L’uomo senza automobile

“Non ha l’automobile!”. Tra le tante descrizioni lette e sentite sul nuovo leader dei laburisti Jeremy Corbin quella offerta, in senso positivo, dal mio capo alcuni giorni fa mi ha fatto sorridere e, ovviamente, rallegrato. Sorridere, perché se uno non è immerso nella realtà inglese (e sottolineo inglese e non britannica) del sud delI’Inghilterra (e sottolineo del sud) non può comprendere il ruolo di definitore di status sociale attribuito all’automobile. Non conto le volte che a me o a Bibi è stato chiesto: “Don’t you drive?”, che suona come un’accusa di disabilità, “non guidi?”, ma sottintende il fatto del tutto presunto che non puoi permetterti un’automobile. L’automobile appare un obiettivo di decenza alla popolazione immigrata, per esempio a quella molto numerosa a Southampton dei polacchi, e una ovvia necessità ai molti bianchi inglesi che vivono nei sobborghi o, ahiloro, nella “countryside”, che sarebbe la campagna ma ha poco o nulla in comune con l’idea di campagna di chi è cresciuto nella provincia italiana. Vai a spiegare loro che l’uso dell’automobile in città di dimensioni raccolte è un sintomo di moderna barbarie e che molta parte dell’occidente sta cercando vie per ridurre la dipendenza da essa.  Continua a leggere

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Osare Riusare

Riporto la presentazione di Osare Riusare, originale iniziativa che si svolge sabato 7 luglio, dalle 10 del mattino, presso il Parco di Sant’Osvaldo a Udine.

Una giornata di festa per lo scambio di COSE, IDEE, PRATICHE E SAPERI

Chi di noi non ha ricevuto sorridendo l’ennesimo regalo, non sa più dove riporre tutta l’attrezzatura di un vecchio hobby, ha comprato con entusiasmo l’ultimo gadget tecnologico, e ora sono tutti lì a ingombrare le nostre case?

E allora perché non rimetterli in circolazione e a disposizione di chi possa apprezzarne l’esistenza qui e ora, donando nuova vita ad oggetti destinati all’oblio o alla discarica?

Ecco l’occasione giusta, un  mercatino senza denaro: portate gli oggetti che avete in casa e non usate più, a qualcuno potrebbero servire! Se non avete oggetti da portare, venite a vedere ciò che hanno portato gli altri: trovate degli oggetti che vi tornano utili? Prendeteli! Potrete scambiarequattro chiacchiere con i vecchi proprietari e scoprirne pregi e difetti.

Oltre al mercatino ci saranno laboratori rivolti a bambini e adulti per imparare piccole pratiche quotidiane di riuso e riciclo o per giocare riadattando vecchi oggetti o materiali di recupero.

Al termine della giornata si terrà un dibattito in cui discutere pratiche alternative di scambio, raccontare le proprie esperienze, proporre le proprie idee.

Il programma completo si trova qui osareriusare.blogspot.it


Ecotopia Biketour 2012

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Sono aperte le iscrizioni all’Ecotopia Biketour 2012, il tema di quest’anno è ‘Verso la decrescita’. Dalla presentazione del progetto: ‘Ecotopia Biketour é una comunità ecologista, nomade e autogestionaria, che attraversa Europa ogni estate in bicicletta Quest’anno il nostro itinerario ci porta attraverso la Catalogna, il sud della Francia e il nord d’Italia, facendo riferimento al tema della decrescita, denunciando la perniciosa mentalità che, centrata nella crescita capitalistica, tralascia i veri valori sociali e di tutela dell’ambiente’ (la pagina in italiano ha degli errori, alcuni li ho corretti io al volo qui). La meta finale del tour è Venezia, sede della grande conferenza sulla decrescita in programma dal 19 al 23 settembre.

La lavatrice

La lavatrice è un elettrodomestico internazionale ma purtroppo non sembrano esserci delle regole internazionali per utilizzarla. Mi spiego. Io sapevo che la Regola Numero Uno prima di infilare gli abiti nel cestello è verificare che le tasche siano vuote. Certo, può capitare che un microscopico centesimo di euro rimanga incastrato nel tessuto di una camicia, oppure che una banconota si sia adattata alle pieghe dei jeans al punto da non farsi trovare al tatto delle dita. Però un tappo di bottiglia che fuoriesce come un naufrago stordito dall’oblò della lavatrice supera, francamente, ogni immaginazione. Ok, si tratta del tappo di una bottigilia di birra e siamo a Berlino-Germania. Però.

Il palazzo dove viviamo pro tempore è gestito da una cooperativa formata dai residenti. E’ una pratica diffusa nella parte est di Berlino. Dopo la caduta del muro il Senato della città (il parlamento metropolitano con poteri speciali) predispose dei fondi per gli inquilini che si univano in cooperativa e decidevano di ristrutturare gli edifici in cui abitavano. Il Senato metteva l’85% dei costi di costruzione e gli inquilini il resto. Alla fine della partita gli inquilini potevano avere gli appartamenti vita natural durante a un affitto basso. Dopo venti anni ne divenivano usufruttuari fino al congedo da questo mondo.

In un palazzo-cooperativa molte cose sono in comune. Nel senso che certi beni che di solito fanno parte del corredo casalingo di una abitazione possono essere condivisi tra più persone o famiglie. Nel nostro caso vi sono una decina di lavatrici per circa 25 appartamenti. Le lavatrici trovano posto in una lavanderia sotterranea, accanto alle cantine e al deposito delle biciclette. Non so se alcuni tengano la lavatrice in casa, ma credo di sì, comunque il nostro locatore condivide la lavatrice con la sua ex, che abita in un appartamento insieme alla figlia, che non sono sicuro sia del nostro locatore, ma questa è un’altra storia. L’utilizzo condiviso della lavatrice deve tenere conto delle abitudini del primo arrivato, così si deve sapere in che giorni plausibilmente l’altro inquilino usa la lavatrice e poi adattarsi. Capito questo, il resto va da sé. Fino a qui tutto ok, ma come intendersi sulla minima manutenzione dell’elettodomestico? Buona educazione vorrebbe che chi lo utilizza lo lasci pulito e possibilmente libero da oggetti. Invece. Nel nostro caso oltre al tappo di bottiglia, un evento fino ad ora isolato, il cestello è di solito animato da numerosi resti di noci indiane utilizzate al posto del detersivo (è una buona idea ecologica, però qualcuno dovrebbe spiegare ai bio-tedeschi che le finestre aperte d’inverno con il riscaldamento a palla guastano mille di questi volenterosi sforzi per il salvataggio del pianeta). Comunque, per consolarsi, in una delle lavatrici vicine, quella sulla sinistra, l’altro giorno abbiamo visto navigare un assorbente interno per signora. Sì, era ancora chiuso, però…

Il futuro ci insegue. In bicicletta

La mia idea di posto vivibile è associata alla possibiltà di fare a meno dell’auto e di potermi muovere il più possibile in bicicletta o con i mezzi pubblici. Alcune sere fa ho salutato alcuni amici e amici di amici dopo una serata passata assieme. Li ho visti partire in bicicletta, un piccolo gruppo di sei persone, tutte in bici, alle due e mezza di notte. C’era di mezzo lo sciopero della compagnia pubblica dei trasporti di Berlino che gestisce metropolitana e bus, uno sciopero durissimo, che ha incrementato il già notevole utilizzo della bici in questa città (secondo fonti ufficiali ogni giorno nella capitale circa il 12 per cento della popolazione si muove in bicicletta).

Sono rimasto per alcuni attimi imbambolato davanti a questa immagine, che mi ha fatto compiere un viaggio mentale attraverso i ricordi più remoti, quelli dell’infanzia in un piccolo paese del medio Friuli. Allora era normale muoversi in gruppo in bicicletta, anche tra bambini. Ricordo in particolare le trasferte della squadra della nostra frazione per una partita in un’altra frazione del comune. Questi incontri venivano organizzati sui banchi della scuola media, che essendo intercomunale permettava l’incontro di ragazzi provenienti da vari paesi. I contatti si sviluppavano anche fra quelli di noi che giocavano nel campionato ufficiale, nella squadra locale categoria “giovanissimi”. Le partite tra squadre delle frazioni non avevano nulla di ufficiale, ci si accordava per un’ora e un luogo e si partiva, in bici. La formazione si decideva collettivamente, lasciando l’ultima parola a quelli di noi che sul campo si erano guadagnati il rispetto e l’ammirazione di tutti. Ho in mente un piccolo corteo di biciclette, una giornata di dicembre, durante le vacanze di Natale, verso i miei dodici anni. Io avevo indosso le scarpe da calcio, erano nuove di pacca e le volevo abituare al piede prima della partita (un’idea ingenua, ma tant’è). Pedalare con le scarpe da calcio è come camminare in montagna con gli zoccoli di legno. Un’agonia. Però si faceva così, almeno io feci così in quell’occasione.

Oggi è impensabile vedere un gruppo di bambini-ragazzi spostarsi da soli in bici, nei paesi come in città. L’auto per tutti (a Roma 699 vetture ogni 1000 abitanti nel 2006) ha reso tutti più (in)dipendenti. E insicuri. Il traffico è ovunque. L’auto invasiva è un problema ambientale, perché l’aria che respiriamo è appestata dai tubi di scappamento, e di certo non sarebbe migliore anche se tutti avessero macchine supermoderne. Ed è un problema sociale, perché gli incidenti e la generale insicurezza che il traffico trasmette sono effetti devastanti di un modello auto-distruttivo di società.

Molte città europee (il sessanta per cento della popolazione europea vive in città) stanno investendo soldi ed energie per cambiare la mobilità urbana. Londra è capofila, in termini di spesa, ma tutte le grandi città si stanno impegnando. La bicicletta torna prepotentemente di attualità, per motivi pratici, senza romanticismi. A Copenhagen, la città ciclistica per eccellenza, il 36 per cento dei cittadini si muove ogni giorno in bici. Ho dato un’occhiata al sito del comune di Milano. Non c’è un accenno all’incentivazione del movimento in bicicletta. Se qualcuno lo trova me lo faccia sapere. Peccato, perché l’Italia ha alcune delle realtà modello in questo senso, come la mai troppo spesso citata Ferrara.

I sacchetti per l’acqua e il torrente rosso

Tempo fa un amico africano, che da circa quindici anni vive in Italia, mi ha parlato di un suo progetto imprenditoriale. Con la crisi strutturale che ha colpito il settore della piccola e media impresa nel nord-est italiano, negli ultimi anni molti immigrati hanno perso il lavoro o si sono trovati in condizioni precarie. Ne conosco personalmente alcuni che hanno ripreso la valigia in mano e sono partiti per altri luoghi o hanno fatto rientro nel paese di origine, con destini il più delle volte imprevedibili. Statistiche ufficiali per queste casistiche non ce ne sono ma i numeri potrebbero sorprenderci.

Il mio amico non è uno di questi, ma è comunque inquieto e vorrebbe far fruttare nel suo paese quello che ha appreso negli anni di emigrazione. In Italia sta bene, dice, ma non si sa mai cosa può succedere, coi tempi che corrono. La sua idea è semplice: vorrebbe acquistare una macchina per impacchettare l’acqua, che verrebbe poi rivenduta in sacchetti da un litro. Mi ha spiegato che con 5mila euro si può comprare una macchina cinese che fa questo tipo di lavoro. Basta collegarsi ad una fonte e il gioco è fatto. Poi si caricano le buste su di un camion e si fa il giro dei villaggi dove non c’è acqua corrente. Secondo lui l’affare è sicuro, e il capitale da investire limitato. Gli ho chiesto come farebbe ad ottenere l’autorizzazione per spillare l’acqua ma mi ha detto che non c’è problema, non mi ha chiarito perché. Il mio dubbio più serio è però riferito ai sacchetti. Che fine fanno i sacchetti di cellophane una volta svuotati? Gli ho raccontato dei paesaggi inquietanti che ho visto nelle periferie di centri grandi e piccoli del sud del mondo – in Uganda, in Marocco, in Malesia, perfino in Patagonia: relitti di sacchetti di plastica aggrappati ai rami degli alberi, agli arbusti, ai fiori. Plastica portata dal vento anche dove l’uomo non vive, lontano dalle sue case. Indistruttibile, resistente più di chi l’ha creata e di chi l’ha usata. Che fine faranno i sacchetti dell’acqua?, ho chiesto. Mi ha guardato sorpreso, non è che non ci avesse pensato ma gli sembrava un problema secondario. “Se ne deve occupare il governo”, mi ha detto. Ha ragione, il suo ragionamento è logico.

Difficilmente riuscirà a portare avanti questo progetto, ma condividendolo con me cercava di convincersi che ce la potrebbe fare. La mia coscienza – presuntamente – politicamente corretta ed ecologista vorrebbe dissuaderlo dal continuare su questa strada, ma ho preferito fermarmi all’esposizione di alcuni dubbi. In fondo, che ne so io del suo paese, dove non sono mai stato?

Ho trascorso la seconda parte della mia infanzia e tutta l’adolescenza in un paesino del Friuli. Poco distante da casa c’era un torrente meta di escursioni in bicicletta piene di affascinazione. Nemmeno nei cartoni animati giapponesi si poteva vedere un torrente rosso. Ma anche blu. E viola. Giallo. Arancio. E molti altri colori ancora. Più volte a settimana il torrente cambiava colore, a seconda delle tinte che il colorificio lì accanto utilizzava per tingere la lana. L’acqua usata per lavare la lana veniva scaricata direttamente nel torrente. Per noi bambini, o almeno per me, era uno spettacolo spiazzante e affascinante come pochi altri. Non osavo chiedere agli adulti perché l’acqua avesse tutti quei colori. Nessun adulto, d’altra parte, si degnava di spiegarmelo. La fabbrica dava lavoro a molte famiglie. Con i soldi guadagnati in fabbrica molti hanno costruito la casa, risparmiato per comprare l’auto per poi cambiarla appena non piaceva più, hanno fatto figli che hanno comprato altre auto e costruito ancora nuove case. E via così, alla ricerca della vita possibile, della felicità.