Camicia patriottica

Il nostro amico L., canadese, l’altro ieri indossava una camicia a quadretti con una combinazione di colori che vagamente rammentava quella della bandiera britannica. Lui ci tiene a sottolineare che il richiamo è molto vago, ma tant’è. ‘Il rosso è più un marrone che un rosso, il blu poi è sul violetto, e c’è anche del giallo, ma magari non si nota. Insomma, è molto distante dai colori della Union Jack’, si è premurato di spiegare. Nulla ha potuto la sua auto-difesa contro l’entusiasmo di una vecchina che, incrociandolo all’ingresso del supermercato, si è complimentato per la sua camicia ‘patriottica’. Ha detto proprio così, ‘camicia patriottica’.  L’amico canadese, che purtuttavia possiede anche la cittadinanza britannica, è rimasto allibito. Mai avrebbe accostato la sua amata camicia ai sentimenti patriottici di un qualunque paese, men che meno all’impero che per lungo ha tenuto sotto scacco mezzo mondo, incluso il suo paese di origine. Forse era il giorno sbagliato per indossarla, visto che cadeva il genetliaco della regina, ma lui non lo sapeva. A chi importa il compleanno della regina? No, purtroppo c’è gente a cui importa. E non è solo folclore, come molti vorrebbero continuare a pensare, magari influenzati dalle voci critiche autoctone, un tempo numerose…in fondo, questo è il paese che ha prodotto il nostro amato punk, o quasi… Tutto il can can su Brexit e il radioso futuro al di fuori dell’Unione Europea fa ottima presa sul popolo di diverse estrazioni che vuole pensarsi importante. Io non possiedo la tv ma quando mi capita di vederla, come mi è successo alcuni giorni fa in un albergo, rabbrividisco all’insularità dei suoi contenuti. Ho passato venti minuti a scandagliare i canali disponibili per avere conferma che sì, tutti i film (o si chiamano fiction?) e i programmi proposti erano prodotti nazionali, con protagonisti bianchissimi e accenti il più delle volte del sud dell’Inghilterra, in barba alla società multietnica e alla ricchezza del multiculturalismo. Ma questa pare essere tendenza diffusa in molto nord Europa, basta guardare quello che accade in Olanda, in Danimarca… Brexit? Mah.

L’arte di ascoltare e i dubbi della sociologia

TheArtOfListening

“L’arte di ascoltare” (The Art of Listening) è il titolo di un libro pubblicato nel 2007. Il suo autore si chiama Les Back e insegna sociologia al Goldsmith College, Università di Londra. Prima di trasferirmi in Irlanda per il dottorato (o semplicemente per poter ricercare un tema che mi affascinava, la borsa di ricerca me ne ha dato la possibilità), non avevo mai sentito parlare di Les Back. Avevo anche un sentimento conflittuale con la sociologia, sviluppatosi e mai del tutto risolto sin dai tempi dell’università, alla facoltà di scienze politiche a Padova. Quando arrivai a Padova, nell’autunno del 1986, la facoltà era in piena fase di “riflusso”, dopo i danni causati dal processo “7 aprile” (1979) che aveva portato all’incarcerazione o all’esilio (o a tutte e due) di un folto gruppo di docenti e ricercatori, colpevoli solo di scrivere libri, discutere, e insegnare.

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Controlli a campione

Un paio di giorni fa è mancata contemporaneamente la corrente in varie zone del centro di Southampton. I generatori andavano e non andavano, nessuno ha capito o spiegato perché. I negozi della via commerciale, che noi chiamiamo Sabana Grande perché per qualche stramba ragione ci ricorda una via centrale di Caracas, si sono trovati in imprevista difficoltà. Oddio, ora come faremo senza gli amati aggeggi antitaccheggio. Attenti al ladro. Salviamo il salvabile. Dio del fusibile, aiutaci. I responsabili dei Magazzini Zara hanno prontamente mandato una ragazza dall’aspetto serio ma non minaccioso sulla porta. Il suo compito era di controllare quelli che uscivano; verificare che quello che avevano in borsa fosse stato pagato. La ragazza ci metteva dell’impegno, non c’è dubbio, ma utilizzando criteri particolari. Le persone che fermava erano tutte di un certo tipo, o di certi tipi. Diciamo che le persone di pelle chiara e di aspetto classicamente ‘Britannico’ venivano bellamente lasciate passare. Quelle di aspetto ‘altro’, che poteva essere asiatico o arabo o tante cose diverse, diverse da quelle che la ragazza distingueva come sue simili e quindi ‘normali’, venivano fermate e controllate. La cosa è andata avanti per dei lunghi minuti e forse nessuno l’ha notata, a parte chi veniva fermato dall’abitante della luna assunta per vie insondabili da Zara, e dall’occhio sensibile di Bibi, che poi mi ha riportato il tutto. In termini tecnici si chiama ‘racial profiling’. In linguaggio terra terra, si dice idiozia. Idiozia razzista.

L’uomo senza automobile

“Non ha l’automobile!”. Tra le tante descrizioni lette e sentite sul nuovo leader dei laburisti Jeremy Corbin quella offerta, in senso positivo, dal mio capo alcuni giorni fa mi ha fatto sorridere e, ovviamente, rallegrato. Sorridere, perché se uno non è immerso nella realtà inglese (e sottolineo inglese e non britannica) del sud delI’Inghilterra (e sottolineo del sud) non può comprendere il ruolo di definitore di status sociale attribuito all’automobile. Non conto le volte che a me o a Bibi è stato chiesto: “Don’t you drive?”, che suona come un’accusa di disabilità, “non guidi?”, ma sottintende il fatto del tutto presunto che non puoi permetterti un’automobile. L’automobile appare un obiettivo di decenza alla popolazione immigrata, per esempio a quella molto numerosa a Southampton dei polacchi, e una ovvia necessità ai molti bianchi inglesi che vivono nei sobborghi o, ahiloro, nella “countryside”, che sarebbe la campagna ma ha poco o nulla in comune con l’idea di campagna di chi è cresciuto nella provincia italiana. Vai a spiegare loro che l’uso dell’automobile in città di dimensioni raccolte è un sintomo di moderna barbarie e che molta parte dell’occidente sta cercando vie per ridurre la dipendenza da essa.  Continua a leggere

Il tassista solitario e il Ramadan

All’uscita dalla stazione dei treni di Southampton abbiamo trovato il piazzale vuoto. Non c’era alcun taxi, dove di solito ce n’è una fila piuttosto lunga. In compenso, sotto la pensilina alcune persone attendevano con aria spaesata. ‘C’è uno sciopero?’, ho chiesto a una signora attempata vestita da signora attempata. ‘Non credo, ma è strano, di solito è pieno di taxi’, mi ha risposto. ‘Dove sono allora tutti i tassisti?’, ho rilanciato. ‘Non lo so’. Dopo qualche attimo ecco arrivare un tassista solitario che raccoglie il primo viaggiatore in attesa. Alcuni minuti ed eccone un altro. Passiamo circa venti minuti nel clima autunnale di luglio, riparandoci sotto la tettoia, e infine arriva anche il nostro turno. ‘Dove sono tutti i taxi?’, chiedo allora al tassista dopo avergli indicato la nostra destinazione. ‘Ramadan’, è la secca risposta. Credo di non aver capito bene e gli chiedo di ripetere. ‘Ramadan. Solo noi inglesi siamo in servizio a quest’ora’. In effetti era praticamente il tramonto, anche se mia figlia insiste a dire che se non è buio non è sera e ha ragione anche lei perché alle nove e mezza nel nord Europa fa ancora giorno. Sia quel che sia, non c’erano taxi e questo per la semplice ragione che i tassisti erano impegnati con l’iftar, il pasto di fine giornata durante il mese sacro del Ramadan.

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Il moderno sfruttamento salariale in chiave tecnologica

Alcuni giorni fa sono saltato sulla sedia leggendo un piccolo articolo di Repubblica.it che trasudava bugia fin dal titolo: ‘Il lavoro Usa centra le attese: creati 223mila posti ad aprile’. Da espatriato o emigrato che dir si voglia, anche se i termini non sono equivalenti, mi piace tenermi informato su quello che succede nel paese che mi ha cresciuto e aiutato a diventare quello che sono. Spesso, però, leggendo le notizie da una prospettiva rifratta dalla distanza, ne traggo sensazioni discordanti.In questo caso, non ho potuto fare a meno di pensare all’articolista che ha compilato l’articolo e possibilmente scritto anche il titolo. Si è chiesto cosa significa “posto di lavoro” oggi negli USA e in altri paesi di capitalismo rampante come la Gran Bretagna? Si è chiesto il significato di ‘lavoro’ in una società di quel tipo? Che messaggio vuole trasmettere (beh, questo è piuttosto esplicito e Hollywood non potrebbe far di meglio, di questi tempi)?

Se si fosse posto queste domande forse non avrebbe scritto quel titolo e avrebbe mantenuto un tono più cauto scrivendolo. Qualcuno dirà: è Repubblica, mica il Manifesto. Io risponderei: hai ragione, ma le notizie sono notizie e una delle regole basi del giornalismo è cercare di capirle e spiegarle, poi possono cambiare le prospettive, il taglio ecc. Questo articolo non solo non spiega nulla, ma crea più confusione di quella che la notizia stessa, diffusa dal Dipartimento di Stato USA, ambisce a creare. Continua a leggere

Compiti a casa

Una mia studentessa mi propone come argomento per una tesina i compiti per casa nella prima infanzia. Ora, la prima infanzia è, generalmente, quella fase dell’infanzia che va dai 2 ai 6 anni (spesso si intende dai 3 ai 5). La mia studentessa è una educatrice, brava e diligente negli studi, quindi prendo con fiduciosa cautela quello che mi dice. Per di più che nella precedente tesina aveva condotto un censimento della letteratura sul contributo dei familiari nei compiti a casa e qualcosa ha dimostrato di saperne. In questo paese l’obbligo scolastico comincia a cinque anni ma l’irregimentazione infantile è prassi da ben prima. Tutto un prontuario di regolette, premi, adesivi (sticker!) per esaltare il più ubbidiente mirano a trasformare il bambino in un oggettino disciplinato e, portate pazienza, in un adulto dormiente. Però i compiti a casa. Sarà possibile? Mi è forse sfuggito qualcosa? Chiedo alla studentessa se è possibile che a bambini di 4/5 anni vengano affibbiati dei compiti per casa. Aggiungo anche, in confidenza, che mi parrebbe una cosa eccessiva e che i bambini a quell’età dovrebbero solo pensare a giocare giocare giocare. Per i compiti c’è sempre tempo. La sua candida risposta mi spiazza e, al contempo, mi conferma l’inamovibile struttura di classe della società britannica. Mi dice che lei è assolutamente d’accordo con me ma lavora in una scuola situata in una zona molto ricca (a very affluent area) dove i genitori hanno aspettative estremamente alte (extremely high) e per questo fanno continue richieste ai docenti di sostenere l’apprendimento dei loro piccoli anche quando non sono a scuola. Insomma, dategli dei compiti per casa che vogliamo che imparino ‘tutto’ prima possibile. Bravi. Viva la società competitiva. Nel frattempo le affollate scuole pubbliche faticano a seguire i bambini affidatigli e molti stranieri si rivolgono alle scuole cattoliche, private ma meno costose, per un’auspicata ma irrealizzabile ‘via di mezzo’.

Meno male che esiste l’home schooling.