Thinking allowed, BBC Radio 4

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Mercoledì 13 aprile sono stato ospite di un programma radiofonico di BBC Radio 4 condotto da un signore di 80 anni dalla verve di un ragazzino. Laurie Taylor è un sociologo, ma anche altre cose, e conduce con brio e un filo di ironia Thinking allowed, un programma dedicato alla divulgazione di ricerche e studi condotti in ambito accademico. Ai produttori del programma è piaciuto un articolo che ho scritto per Soccer&Society (Transcultural football. Trajectories of belonging among immigrant youth) e mi hanno invitato a parlarne in studio. Il podcast del programma è disponibile QUI

La sfuggevole stanzialità del viaggiatore

Ogni tanto mi capita di incontrare delle persone che hanno letto il mio libro patagonico e mi chiedono se ho altri viaggi in programma (intendono viaggi di quel tipo). Sono anche interessate a sapere se sto scrivendo un nuovo libro (di quel tipo). In questi casi mi vien da pensare che Patagonia controvento sia il mio libro più noto, o quello che più ha colpito il pubblico dei lettori. Eppure, spesso, anche chi lo ha letto non sa della pubblicazione, per lo stesso editore, di La bici sopra Berlino. Gliene faccio cenno ma mi guardano un po’ sorpresi. Cosa c’entra Berlino con la Patagonia? Cosa c’è di esotico e misterioso in una città, per di più una capitale europea? Me lo chiedo anche io. In effetti, non so spiegare a queste persone e forse nemmeno a me stesso perché un libro ha seguito l’altro e, soprattutto, perché dopo il viaggio in Patagonia non ne abbia più fatto uno simile o perlomeno qualcosa che gli si avvicinasse un po’. A dire il vero, dopo Berlino non ho più pensato ad un nuovo libro “di viaggio”. Devo guardare la realtà negli occhi: i miei interessi sono disparati e spesso in competizione l’uno con l’altro. Mi complico la vita da solo, ma lo fanno un po’ tutti, no?   Continua a leggere

Settembre porta sempre qualcosa

Settembre è un mese che porta sempre qualcosa. Non passa mai indistinto. Quest’anno mi ha visto a Manchester a distanza di diciannove anni dalla prima e unica volta che ci ero stato, sempre a settembre (o era fine agosto?). Allora ero ospite di K., una batterista punk di San Francisco che stava facendo un master in matematica. La città era grigia e intorpidita, come avevo immaginato dai dischi dei Joy Division e degli Smiths. Era autunno o gli somigliava molto e si camminò a lungo, senza una chiara meta. Si parlò di gruppi e di dischi, come sempre. Io avevo gusti spesso declinanti al pop, ma non era una novità (non ho mai nascosto il mio amore per i Talk Talk). Vedemmo un film di Pasolini in un cinema d’essai. Affittammo un’auto per raggiungere Leeds, dove un gruppo di suoi amici californiani teneva un concerto del loro primo tour europeo. Su YouTube c’è il video e qualcuno mi ha fatto notare che mi si vede, al minuto 1.03. Sono in seconda fila, basso, con gli occhiali, e sto saltando. Dopo il concerto andammo nel ‘camerino’, una stanza sozza dove negli anni erano state bevute molte, troppe, birre, e sicuramente dei superalcolici. I componenti del gruppo erano allegri, ma niente droghe, poco alcol. Bravi ragazzi. C’era uno spilungone incurvato vestito di nero che mi diede un biglietto da visita. Forse mi aveva scambiato per un parente dei musicisti. C’era scritto New Musical Express, ma forse era solo un free lance ambizioso e un po’ brillo. K. non era una semplice amica dei giovanotti,  era la persona che fino a poco tempo prima gli aveva organizzato i concerti su è giù per la California. Ora avevano un manager e tutto era diverso, o stava cominciando ad esserlo. Purtroppo. Poi rientrammo a Manchester, io molto probabilmente mi addormentai in macchina, come ho sempre fatto, ma per fortuna non guidavo.

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Il dilemma delle corsie ciclabili (occupate)

Pedalare nelle grandi città è diventato più popolare, ma non più facile. Uno dei problemi in cui il ciclocittadino incorre regolarmente è la corsia ciclabile occupata. Dove vai se il furgone è posteggiato bellamente sull’unica stretta striscia riservata alla due ruote? Il peggio che può capitarti è tuttavia di essere multato per non aver pedalato sulla corsia ciclabile. Devi incappare in un vigile con poco senso del ridicolo, ma può succedere. E’ successo a un giovane regista newyorkese, che ha colto l’opportunità per realizzare un piccolo video mozzafiato…

La bici sulla schiena

La vita di condominio è segnata da eventi rituali. I densi odori provenienti a cadenza bisettimanale dall’appartamento accanto al nostro sono uno di questi. La giovane coppia di biologi pakistani con bambino ama cucinare nottetempo o prestissimo al mattino e lo fa regolarmente due volte a settimana. Mai una di più, mai una di meno. Il problema è il minipimer alle sei del mattino. Il minipimer ha un suono tra il trapano leggero e il motorino garelli a tre marce (in prima). Il minipimer, che bella invenzione. Il venerdì è di solito giornata rischiosa nel nostro stabile, perché il bancario irlandese che vive solitario al primo piano si prende delle libertà. La parola libertà si declina spesso con la parola alcool e il giovane uomo non smentisce questa convenzione. Esce con gli amici e rientra alle ore piccole in stati alcolici non compatibili con la normale funzione umana di un europeo continentale. Non reggendosi in piedi sbatte su tutte le superfici che incontra: portonicino, passamano, scalini, finché giunge a tentoni nel suo appartamento e, senza badare all’ora, al fatto che sopra di lui vive una coppia con due bambini, e che le pareti del palazzo sono ben sottili, accende lo stereo. E’ qui che la sua presenza si fa notare oltre ogni limite sperabile.

E’ un appassionato del brit-pop di alcuni anni fa, quello che probabilmente ascoltava nella sua adolescenza, gli Oasis, gli anni novanta, chitarre e testi spartani sbiascicati malamente. Per fortuna questo rituale ha durata breve. Dilaniato dagli effuvi alcolici riesce quasi sempre e spegnere lo stereo dopo una decina di minuti, prima di franare pesantemente sul pavimento.  Hai sentito il party  ieri sera? Mi chiede sistematicamente il giorno dopo la signora spagnola madre di due bambini che vive al primo piano. Certo, rispondo io, il venerdì…Comunque sempre meglio della coppia irlandese che teneva la tv accesa a tutte le ore. Poteva esserci un blackout metropolitano, un attacco aereo della Raf, o un allagamento, la tv rimaneva sempre accesa. A volumi da centro per anziani o da salone di parrucchiera. Quando hanno traslocato ho sentito un sollievo simile a quello provato all’annuncio che Berlusconi si era dimesso (questo era un sogno, ma la sensazione è quella).

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La gomma del ponte

Quando ero bambino le stecchette di gomma da masticare Brooklyn erano onnipresenti. Nei bar, nei negozi, alla tv: le confezioni in vari gusti della “gomma del ponte” non ti lasciavano mai. Erano piacevoli da masticare ma il piacere durava poco e poi arrivava l’oblio, o meglio il rifiuto. Divenute insapore, le gomme venivano gettate dove capitava e lì rimanevano, ad imperitura memoria della loro breve ma intesa vita. Erano tra i rifiuti più fastidiosi che si potessero pensare: si attaccavano ai marciapiedi, ai bordi dei banchi di scuola, alle sedie, e da lì non si muovevano più, solide come sassi. A un certo punto della mia vita le gomme da masticare sono scomparse. Non ero tanto io ad aver smesso di consumarle ma proprio l’intero umano paese ad aver perso attrazione per loro. Erano state soppiantate da un universo di mentine, mini gommine gelatinose, caramelle balsamiche e altre piccole amenità da infilare in bocca. La storia singolare delle gomme da masticare mi è tornata in mente entrando per la prima volta nella metropolitana di New York. La metropolitana non è in buone condizioni, tutt’altro. Forse Bill Gates potrebbe intervenire, si dice che con la sua fondazione abbia già devoluto 30 miliardi di dollari soprattutto in progetti educativi (spesso collegati alla diffusione dell’informatica e del computer…), ma qualche soldino per la metropolitana della città più importante degli Usa potrebbe trovarlo. Gli enti pubblici sembrano lontani dall’occuparsene.

Più che dalle pareti dei binari, scrostate e annerite, più che dagli scalini per raggiungerli, stretti e ripidi, e dalla quasi sistematica assenza di ascensori e scale mobili,  il mio occhio è stato attratto dalla pavimentazione. I pavimenti delle stazioni della metropolitana di New York sono coperti da macchie nere, dure e scolpite come fossero dei piccoli blocchi di colla. Sono gomme da masticare – cosa altro possono essere? Vecchie gomme da masticare abbandonate in un passato indefinito. Il fatto che in alcune stazioni di più recente fattura le macchie scure sul pavimento siano più rare e meno visibili, mi ha indotto a pensare che il destino della gomma del ponte (e dei suoi deboli concorrenti) abbia seguito negli Usa lo stesso destino seguito nella mia infanzia friulana. Grande euforia gustatoria e consumistica, declino e abbandono, trasformazione in elemento urbanistico inamovibile.

Appena ne avrò il tempo racconterò della musica che si può ascoltare nella metropolitana di New York durante i fine settimana. Gruppi e solisti di ogni genere, calamite di suoni senza confini. La loro presenza mi ha fatto presto scordare la gomma da masticare incollata ai pavimenti e ha reso ancor più memorabile il passaggio nella città dei grattacieli.  Ma per ora, la prima memoria conservata e offerta è quella della gomma da masticare.

Macchine da consumo

Udine è circondata da centri commerciali. Nell’arco di circa dieci chilometri ve ne sono cinque, di dimensioni diverse ma tutti affini nell’idea: portare persone automunite a perdere tempo nei loro meandri riscaldati (o, d’estate, climatizzati). Sono cresciuti rapidamente, di numero e dimensioni, nell’arco di quindici anni, con uno scatto da velocista negli ultimi cinque. Al Città Fiera, il più grande e “popolare”, non manca nulla. Non è più solo questione di negozi, ristoranti, cinema, palestre. No, ci sono anche i medici specialisti, che hanno trovato ospitalità in una torretta nel bel mezzo dell’arena consumatoria. Il cerchio è completo. Non c’è bisogno di null’altro. Dalla patologia alla cura, tutto a portata di cammino. Dentro il capannone.

Quello dei centri commerciali alla città sembra un assedio, ma all’incontrario. Mentre gli assedi delle fortezze medievali miravano a portare gli assedianti dentro la città, a farne cosa propria occupandola, l’assedio dei centri commerciali mira a portare gli abitanti fuori, ad attrarli verso la vita ologrammata che si svolge nella cittadella del consumo, a “disossare” la città stessa. L’assedio funziona bene, visto che il centro cittadino perde negozi e assomiglia sempre più ad un salottino per boutique e bar eleganti. Probabilmente i centri commerciali non c’entrano, ma gli abitanti sono in calo e nemmeno gli immigrati riescono più a sostenere l’annosissima ambizione udinese di raggiungere i centomila residenti. Persino le librerie si spostano nella nuova città ancillare, alla ricerca del consumatore a tutto tondo, la perfetta macchina da consumo (anche il libro è merce, no?).

Gli “shopping mall” come li vediamo oggi proliferare ovunque ci siano potenziali consumatori, localizzati in aree suburbane o extraurbane dell’occidente e dell’oriente, del nord e di certo sud del mondo, sono il prodotto dello sviluppo urbanistico statunitense. Non a caso la data di nascita è indicata negli anni cinquanta, gli anni del boom dell’automobile negli Usa e della vita suburbana. I centri commerciali, intesi come contenitori fisici di più negozi, sono nati prima dell’automobile e del delirio urbanistico made in Usa, e trovavano spazio dentro le città, come il KaDeWe a Berlino, in palazzi storici o edifici degni di tale nome. In alcuni posti esistono ancora, ma sono gli altri, secondo me, il vero problema, quelli pensati in funzione dell’automobile.

Al pianificatore, al politico, all’amministratore pubblico, nulla importa del futuro, di quello che accadrà tra venti o trent’anni. Conta l’immediato, la promessa di “dare lavoro” per un anno o due a qualche centinaio di manovali per costruire e a qualche decina di commessi e guardiani quando il tutto sarà pronto. Ma che sviluppo ci aspetta? L’automobile – in città, ma non solo – ha il fiato corto e perfino negli Usa in molti se ne stanno accorgendo. Costruire strade non fa che aumentare il numero di automobili in circolazione. E costruire negozi in mezzo al nulla non fa creare nuove mete per l’incessante desiderio di consumo. “I negozi in città sono scomodi”, dice l’uomo/donna medio/a. “Si fa fatica a parcheggiare e poi hanno orari ridotti. Al centro commerciale vai quando vuoi e trovi sempre parcheggio”. Il ragionamento non fa una grinza. Ma che cosa c’è dietro questa apparente logicità? Il fatto che il consumo è diventato un’attività quotidiana, come andare al bar o passare a salutare la nonna. Non il consumo per fini alimentari o di sussistenza, ma il consumo come svago/passatempo ecc. Hai mezz’ora di tempo alla fine del lavoro? Sali in auto e voli al centro commerciale. Ti serve qualcosa? No, o forse sì, anzi sì, sì certo. Anche se hai già quattro paia di scarpe “outdoor”  magari ne trovi un paio scontato, più bello degli altri tre. E poi è meglio avere ricambi, anche di cose che non usi ogni giorno. La logica è illogica, ma funziona, s’impone, quindi è più logica.

Ritorni inattesi

Il declinare del ciclo vitale porta un rincorrersi di ritorni. Capitano cose che sembrano già accadute o semplicemente sembrano troppo simili ad altra già accadute, magari più di una volta, e uno si chiede: ma questo cosa vuol dire? (beh, invecchi, bestia, ecco cosa vuol dire) . Si accumula vita e per quanto uno si sforzi di cercare nelle cose lo stupore della prima scoperta non si possono evitare le ripetizioni. Che poi, diciamocelo, possono essere anche piacevoli, con quel lieve sapore di nostalgia soddisfatta. Per esempio, nelle ultime settimane la Windbeutel è tornata a farsi presente in due contesti disparati. Di passaggio a Berlino per una full immersion nel tema calcistico e per salutare l’amico J, che lascia la città per destinazione Oxford (se ne pentirà?), io e Bibi siamo saliti fino a Pankow per rivedere la Windbeutel. Arrivati alla pasticceria “tipica dell’est” in cui l’avevamo lasciata in buon isolamento rispetto al brulicare metropolitano, la signora dietro alla vetrina, ignara del nostro motivato perigrinare, ci ha gelato con un marmoreo “Montag nie” (di lunedì mai). Chi lo sapeva che il lunedì la Windbeutel non è ammessa? Mesto il rientro in metropolitana, ma spiazzante la scoperta della Windbeutel nel bar della metro, sì proprio lì!  E non solo lì, l’abbiamo vista in bella mostra anche nella stazione di Alexanderplatz dove sette anni fa avevamo fatto la sua conoscenza. Ora, i lettori del libello “La bici sopra Berlino” potranno sentirsi ingannati. In quelle pagine si denunciava la scomparsa della Windbeutel dalle zone centrali di Berlino. E invece. La città cambia continuamente d’abito, ecco la verità, e magari rimette ineffabile gli abiti di un tempo.

Due. In bicicletta lungo Capel street, zona nord di Dublino, sono incappato in una “Polska bakery”, un forno-pasticceria polacco. Bene, sono entrato a vedere cosa offriva. I prezzi sono tendenzialmente più bassi degli esosi pasticceri irlandesi e questo è già un segno positivo. Ma ecco, lì, in vetrina, la Windbeutel! Oh Gosh! La sorpresa è stata tuttavia resa amara dal vedere un’ombra scura sul fondo del pasticcino: marmellata. Perché questo? Perché? Il fondale di marmellata di lamponi o mirtilli (non distinguo la differenza, credo sia una forma di daltonismo culinario) ha svilito l’evento. Ma almeno è qualcosa.