Football on Screen

Per chi capita a Dublino in questi giorni c’è l’opportunità di vedere alcuni film sul calcio che raccontano storie ricche di sfumature e implicazioni. Tre documentari che aiutano a comprendere il valore sociale e culturale che questo sport spesso si trova a rivestire ai giorni nostri. E’ un’iniziativa curata dal custode di questo cortile digitale in collaborazione con il Goethe Institute di Dublino e Sport Against Racism Ireland (SARI). Magari in futuro, se qualcuno è interessato, sarebbe bello portarla in Italia, sulla scia del Football Film Festival che da otto anni viene organizzato a Berlino. O qualcuno ci ha già pensato?

p.s. La regina d’Inghilterra non sarà presente, causa impegni concomitanti (meglio così, dai).

Info sul sito di SARI.

La bici sulla schiena

La vita di condominio è segnata da eventi rituali. I densi odori provenienti a cadenza bisettimanale dall’appartamento accanto al nostro sono uno di questi. La giovane coppia di biologi pakistani con bambino ama cucinare nottetempo o prestissimo al mattino e lo fa regolarmente due volte a settimana. Mai una di più, mai una di meno. Il problema è il minipimer alle sei del mattino. Il minipimer ha un suono tra il trapano leggero e il motorino garelli a tre marce (in prima). Il minipimer, che bella invenzione. Il venerdì è di solito giornata rischiosa nel nostro stabile, perché il bancario irlandese che vive solitario al primo piano si prende delle libertà. La parola libertà si declina spesso con la parola alcool e il giovane uomo non smentisce questa convenzione. Esce con gli amici e rientra alle ore piccole in stati alcolici non compatibili con la normale funzione umana di un europeo continentale. Non reggendosi in piedi sbatte su tutte le superfici che incontra: portonicino, passamano, scalini, finché giunge a tentoni nel suo appartamento e, senza badare all’ora, al fatto che sopra di lui vive una coppia con due bambini, e che le pareti del palazzo sono ben sottili, accende lo stereo. E’ qui che la sua presenza si fa notare oltre ogni limite sperabile.

E’ un appassionato del brit-pop di alcuni anni fa, quello che probabilmente ascoltava nella sua adolescenza, gli Oasis, gli anni novanta, chitarre e testi spartani sbiascicati malamente. Per fortuna questo rituale ha durata breve. Dilaniato dagli effuvi alcolici riesce quasi sempre e spegnere lo stereo dopo una decina di minuti, prima di franare pesantemente sul pavimento.  Hai sentito il party  ieri sera? Mi chiede sistematicamente il giorno dopo la signora spagnola madre di due bambini che vive al primo piano. Certo, rispondo io, il venerdì…Comunque sempre meglio della coppia irlandese che teneva la tv accesa a tutte le ore. Poteva esserci un blackout metropolitano, un attacco aereo della Raf, o un allagamento, la tv rimaneva sempre accesa. A volumi da centro per anziani o da salone di parrucchiera. Quando hanno traslocato ho sentito un sollievo simile a quello provato all’annuncio che Berlusconi si era dimesso (questo era un sogno, ma la sensazione è quella).

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Le sorprese del calcio (identità in gioco)

Ci sono varie ragioni che ultimamente mi hanno fatto “riscoprire” il calcio. Seppur condivida l’ansia di molti per la deriva dello sport moderno – visualizzata dai fisici bufaleschi degli atleti, dagli scandali del doping, dalla mercificazione di tutti gli aspetti dell’attività sportiva – a differenza di altre discipline il calcio offre sempre interessanti sorprese, soprattutto puntando lo sguardo verso gli aspetti marginali del fenomeno. Prendiamo per esempio il campionato europeo attualmente in svolgimento. La Germania gioca contro la Polonia e vince grazie a due gol del suo giocatore più brillante, che casualmente è polacco! Non si tratta semplicemente di un migrante di seconda generazione ma di un ragazzo che, a parte i genitori, ha tutta la famiglia in Polonia e che avrebbe indossato volentieri la maglia della Polonia se quel paese gliela avesse offerta… Dopo entrambi i gol si è visto bene che Lukas Podolski non ha esultato e alla fine della partita è stato l’unico “tedesco” ad indossare la maglietta della Polonia, maglietta che ha tenuto anche durante l’intervista fattagli dalla televisione pubblica tedesca…imbarazzando un po’ il cronista sovraeccitato dalla vittoria. L’eroe della serata con la maglia degli avversari (e che avversari, se facciamo memoria dell’annosissima diatriba storico-culturale tedesco-polacca)!

Altro palco, stessa scena. La partita è Svizzera-Turchia. La Svizzera va in vantaggio grazie a un gol di Hakan Yakin, il suo numero dieci nato a Basilea ma in possesso del doppio passaporto, turco e svizzero. Anche lui come Podolski ha evitato di esultare dopo aver realizzato il gol, probabilmente per non offendere i parenti residenti nei due paesi. Diversamente da Podolski, a quanto riferisce Wikipedia, Yakin ha scelto di indossare la maglia della nazionalità svizzera per ragioni personali, pur di fronte all’offerta di rappresentare il paese di origine della famiglia.

Questi due esempi non sono casi isolati ma rappresentano un fenomeno emergente che riguarda la generalità dei paesi europei. Da un lato, in modo seppur lieve, dimostrano la caducità delle “identità nazionali”. Cosa vuol dire oggi essere tedesco? E svizzero? E italiano? Dall’altro fanno aprire gli occhi sulla realtà che vivono i paesi ricchi, sempre più chiusi allo straniero “più povero”, pronti a criminalizzarlo, ma attenti a sfruttarne tutte le potenzialità, sportive o meno. Spero non sia lontano il giorno in cui il centravanti della nazionalità italiana sarà un ragazzo di origine rumena o albanese. Intanto, su tutt’altro fronte, un giovane scrittore di origine albanese, ma che scrive in italiano, Ron Kubati, è tra i finalisti dell’ultima edizione del premio Strega.

Chiudo la pagina sportiva segnalando i due cronisti sportivi più simpatici, quelli del Guardian. Quale giornalista italiano indosserebbe una maglietta dei Pixies in un servizio televisivo? Ecco il video.

Seconde generazioni, un destino da migranti?

Molti giovani laureati turco-tedeschi preferiscono emigrare perché nel mercato del lavoro tedesco si sentono discriminati. Lo riferisce lo Spiegel, che partendo da uno studio svolto dal Futureorg Institut svela una situazione allarmante. Il 38 per cento del campione di intervistati, composto da giovani nati in Germania e tre quarti di essi in possesso della cittadinanza tedesca, si dicono intenzionati ad emigrare in Turchia o in altri paesi dove c’è richiesta di laureati. Quasi tutti dichiarano che manca in Germania una credibile politica di “integrazione” per le seconde generazioni e per molti datori di lavoro il passaporto tedesco non significa nulla, turco sei e turco rimani anche se hai un curriculum d’eccezione. Il problema è che quelli che emigrano o vogliono emigrare sono la crema della comunità di origine turca, tecnici e laureati, proprio coloro che potrebbero agire nella società per invertire la percezione diffusa di un mondo a parte, quello degli stranieri, soprattutto turchi, eterni gastarbeiter. Un giovane ingegnere confessa che gli è indifferente dove andrà a lavorare, tanto rimarrà sempre uno straniero. Va detto che in Turchia c’è un forte interesse per i laureati “bi-culturali” (il termine politically correct usato in Germania per definire i figli di stranieri o i meticci), formati in un sistema educativo diverso e in grado di mediare tra due mondi.

Le seconde generazioni sono la chiave di volta per il futuro dei paesi che ricevono immigrati. Rappresentano la ricchezza prodotta dall’incontro, ma spesso subiscono umiliazioni maggiori di quelle sofferte dai loro genitori. Come quella ragazza di origine albanese diplomatasi in un istituto turistico col massimo dei voti che ho intervistato nel libro “La mia casa è dove sono felice”. La scuola premiava i diplomati a pieni voti con una borsa-lavoro, ma lei ne venne esclusa. L’unica. Non era italiana. Eppure aveva compiuto tutto il percorso scolastico in Italia e negli ultimi anni era stata più volte scelta dai suoi compagni come rappresentante di classe. Chi era, quindi, per l’istituzione pubblica questa ragazza? Un alieno? Un reietto? Nessuno si è chiesto quale danno può aver prodotto alla ragazza e alla sua famiglia l’assurda discriminazione della mancata borsa-lavoro?

Per alleggerire il tono del discorso, un aneddoto. Ieri ho raggiunto un amico a Kreuzberg per giocare a calcio. I suoi compagni di partita hanno dato forfait all’ultimo minuto, il campetto era deserto e ci siamo seduti al bar di fronte per bere qualcosa. E’ arrivato un gruppetto di ragazzi sui quindici-sedici anni con un pallone. Erano in quattro, due di origine evidentemente turca, uno portava perfino la maglietta della nazionale con la mezzaluna, gli altri due avevo aspetto molto tedesco (ma potevano anche essere danesi, o polacchi cresciuti in Germania!?). Hanno cominciato a giocare e gli abbiamo chiesto se potevamo aggregarci. Abbiamo fatto due squadre, tre contro tre. Ci siamo trovati casualmente in perfetta simmetria culturale: un tedesco, un turco-tedesco e un italiano per parte. La partita è finita 11 a 10 per la squadra a me avversaria, anche se siamo rimasti in vantaggio per buona parte del tempo. Capocannoniere, il ragazzo della maglietta con la mezzaluna. Finita la partita i quattro se ne sono andati assieme come erano venuti. Che il calcio serva a qualcosa?

Anche i turchi sono tedeschi. O no?

In occasione della sua recente visita ufficiale in Germania il primo ministro turco Erdogan ha tenuto un incontro con gli immigrati di origine turca. Fin qui nulla di strano: da sempre i politici incontrano le comunità di loro emigranti durante le visite in terra straniera. Solo che Erdogan ha parlato in un palazzetto dello sport di fronte a circa 18mila persone (qualche fonte dice 20mila, altri 16mila). Il tutto è accaduto a Colonia. Per le dimensioni il fatto non ha precedenti in Germania, e probabilmente anche negli altri stati europei dove vivono consistenti comunità di immigrati provenienti da uno stesso paese.

Il grande afflusso di persone è in parte giustificato dalla breve distanza temporale tra l’incontro e la tragedia di Ludwigshafen, un incendio che è costato la vita a nove persone, cinque delle quali di origine turca. Prima di Colonia Erdogan aveva fatto tappa proprio a Ludwigshafen, facendo intendere quale idea avesse rispetto al rapporto tra la madrepatria e i suoi emigranti in terra tedesca. A Colonia Erdogan ha usato parole infuocate che hanno provocato un putiferio politico. Ha detto che “l’assimilazione è un delitto contro l’umanità” e ha espressamente sollecitato le autorità a predisporre istruzione in lingua turca in tutti i gradi scolastici, anche in quello universitario. In pratica, ha parlato a persone che vivono in Germania da venti o trent’anni, a molte nate in questo paese e che forse non hanno mai messo piede in Turchia, come fossero suoi compatrioti residenti in qualche provincia dell’Anatolia. E’ stato accolto con sventolio di bandiere e cori da stadio. Fuori dal palazzetto, un piccolo gruppo di immigrati di origine curdo-turca ha organizzato una contestazione.

La cosa ha ovviamente lasciato il segno nell’opinione pubblica tedesca e, comprensibilmente, risposte stizzite sono giunte sia da destra che da sinistra. Chi si crede di essere questo Erdogan a venire in casa nostra a creare zizzania e a dirci come trattare con gli immigrati?, è più o meno il tono assunto da politici e commentatori. Il fatto in sé ha tuttavia rilanciato un dibattito urgente che gli attuali governanti tedeschi avevano un po’ accantonato. Sul Tageszeitung, giornale berlinese assimilabile a il Manifesto è stato pubblicato un interessante articolo firmato da Daniel Bax. Bax è olandese ma da tempo residente in Germania, dove lavora come commentatore proprio alla Taz. Qual è la situazione dei turchi?, si chiede Bax. Molti immigrati di origine turca, anche quelli di terza generazione, si sentono più legati alla Turchia che alla Germania e costruiscono le loro opinioni sui giornali turchi e attraverso le televisioni che arrivano da Ankara. 1 milione e 750 mila immigrati in Germania hanno la cittadinanza turca, solo 500mila turchi hanno acquisito quella tedesca. “Chi auspica che gli immigrati e i loro figli si sentano a casa in Germania, deve facilitare l’acquisizione della cittadinanza e non complicare le procedure, come ha fatto questo governo”, conclude Bax. La situazione creatasi in Germania è un monito per gli altri paesi. Meglio attrezzarsi in tempo, lavorando sulle politiche di “inclusione”, per evitare un effetto Erdogan sotto altre forme.

Per alcuni giorni probabilmente non ci saranno nuovi post. Siamo in movimento (questa volta in treno, per fortuna) verso la Ruhrgebiet. Lo Shalke 04 e’ di quelle parti, se non sbaglio. Che nome fantastico per una squadra di calcio, sembra preso da un episodio di Ufo, il telefilm fantascientifico della mia prima infanzia (sono vecchio, lo so). Putroppo non andremo la’ per seguire il calcio. Per rendere meno amara questa assenza voglio segnalare un video musicale che mi diverte. Di questi tempi ho troppe amarezze e riuscire e sorridere e’ un bell’evento. Niente anni ’80 per oggi, ma un gruppo moderno…pero’ il video e’ ambientato nei ’70. Si chiamano Ex Otago e la canzone ti entra danzereccia in testa. Cliccate qui e buon divertimento.

Dicesi esportare cultura

Nella sede della Missione cattolica italiana di Saarbruecken (le Missioni cattoliche all’estero vennero create da Vaticano a supporto degli emigranti in vari paesi, ne esistono ancora e sono strutturate per lingua e origine dei migranti) il missionario, un sardo dai modi schietti, mi dice: “Ma quanti soldi hanno quelli della Regione Friuli Venezia Giulia?”. Lo guardo un po’ stupito, poi mi spiega che da Udine o Trieste hanno inviato uno scatolone pieno di libri. Ma alla Missione non sanno che farsene. I libri sono in realtà solo uno: molte copie di una lussuosa pubblicazione fotografica sui coltelli di Maniago, corredata da alcuni testi introduttivi in friulano e italiano. Sono quei volumi costossimi in carta patinata che sono una festa per gli assessorati alla cultura, perchè fanno colpo anche se poi non si sa bene a cosa servano. A Saarbruecken, mi spiega il missionario, di friulani non ce ne sono più da anni, sono rimasti giusto un paio di vecchi sposati con tedesche o alcuni figli di immigrati che non frequentano la missione. “Se ci contattavano prima di spedirci il libro, gli spiegavamo la situazione, non sappiamo a chi dare tutte queste copie”. Una collaboratrice della missione si libera quindi di una copia dandola a me, io cercherò a mia volta di darla a qualcuno che abbia posto in casa o in valigia (il volume pesa ed ingombra) o un interesse specifico per i coltelli, forse un serial killer.

Nota: qualche tempo a chiesi a un funzionario regionale se la Regione aquistava ancora libri (che il più delle volte lei stessa aveva finanziato in tutto o in parte) da inviare ai nostri “corregionali all’estero”. Era una pratica consueta anni fa, che ha riempito gli scaffali dei circoli degli emigranti di mezzo mondo di libri di poesie in friulano, storie di paese, leggende di montagna e fiabe di palude poco o nulla letti anche in Friuli. “No”, mi disse, “quelle cose non si fanno più”. Ah. Il mio era un interesse diretto, perché avendo pubblicato (con contributo regionale) un libro sulle storie di vita di emigrati e immigrati pensavo potesse essere interessante per quelli rimasti all’estero. Vabbé. Tra l’altro il libro non è mai stato presentato nei circoli dei friulani all’estero, che nel frattempo hanno tuttavia continuato ad ospitare concerti di Dario Zampa e Beppino Lodolo o l’ennesima conferenza sui mosaici di Aquileia…

I confini fanno bene!

I confini fanno bene ai tedeschi (e non solo a loro). I confini contaminano, frantumano, scompongono il castello di principi-idee-valori-tradizioni che gli stati nazionali si impegnano tenacemente a costruire sulla pelle dei loro cittadini. Gli stati fissano i confini, li difendono, ma poi questi finiscono per render pubblica e ancor più evidente la loro precaria essenza. Provate a girare la Germania da sud a nord e poi fate un salto a Saarbruecken, città al confine con la Francia che nella storia degli ultimi secoli è stata spesso oggetto di contese tra i due paesi soprattutto per le sue risorse minerarie. Devi arrivare qui per trovare gente che sorride, e senza una quota di birre in corpo. Entri in un ristorante turco e trovi la signora più accogliente e luminosa che puoi immaginare. Se anche i turchi sorridono, e di solito non ne hanno molte ragioni in Germania, beh, deve trattarsi di un posto particolare. A parte l’impressione epidermica di dolcezza, che contrasta con il declino economico subito dalla regione negli ultimi anni, a Saarbruecken si trovano spunti utili al progetto “A due passi” che io e Bibi abbiamo avviato un paio di anni fa. Strade dai doppi nomi, francesi e tedeschi, strade che fino a un certo punto sono un paese e poi ne diventano un altro. Poi parli con vecchi emigranti e figli di emigranti e scopri anche altro. Ti raccontano di ragazzi di terza generazione (nipoti di immigrati italiani) che non hanno la cittadinanza tedesca e neanche sono interessati a richiederla perché tanto “per i tedeschi rimani sempre uno straniero anche se hai la cittadinanza”. Storie che hai sentito e risentito (avete dato un’occhiata alla nazionale di calcio turca? Metà sono giocatori nati e residenti in Germania) ma che ascoltare dalla viva voce di nipoti di immigrati italiani, bianchi-cristiani e pure non-meridionali, che ha il suo peso a queste latitudini, fa un effetto ancor più forte. Comunque, la nuova legge per la cittadinanza in Germania ha abbassato a otto anni i tempi di residenza per poterla richiedere, in Italia sono dieci e nella prassi anche qualcuno di più. Ogni paese ha i suoi inghippi legislativi e le migrazioni hanno il pregio, se così si può dire, di metterli in luce e di metterne a nudo le assurde ragioni.