Annunci

La tv del vicino

Come contrastare il rumore della televisione del vicino di casa? Non c’è rumore più insidioso di quel farfugliare di voci che rimbalza attraverso le pareti coi bassi che ogni tanto si alzano e poi si risiedono e speri che abbiano finito e poi riprendono e ogni tanto lasciano spazio, ma poco poco giusto un attimo alla musica, è la pubblicità, e poi ancora e ancora dentro le tue orecchie e in giro per la testa, fino in fondo al cervello.

Ma cosa c’è dentro la tv? Il rumore del traffico che arriva dalla strada è altro. Circola, passa, e tu sai che può anche non passare e questo ti aiuta a fartelo piacere, o almeno sopportare. Ma la tv del vicino no, lui non la spegne. E’ sordo, quasi. Dorme, forse. Si addormenta con la tv, talvolta può capitare pure questo, ha detto la padrona di casa. La casa è dolce, il quartiere tranquillo, forse si può anche scrivere, dopo aver lavorato e mangiato e dormito e parlato. Ma il vecchio sordo, no, lui non ci sta. E’ vecchio, e anche tu sarai vecchio tra un po’, perché prendersela con lui allora? Ha la tv per combattere la noia. Che noia grande deve esserci nella vita di un vecchio sordo che si addormenta con la tv accesa. La noia sarà anche la tua, un giorno, temi.

Parla un’altra lingua, la tv. Anche il vecchio parla un’altra lingua. Quello che mi circonda, le cose che posso toccare, quelle che posso vedere, parlano un’altra lingua. E così il vecchio non è più solo un vecchio sordo che si addormenta con la tv accesa ma un vecchio straniero. Lo straniero, però, sono io. Il mondo è capovolto.

Il nostro mondo è la casa?

Il comune di Milano ha tagliato il gas ad Alda Merini dopo che la poetessa avrebbe minacciato – in una conversazione telefonica con un amico – di suicidarsi facendo esplodere il palazzo. Non è tanto la notizia in sé a colpirmi, perché di storie e astruse e improbabili sono pieni i giornali, ma le considerazioni che Merini fa al Corriere della sera chiedendo di avere riallacciato il gas: “Ogni minuto che vola via, mi stringo con maggiore intensità al mio appartamento. Ho paura di perdere foss’anche un piccolo, magari insignificante, oggetto. Ho paura di venire abbandonata foss’anche da un minimo, invisibile particolare. Cosa ci resta, a noi vecchi, se non la casa e i ricordi che essa contiene?”

E’ così. E’ proprio così. E forse non vale solo per i vecchi. Parlo da un punto di osservazione tutto particolare, visto che negli ultimi due anni ho vissuto con Bibi in sette case diverse (in tre paesi diversi) e questa girandola putroppo non è ancora finita. C’è bisogno di un luogo a cui dare il nome di “casa” e c’è bisogno di avere vicino gli oggetti che ci hanno accompagnato e ci accompagnano in vita. Da ragazzo, preso in ingestibili conflitti socio-familiari, sognavo un piccolo spazio tutto per me: una stanza in un palazzo anonimo dove nessuno conosceva nessuno e nessuno era interessato a conoscere nessuno, ognuno libero di gestire in pace il suo dolore. Poi le cose sono un po’ cambiate, ma sempre mi è rimasto dentro il sogno di trovare un luogo a cui dare il nome casa e dove avere vicine alcune cose significative, essenzialmente libri e dischi. Nell’ultimo anno e mezzo la questione è diventata più pesante perché le mie cose sono sparse in case diverse. Posseggo due bici (una in eredità dal nonno), circa 600 dischi in vinile (soprattutto punk e new wave degli anni ’80), un’auto del 1995, una vecchia tv (altra eredità del nonno), alcuni mobili, il computer portatile e i libri. Il mio patrimonio è tutto qua. Sono i libri ovviamente la cosa a cui più tengo. Sono rinchiusi in molte scatole impilate in una stanza della casa dei nonni materni, vuota da quando loro sono morti. Spesso penso a dove erano collocati l’ultima volta che sono stati allineati in una libreria. Posso ricordare abbastanza precisamente la collocazione di quelli più consultati e questo fatto mi rende ancora più triste. Quando li riavrò con me? Perché non fai un mutuo e ti compri una casa?, mi sono sentito dire varie volte. Per pagare un mutuo serve una busta paga e con i lavori a progetto, a co.co.co ecc non ce la si può fare. E poi serve un capitale di partenza e quello o ce l’hai o c’è qualcuno che te lo può “prestare”, le possibili alternative sono queste. Dunque la soluzione è solo l’affitto, ma anche per quello serve un lavoro, ovviamente, e i lavori oggi sono come le libellule, volano via leggeri che neanche te ne accorgi. Ti muovi dove c’è il lavoro e continui a muoverti cercando di poter fare quello che sai fare, dove ti è possibile farlo finché ti è possibile farlo.

Ogni volta che leggo nelle biografie di artisti e scrittori “vive tra Londra e Milano” (improbabile sentire uno dire “vive tra Albenga e Aberystwyth”) o “Roma e New York” subito mi viene da pensare: ma chi paga l’affitto di due case?, o comunque: chi le mantiene? Il più delle volte se leggo cose questo tipo e il protagonista è un giovane semisconosciuto capisco che si tratta di un rappresentante delle classi alte, di mondi inavvicinabili. Tra gli artisti i figli di papà abbondano, è sempre stato così ma oggi la cosa appare più evidente. Tutti si saranno resi conto – e le statistiche ufficiali lo confermano – che negli ultimi 20 anni la forbice sociale si è divaricata. Il mondo occidentale è diventato ancora più ricco rispetto al sud del mondo ma al suo interno è cresciuta la distanza tra ricchi e poveri o comunque tra chi ha troppo e chi ha poco. Le opportunità se le spartiscono quelli che già le hanno e lasciano ai tanti altri le briciole. Volevo citarlo in un altro post ma no so quando lo scriverò quindi cito ora un articolo illuminante di Stuart Hall dove viene spiegato bene come il pensiero unico liberista dominante negli ultimi 20 anni abbia modificato – in peggio -i paesaggi urbani e le fisionomie delle nostre società.

Ero partito a parlare di casa e di Alda Merini e sono finito a parlare di sociologia e politica. Vabbè, è un blog. Chiudo così: oggi è difficile trovare la casa dove essere felice perché è difficile trovare casa ma è soprattutto difficile essere felice!