Gladio, il Partito della Nazione e il revanscismo dalle braghe corte

Alcuni giorni fa ho ricevuto nella mia casella di posta elettronica un invito alla presentazione di un libro su Gladio. L’invito era partito dal deputato del PD Giorgio Zanin, nell’occasione qualificato anche come “presidente dell’Associazione Centro di Documentazione e Ricerca sulla Guerra Fredda”. Tutti elementi di interesse, ma del libro in sé, purtroppo, si diceva poco. Nel suo messaggio, Zanin si dilungava a spiegare cos’era stata la Guerra fredda – “Una vita che ci vedeva divisi da muri, anche qui nel nostro Friuli Venezia Giulia. Muri non solo evidenti o di separazione dei confini, ma anche muri interni alla società e alla politica” – e sottolineava  che il libro “ripercorrendo le tappe di quella che è stata la storia italiana degli ultimi 70 anni, pur sviluppato sul piano della finzione narrativa, si basa su fatti assolutamente reali e documentati”. Il libro in oggetto si intitola “La strategia del gatto – Il più grande mistero italiano della guerra fredda”, scritto da Laura Sebastianutti e Franco Tosolini (Eclettica edizioni).

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Parole come proiettili ovvero il discorso sull’immigrazione

Da Il Manifesto, 30 novembre 2016

Quanta violenza c’è nel discorso sull’immigrazione? Per discorso intendo un’accumulazione di termini, idee, conversazioni, prassi, azioni concertate e azioni automatiche dello stato e delle strutture democratiche, inclusi i mass media. Tutti assieme, nel corso del tempo, creano un corpo fluido e multiforme che pervicacemente avvolge tutto quello che incontra. Il discorso è potere, perché penetra le (in)coscienze e trascina le azioni verso una direzione. Il discorso è violenza, perché non rispetta ambiti e pertinenze. Si muove al passo della tecnologia informativa, che nell’era dei social media non accetta silenzi né tantomeno riconosce riguardi. Non deve stupire se il discorso prende le forme dell’imprevisto, perché è quello il suo segreto, la sua forza. Il discorso non si fa solo attraverso le parole urlate del politico di turno abbonato alla poltrona degli studi televisivi. Il discorso si manifesta, e si rinnova continuamente, nell’espressione spontanea del cittadino in tutt’altro affaccendato, o dell’esperto che offre opinioni sui temi più diversi. Continua a leggere

In prigione per Daspo. Lo “strano” caso di Alessio Abram

Sul momento non volevo crederci. Più semplicemente, non capivo le ragioni di quello che mi si presentava come un fatto. Un uomo di 48 anni condannato a cinque anni di carcere per aver mancato di recarsi a firmare in questura per il Daspo. E’ la storia di Alessio Abram, anconetano, piuttosto noto a chi si occupa di diritti dei migranti e di sport. È tra i fondatori della Polisportiva Assata Shakur e da molti anni impegnato nel rendere lo sport un ambito inclusivo e aperto alle diversità. Daspo sta per Divieto di accedere alle manifestazioni sportive. Venne introdotto nel 1989 e aggiornato e modificato alcune volte fino al 2007, anno in cui vede la luce la legge che porta la firma di Giuliano Amato, all’epoca ministro dell’interno. Di lí a poco venne seguito dalla Tessera del Tifoso.

Entrambi i provvedimenti esprimono la volontà dei vari governi di affrontare il problema della violenza negli stadi con mezzi “eccezionali”. I risultati sono di fronte a tutti. Il calcio italiano continua a perdere spettatori al punto che la Serie A è ormai il quinto campionato al mondo per numero di spettatori, dietro Germania, Inghilterra, Spagna e Messico. Fino a venticinque anni fa era al primo posto. La Francia ha ormai quasi la stessa media di spettatori dell’Italia ed è possibile che presto la superi. Continua a leggere

La cittadinanza sportiva non è un gioco

Max Mauro, Il Manifesto, 18 ottobre 2016

Il tema delle discriminazioni in ambito sportivo è rimasto a lungo al margine dell’interesse di chi si occupa dei diritti dei migranti. Con poche eccezioni, in linea con una tradizione culturale particolarmente fertile in Italia, e che travalica gli orientamenti politici, attivisti, sociologi, giornalisti, hanno considerato lo sport un mondo a parte, che non si relazione con la società e i suoi problemi. È difficile altrimenti spiegare come le ripetute dichiarazioni razziste e omofobe del presidente della FIGC Tavecchio non abbiamo portato alle sue dimissioni. Pur di fronte ad una inedita squalifica da parte sia dell’organo di governo europeo del calcio (UEFA) che dell’organo di governo mondiale (FIFA), Tavecchio è rimasto al suo posto, che ricopre tuttora. Continua a leggere

Lucrative contraddizioni dello sport moderno

Max Mauro, Il Manifesto, 27 Settembre 2016

La partecipazione di una squadra di rifugiati alle Olimpiadi di Rio ha catturato l’attenzione dei mezzi di informazione di buona parte dell’Occidente. Più d’uno, senza troppa fantasia, l’ha definita «una grande storia Olimpica». Tutto ciò è comprensibile se si tiene a mente che tra principi del movimento olimpico vi è quello di «contribuire alla costruzione di un mondo migliore e più pacifico educando la gioventù per mezzo dello sport, praticato senza discriminazioni di alcun genere» (articolo 6 della Carta Olimpica). Nel sogno delle Olimpiadi, lo sport viene inteso come massima espressione degli ideali universali di uguaglianza e inclusione sociale. Nel presentare l’iniziativa, il presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Thomas Bach, aveva sottolineato l’ambizione che il Team Rifugiati potesse rendere il mondo più consapevole della crisi dei rifugiati. Le poche voci critiche hanno puntato l’attenzione sulla visibile contraddizione di una comunità internazionale che, particolarmente in Europa, nega i diritti all’accoglienza dei rifugiati costruendo muri, attaccando navi disarmate cariche di disperati e organizzando rimpatri coattivi di minori non accompagnati, mentre invita alcuni “fortunati” a partecipare al più spettacolare festival dello sport. Continua a leggere