L’Elvis rosso

Che storia triste quella di Dean Reed, cantante e attore made in Usa che negli anni sessanta a settanta divenne un mito nei paesi comunisti. Morì in circostanze misteriose nel 1986, annegato in un lago della DDR, dove viveva da vari anni. Il documentario Der rote Elvis (L’Elvis rosso) ricostruisce la sua storia attraverso interviste e filmati d’epoca. Partito dal natio Colorado il giovane Dean raggiunse Hollywood dove si costruì una discreta fama di cantante dallo stile vicino a quello del maestro del rocknroll ma seguì un percorso del tutto diverso. Divenne presto una star in Sud America, in particolare in Cile dove appoggiò la campagna elettorale di Allende nei primi ’60 e si appassionò alla causa dei più poveri, divenendo un oppositore della politica imperialista del suo paese. Finì in prigione per aver vilipeso la bandiera e infine trovò la sua strada nell’est Europa. Si stabilì nella DDR (proprio la DDR) “funzionando”, forse idealisticamente di certo ingenuamente, da vessillo per la propaganda del partito unico. Tuttavia, la sua fama si estese in tutta l’area comunista, in particolare era trattato come una star in Unione Sovietica. Sono spiazzanti i filmati di lui sulla Piazza Rossa (che era altrimenti impossibile da filmare) mentre firma autografi a ragazze adoranti, a metà anni ’70! O ancora, mentre abbraccia Arafat con un mitra al collo durante un periodo trascorso in Palestina. Al di là di quello che si può pensare a posteriori del suo impegno politico, rimane l’impressione di un uomo statunitense del tutto singolare per la sua generazione, un attore-cantante “perfettamente americano”, dalla voce calda e i movimenti da attore nato che impara lo spagnolo e il tedesco e si butta a capofitto nella guerra fredda, che, va detto, si alimentava anche di immaginario, di cinema, di musica, di sogni manipolati. Il suo destino, tragico, va da sé, si compie a pochi anni dalla caduta del muro.

Ho visto il film in un cinema deserto, ero l’unico spettatore. Il proiezionista è arrivato in ritardo perché da poco divenuto padre. Complimenti a lui. E complimenti anche alla cassiera che mi ha fatto lo sconto per festeggiare il neopapà.

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La fortezza si allarga e uccide

Un articolo di El Pais mi ha raccontato una storia che mi era sfuggita o forse era proprio stata tenuta in disparte dai media nelle scorse settimane. Una donna cecena ha perso tre dei suoi quattro figli cercando di entrare illegalmente in Polonia attraverso i boschi che questo paese condivide con l’Ucraina. Il fatto è successo ai primi di settembre. La donna era partita da una località a 20 chilometri da Grozni pagando duemila euro a qualcuno che le aveva promesso di portarla in Europa, nel “paradiso” dell’Europa occidentale. Lasciati nei boschi dell’Ucraina, vestiti con indumenti estivi e senza cibo, la donna e i suoi bambini si sono persi, la donna ha portato con sé il più piccolo andando a cercare aiuto ma al ritorno ha trovato gli altri tre morti assiderati. Quante volte ancora dovremo leggere storie di questo tipo? Sono storie simili a quelle che i giornali italiani riportavano alla fine degli anni ’40, quando emigranti italiani lasciavano la pelle sulle montagne al confine con la Francia cercando di raggiungere illegalmente quel paese. Sono passati sessant’anni eppure si ripetono. La nuova frontiera dell’Unione europea ad est sarà sempre più spesso causa di notizie come questa. E poi, lontani da occhi indiscreti dei mass media e delle organizzazioni umanitarie alcuni paesi gestiscono i nuovi (per loro) problemi delle migrazioni coi modi spicci della forza bruta. Poco si sa di quello che avviene per esempio in Ucraina, principale area di transito per chi cerca di entrare in UE attraverso la Polonia. Al Forum Economico Internazionale svoltosi proprio in Polonia ai primi di settembre (in una località lontana appena duecento chilmetri da dove la donna cecena ha perso i suoi figli) si è parlato anche di questo. In quell’occasione ho intervistato il direttore dell’agenzia europea per il controllo delle frontiere, Frontex, un ente che affronta il problema sul piano “organizzativo”, cioè puramente militare, per dirla in parole semplici. Una conversazione utile per capire cosa succede e succederà con l’allargamento della UE e come le istituzioni europee non abbiano altra risposta che quella poliziesca. Ho proposto l’intervista a due giornali italiani (il Manifesto e l’Espresso): risposta? Silenzio. Troppo lontane le nuove frontiere ad est per il pubblico italiano.

 

 


Un occhio di vetro sull’est europa

Dove puoi incontrare un uomo con l’occhio di vetro? In una localita’ termale nel sud della polonia al confine con l’ucraina, dove si tiene l’International Economic Forum, una specie di Davos dell’est. Sono arrivato qua dopo un viaggio in treno di una notte fino a cracovia (treno russo, sapore di altri tempi) e un passaggio in auto con un pilota inviato dall’organizzazione con l’obiettivo di convincermi che si, anche in polonia nascono temerari piloti di rally, solo che io non sono l’organizzatore del rally della bassa sassonia ma solo un giornalista-scrittore-scribacchino con il pallino delle migrazioni che potrebbe scrivere un articolo su questa messa della promozione economica ammantata di cultura “moderna”, di innovazione, di business leadership, di energie sfruttabili (rinnovabili? e che sono?), di lingua inglese globalista e di tacchi a spillo capelli biondi e marmoreo sorriso colgate. in mezzo a questo bailamme produttivista sono stati inseriti alcuni incontri d’interesse, dove si discute di movimenti di popolazioni nell’area schengen allargata, di carte d’identita’ biometriche (le faranno, le faranno) di migrazioni di transito nei paesi dell’est e di integrazione europea. Di tutto questo ai giornali italiani sembra interessare niente, la rai che pur figura tra i partner dell’evento, ha ritirato all’ultimo momento il suo unico inviato…mah.