Thinking allowed, BBC Radio 4

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Mercoledì 13 aprile sono stato ospite di un programma radiofonico di BBC Radio 4 condotto da un signore di 80 anni dalla verve di un ragazzino. Laurie Taylor è un sociologo, ma anche altre cose, e conduce con brio e un filo di ironia Thinking allowed, un programma dedicato alla divulgazione di ricerche e studi condotti in ambito accademico. Ai produttori del programma è piaciuto un articolo che ho scritto per Soccer&Society (Transcultural football. Trajectories of belonging among immigrant youth) e mi hanno invitato a parlarne in studio. Il podcast del programma è disponibile QUI

Integrazione attraverso lo sport – possibile?

SARI-Integration through Sport workshop, Dublin.

Da sinistra: Gitta Axman, Brian Kerr, Ken McCue, Max Mauro. Domanda: a cosa starà pensando Max?

Alcuni giorni fa ho partecipato, a Dublino, a un seminario sul progetto del governo tedesco “Integrazione attraverso lo sport”. L’incontro era organizzato dal SARI (Sport Against Racism Ireland) e dal Goethe Institute Ireland e avveniva in concomitanza con la partita Irlanda-Germania per le qualificazioni ai mondiali di calcio (finita con una ignominiosa sconfitta dei padroni di casa). I lettori di questo blog ricorderanno il SARI, ne ho parlato in occasione della SARI Soccer Fest, che da 15 anni richiama ogni anno, a settembre, centinaia di persone da tutta l’Irlanda, anche da quella del Nord, per una vera festa del calcio. All’ultima edizione c’erano quaranta squadre maschili e dieci femminili. Non c’è una regola per partecipare: vi sono squadre che rappresentano una comunità immigrata e altre, la maggioranza, che rappresentano una località con tutte le comunità che ci vivono. Arrivano veramente da tutta l’isola. Il tema della festa è “sport e inclusione sociale”, ma non è mirato solo alle comunità immigrate, ma a tutte le diversità e le minoranze. Tra i partecipanti più fedeli c’è una squadra della comunità gay di Dublino.

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L’Irlanda e gli sport gaelici

Alcune sere fa sono incappato in torme di famiglie di celeste vestite, che percorrevano le vie di Dublino sul far della sera di un lunedì non festivo (niente bank holiday, per intenderci). C’era entusiasmo, palpabile eccitazione, nel loro procedere. I bambini portavano bandiere, anzi bandierine, come si confà alle loro esili corporeità, anch’esse colorate di celeste. Che succede?, mi son chiesto. Gli angeli del firmamento sono scesi in terra per un tour nostalgico, tipo la reunion dei Led Zeppelin? Coi tempi che corrono, di crisi e smarrimento globale, ci potrebbe anche stare. Nulla di tutto ciò, niente ascesi mistiche in massa, almeno per ora. Le magliette e le bandierine inneggiavano alla squadra di football gaelico di Dublino, fresca campione d’Irlanda (di tutta l’isola, perché i campionati di sport gaelici coinvolgono contee sia della Repubblica d’Irlanda che dell’Irlanda del nord). Ero tentato di accodarmi alla folla di tifosi di tutte le età, ma ho soprasseduto, da alcuni anni soffro particolarmente la massa. Il giorno successivo, gli organi di informazione mi hanno comunicato che circa 40mila persone si erano riunite in Merrion Square, forse la piazza più centrale e rappresentativa della città, per celebrare i campioni del Dublin GAA (l’associazione dei giochi gaelici).  Continua a leggere

Il mare dov’è

Una domenica mattina di inizio estate. La città è pressoché deserta, mentre l’attraverso in bicicletta diretto alla fermata del bus di O’ Connell Street. Quando raggiungo il principale ponte sul Liffey, il grigio e spugnoso fiume che taglia in due Dublino, provo una sensazione strana, qualcosa che sul momento non riesco a nominare. Mi fermo in mezzo alla strada per capire meglio, i pochi veicoli in circolazione sembrano innoqui. Come sempre, come in tutte le città che ho conosciuto, le prime ore del giorno festivo sono momenti di silenzio e prossimità. La città sembra più ‘vicina’, si offre assonnata e pudica, dopo l’euforia della notta di festa. Il mare non è distante, lo si intravede in fondo al corso del fiume, ma non è visibile, la sua presenza accessoria alla città e ai suoi abitanti. Improvvisamente capisco cosa c’è di strano, nella mattina silenziosa. Il profumo del mare! E’ la prima volta che lo sento, dentro la città. Mi sposto dalla strada e mi faccio più vicino al corso del fiume. E’ un odore nuovo, in questo luogo, a lungo inseguito. Dov’è il mare a Dublino?, si chiedono i viaggiatori. Me lo chiedo anche io, abitante di passaggio, cittadino transeunte. Il mare è nascosto dalla storia, il porto lo avvolge, edifici e ricordi, ma nulla che si possa toccare, che si lasci avvicinare. Bisognerebbe accompagnare il Liffey per vederlo, il mare. Oppure, come fanno i più, raggiugere i sobborghi a sud e a nord, dove la città non è più città, e il mare è qualcos’altro, anch’esso. Strana città di mare, quella dove non è possibile camminarci vicino.

Le avventure di Sparta – La vera faccia del moccioso

Prima o poi Roddy Doyle dovrà essere giudicato dal tribunale degli scrittori. E’ un auspicio e allo stesso tempo un appello, il mio. Non può passare impunita la sua sistematica opera di ‘romanticizzazione’ del moccioso dublinese. Si tratta di un reato letterario tra i peggiori: fare agiografia del diabolico in erba. Il moccioso dublinese ha un’età tra i nove e dodici anni: si muove prevalentemente in gruppo in zone abitate da cronici ricevitori di sussidio sociale, staziona in strada alle ore più impensabili – tipo dieci di sera infrasettimanale – e compie le azioni più spregiudicate con la sfacciataggine di un rapinatore di banche. La battaglia di sassi da un lato all’altro della strada tra nemici di culla è un innocente gioco di bambini al confronto di quello a cui va incontro il ciclocittadino che ha la sfortuna di transitare nel momento sbagliato in una zona controllata dalla gang infantile. Purtroppo il sottoscritto si trova spesso ad attraversare aree a rischio moccioso. Un volta una mela ha colpito la borsa che portavo a tracolla, ben celata sotto la mantella anti-pioggia. Ignaro del pericolo incombente, pedalavo rapito quando ho sentito un colpo improvviso e secco sulla borsa. Ho pensato: ma che caz? Mi son girato e ho visto una mela di medie dimensioni rotolare via. Poco distante c’era un gruppetto di mocciosi che sfidava la mia reazione con gesti e urla. Forse non avevano mai visto una mantella, a Dublino nessuno la usa. Li ho guardati con qualcosa a metà tra  lo stupore e l’odio fisico, poi ho provato commiserazione e ho ripreso la via. La volta successiva c’era la neve, giusto un filo, che da queste parti anche la neve deve sottomettersi alla implacabile legge della pioggia. Mentre filavo a cavallo di Sparta una palla di neve  ha sfiorato il mio berretto di lana. In pratica, ha sfiorato la testa prima di sfagliarsi sulla strada. La zona non era la stessa della prima volta, ma nemmeno troppo distante. Il terzo incontro ravvicinato coi diavoli in erba è avvenuto in una giornata di tepore quasi primaverile (alcuni la scambiano per estate, ma è un miraggio). L’oggetto contundente lanciato dai villani è stato un gavettone. Un sacchetto riempito di cubetti di ghiaccio che è passato come un missile a pochi centimentri dal mio viso. Ho avuto paura. Cosa poteva succedere se mi colpiva? Finivo lungo sull’asfalto, sotto le ruote di un autobus. Questa volta ero determinato a fare qualcosa, bloccare almeno uno dei malviventi, consegnarli alla giustizia ciclistica, a qualsiasi tipo di giustizia, ma sono tutti rapidamente fuggiti in mezzo ai condomini.

L’Irlanda è il paese più giovane tra i 27 dell’Unione Europea. Tra il 1995 e il 2005, più o meno gli anni del boom, la natalità  ha toccato vette da record mondiale. I sussidi alla maternità consentono anche a famiglie senza reddito o a genitori soli di ‘custodire’ vari figli. Famiglie con cinque o sei figli sono frequenti, soprattutto negli strati più bassi della società irlandese, marcatamente classista sullo stile di quella britannica. Il buon Roddy Doyle, il maestro dei dialoghi e dello humor nero, proviene da una famiglia di solida estrazione borghese eppure si è appassionato alle storie della working class. Leggendo i suoi libri viene facile provare sentimenti di simpatia e affetto per i protagonisti, soprattutto per i piccoli tremendi protagonisti di Paddy Clark Ha Ha Ha o di A star called Henry. Però quella è fiction. La realtà sono i gavettoni di ghiaccio e l’attacco alla povera mantella ciclabile. Queste sono sacche di ignoranza e abbandono, altro che birbanterie pre-adolescenziali.

Football on Screen

Per chi capita a Dublino in questi giorni c’è l’opportunità di vedere alcuni film sul calcio che raccontano storie ricche di sfumature e implicazioni. Tre documentari che aiutano a comprendere il valore sociale e culturale che questo sport spesso si trova a rivestire ai giorni nostri. E’ un’iniziativa curata dal custode di questo cortile digitale in collaborazione con il Goethe Institute di Dublino e Sport Against Racism Ireland (SARI). Magari in futuro, se qualcuno è interessato, sarebbe bello portarla in Italia, sulla scia del Football Film Festival che da otto anni viene organizzato a Berlino. O qualcuno ci ha già pensato?

p.s. La regina d’Inghilterra non sarà presente, causa impegni concomitanti (meglio così, dai).

Info sul sito di SARI.

Il nonno irlandese di Obama

C’era da aspettarselo. Dopo JFK, Morrissey, Paul McCartney e Muhammed Alì, anche Obama rende omaggio ai suoi antenati irlandesi. In occasione della sua visita ufficiale nell’isola annuvolata, prevista a maggio, il presidente degli Stati Uniti farà visita al villaggio di Moneygall, trecento anime e due pub, da cui pare certo sia partito il bis-bis nonno di sua madre. La notizia ha ovviamente messo in fibrillazione molti e aiuterà a distrarre il pubblico un po’ ansioso dall’annunciata visita della Regina di Inghilterra, la prima dall’indipendenza irlandese, prevista anch’essa nel mese di maggio. E’ possibile che dopo le recenti bombe nel Nord Irlanda la regina decida di rimanere a Londra, ma non è detto, tutto è possibile. Io comunque non mancherò i due appuntamenti. Solleveranno un po’ di polvere sulla noia palpitante di questa città.

La bici sulla schiena

La vita di condominio è segnata da eventi rituali. I densi odori provenienti a cadenza bisettimanale dall’appartamento accanto al nostro sono uno di questi. La giovane coppia di biologi pakistani con bambino ama cucinare nottetempo o prestissimo al mattino e lo fa regolarmente due volte a settimana. Mai una di più, mai una di meno. Il problema è il minipimer alle sei del mattino. Il minipimer ha un suono tra il trapano leggero e il motorino garelli a tre marce (in prima). Il minipimer, che bella invenzione. Il venerdì è di solito giornata rischiosa nel nostro stabile, perché il bancario irlandese che vive solitario al primo piano si prende delle libertà. La parola libertà si declina spesso con la parola alcool e il giovane uomo non smentisce questa convenzione. Esce con gli amici e rientra alle ore piccole in stati alcolici non compatibili con la normale funzione umana di un europeo continentale. Non reggendosi in piedi sbatte su tutte le superfici che incontra: portonicino, passamano, scalini, finché giunge a tentoni nel suo appartamento e, senza badare all’ora, al fatto che sopra di lui vive una coppia con due bambini, e che le pareti del palazzo sono ben sottili, accende lo stereo. E’ qui che la sua presenza si fa notare oltre ogni limite sperabile.

E’ un appassionato del brit-pop di alcuni anni fa, quello che probabilmente ascoltava nella sua adolescenza, gli Oasis, gli anni novanta, chitarre e testi spartani sbiascicati malamente. Per fortuna questo rituale ha durata breve. Dilaniato dagli effuvi alcolici riesce quasi sempre e spegnere lo stereo dopo una decina di minuti, prima di franare pesantemente sul pavimento.  Hai sentito il party  ieri sera? Mi chiede sistematicamente il giorno dopo la signora spagnola madre di due bambini che vive al primo piano. Certo, rispondo io, il venerdì…Comunque sempre meglio della coppia irlandese che teneva la tv accesa a tutte le ore. Poteva esserci un blackout metropolitano, un attacco aereo della Raf, o un allagamento, la tv rimaneva sempre accesa. A volumi da centro per anziani o da salone di parrucchiera. Quando hanno traslocato ho sentito un sollievo simile a quello provato all’annuncio che Berlusconi si era dimesso (questo era un sogno, ma la sensazione è quella).

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Secco sarai tu

Ancora una volta che sento lo speaker della radio nazionale usare l’aggettivo dry (secco) riferito alle previsioni del tempo prendo la bici raggiungo la sede di RTI (la Rai irlandese) e lo attendo fuori con un cavolo in una mano e una pala nell’altra. Prendi questi e cambia mestiere, è il messaggio. Ma come è possibile che con un’umidità al 100% da vari giorni lui mi prenda in giro dicendo “another dry day”? Solo perché non c’è pioggia battente non vuol dire che il clima sia secco, neanche a momenti. La parola secco è vietata a queste latitudini.

L’immigrato vedo e non ti vedo

La campagna elettorale attualmente in corso nell’isola annuvolata offre due spunti di riflessione, concatenati. Il primo è che, differentemente dalla generalità dei paesi dell’Europa occidentale, in Irlanda il tema immigrazione non è utilizzato per far cassa. Non ci sono partiti di destra che prendono gli immigrati come capro espiatorio di tutti i problemi della società e che come manovra taumaturgica ne prevedano la riduzione, la reclusione, l’eliminazione politica, economica o finanche fisica. Fino a qui l’osservatore tira un sospiro di sollievo. Il panorama politico irlandese è schiacciato al centro e vede 5 o 6 formazioni politiche sgomitare per richiamare l’attenzione dell’elettore medio. Per fare ciò non cercano colpi ad effetto, dicono più o meno tutti le stesse cose ma cercano di usare parole e stili diversi per dirle. Annunciano tagli agli stipendi dei parlamentari e dei dipendenti pubblici, interventi per richiamare nuovi investitori stranieri, tagli alla sanità e alla scuola, bastonate alle banche (in campagna elettorale si può tutto). Una cosa unisce i partiti, nessuno escluso: l’autoreferenzialità patriottica. Tutti vogliono il bene dell’Irlanda, che è fatta di brava gente e merita un futuro radioso e non ha colpe per quello che succede o è successo.

Proprio su questa caratteristica, l’autoreferenzialità patriottica, si innesta il secondo punto di riflessione. Dai messaggi elettorali sembra che i maggiori protagonisti del boom economico dello scorso decennio, cioè gli immigrati, non esistano. E’ sorprendente il modo in cui nessuno dei partiti in corsa si ricordi del fatto che circa il dieci per cento della popolazione è composta da immigrati, un certo numero dei quali ha diritto di voto, avendo acquisito la cittadinanza di questo paese. E’ un problema di rappresentazione e di cultura. L’Irlanda non riesce a vedersi diversamente da come, da sempre, si rappresenta. L’immigrato, soprattutto quello di colore, è altro. Non c’entra. Il suo è un contributo accessorio e dispensabile. La situazione viene espressa esemplarmenta da un attivista per i diritti dei migranti, Fidèle Mutwarasibo, cittadino irlandese dal 2003, che ha dichiarato all’Irish Times: “Sono molto impegnato politicamente e ho tutta l’intenzione di votare a queste elezioni. Però, quando incontro rappresentanti dei partiti che fanno propaganda casa per casa vengo ignorato perché non rientro nel loro stereotipo di quello che sembra e suona irlandese”.

Pur avendo richiamato e assorbito consistenti numeri di immigrati, l’Irlanda non si è dotata di una legge organica sull’immigrazione. Negli anni sono stati attuati interventi estemporanei dai risvolti spesso contradditori, come il referendum per “ridimensionare” il diritto di cittadinanza per i bambini nati nell’isola, che in pratica mantiene in certi casi il diritto “jus solis” per il bambino ma non può essere trasmesso al genitore. Questo fa si che, come è successo recentemente, l’espulsione di un genitore può portare anche alla espulsione del bambino, che è un cittadino irlandese! Un’altra zona grigia è quella dei richiedenti asilo, che possono aspettare 5, 6, o più anni anni prima di avere risposta alla loro domanda. Nel frattempo vivono in centri di accoglienza e ricevono Euro 19.90 a settimana (cifra bloccata dal 2001). Ovviamente non possono lavorare. Vivono in un limbo senza riferimenti. Anche se i partiti non ne fanno apertamente uso, i sentimenti anti-immigrati sono diffusi. Il razzismo è un problema emergente, e non si fa fatica ad accorgersene. Dal padrone di casa che ti dice che dall’Africa sono arrivati decine di migliaia di ruba-sussidi, al tassista che tranquillamente ammette di non sopportare i neri, agli allenatori di calcio giovanile che non sanno distinguere tra un insulto razzista e un insulto generico.