di Viareggio, che raccoglie le migliori squadre primavera, ha dichiarato alla stampa: “L’Italia è senza dignità, non ha orgoglio: non è possibile vedere squadre con 15 giocatori stranieri. A guardare il Torneo di Viareggio mi viene da dire che nel nostro vivaio ci sono troppi giocatori di colore, anche nelle squadre Primavera. Non sono certo razzista, la mia storia parla per me, ma il nostro calcio deve dimostrare più orgoglio”.

La confusione è suprema, il messaggio è pericoloso e, ci scusi o non ci scusi Sacchi, evidentemente razzista. Primo, il fatto che anche nelle squadre primavera ci siano molti ragazzi stranieri non è una novità. Le squadre della serie A acquistano talenti all’estero all’età di 15-16 anni anni, spesso anche prima, e li piazzano nelle squadre giovanili. Per esempio l’Udinese primavera su 25 giocatori in rosa ne conta 13, provenienti da paesi quali Croazia, Slovenia, Bulgaria, Polonia, Austria. Detto questo, cosa c’entrano i ‘giocatori di colore’? L’associazione stranieri=neri è di una bassezza culturale incredibile nel 2015, in un paese europeo d’immigrazione, soprattutto da parte di una figura pubblica di questo livello. Ed è un’associazione palesemente razzista. Se Sacchi, dovendo occuparsi di calcio giocato per gran parte della sua vita professionale, non ha avuto tempo di guardarsi attorno, forse qualcuno potrebbe rammentargli che gli stranieri non sono tutti neri. In ogni caso, se così fosse, che ci sarebbe di male?

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