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La Patagonia rebelde, in italiano

E’ stato finalmente pubblicato in italiano, dall’editore Eleuthera, La Patagonia Rebelde, uno dei libri più odiati e perseguitati dai militari che presero il potere in Argentina a metà degli anni settanta. Il suo autore, Osvaldo Bayer, venne costretto all’esilio riuscendo a salvare rocambolescamente il quarto tomo dell’opera, che uscì nel 1975 a Berlino, dove Bayer era riparato. Il libro racconta le lotte dei lavoratori della Patagonia argentina nella prima metà del ‘900 e lo fa in modo così avvincente che allo stesso Bayer venne chiesto di curarne un adattamento cinematografico. Il film con lo stesso titolo, diretto da Hector Olivera, uscì nel 1974 e venne distribuito anche negli Usa e in Germania. La storia di Bayer e del suo libro “maledetto” mi aveva rapito mentre raccoglievo documentazione per il viaggio poi descritto in Patagonia controvento, e più volte nel mio racconto finii poi per richiamare quel testo. Grazie all’invito dell’associazione Vientos del Sur, nel 2004 ebbi l’opportunità di incontrare e intervistare Osvaldo Bayer, durante una sua visita in Italia. L’incontro avvenne negli studi di Radio Onde Furlane, di Udine, e mi lasciò il ricordo indelebile di un uomo ricco di cultura, una cultura vasta ed eclettica, ma di schietta umanità. Parte dell’intervista venne poi pubblicata dal settimanale Carta.  Curiosamente, di Bayer in italiano era fino ad ora disponibile, ma da tempo irreperibile, “Severino Di Giovanni, l’idealista della violenza”, pubblicato nei primi anni settanta da un piccolo editore di area anarchica. Bayer ha oggi 83 anni ma è ancora attivo e pungente come sempre. Si definisce, leggo su Wikipedia, “un anarchico e un pacifista ad oltranza”.

 

Il cannone dell’amore

Nella casella della posta avevo 100 messaggi spam. Il fatto è che non li cancello spesso, li lascio proliferare e poi intervengo drasticamente. Questa volta prima di eliminarli ho dato un’occhiata ai titoli e ne ho salvato uno rappresentativo dell’insieme. L’ho fatto per capire cosa succede nel mondo, almeno quel pezzo di mondo che internet decide arbitrariamente di far entrare nella mia casella di posta elettronica. Il messaggio diceva così: Get armed with huge love cannon. Armati di un enorme cannone dell’amore. Non sono andato oltre il titolo per timore di finire in un inferno digitale ma, in fondo, non c’era bisogno di sapere altro. Il cannone dell’amore. Ma chi è che legge un messaggio così e magari clicca pure sopra alla link indicata? Cosa c’è dietro tutto questo? Mi è venuto in mente Marcello, un pensionato romano incontrato in Venezuela.

Come pensionato era un pensionato baby, perché probabilmente non aveva ancora 60 anni. Di certo, faceva di tutto per dimostrarne molti di meno. Jeans attillati, maglietta anch’essa attillata a far risaltare il fisico asciutto. Stivali a punta modello cowboy. Occhiali fumè anche di sera, con delle lenti sul celeste a coprire parte delle inevitabili rughe del viso. Capelli corti e ben rasati, ancora folti, grigi, ma di un grigio curato, intonato con gli occhiali. Lo conobbi in un bar punto di ritrovo di vecchi emigranti italiani. Lui non era un emigrante, non lo era per i motivi che spiego tra poco, ma frequentando quel posto si sentiva un po’ in famiglia. La prima volta che lo incontrai, appena aprì bocca fu come trovarsi di fronte un incrocio tra Mario Brega e Lando Buzzanca. Il primo per la parlata romana senza mezze misure, il secondo per il modello del macho italico portato sullo schermo in molti film degli anni settanta. Nella vita Marcello, era lui stesso a dirlo, aveva un unico, solido, duraturo, interesse: la figa. Non era solo una questione di sesso, se così si può dire, ma era governato dall’ambizione di “conquistare” nuove donne. I Caraibi erano il suo campo di azione.

Ottenuta una pensione precoce da un ente pubblico, libero da vincoli familiari, aveva deciso di spostarsi in Sud America e attuare in quelle lande i suoi propositi di “cacciatore”. Aveva vissuto per vari mesi a Cuba e poi si era trasferito in Venezuela, attirato dall’imponderabile nomea di paese di bellezze (il più delle volte frutto di un gran lavorio di chirurgia estetica, va detto). Ma non era soddisfatto della scelta. “Ao’, qua mi costa troppo”, mi disse. “Ed è pure pericoloso. E poi trovare casa è un’impresa. Ma il problema vero è che le donne non te la danno. Le devi portà fuori, trattarle da signore, e si fanno pure pregare. Cioè, la prima volta non te la danno, ma la seconda spesso sì. Però tra cena e il resto mi costa una fortuna. Troppo lavoro! In un mese e mezzo a Caracas me ne sono fatte una decina. Sono stato un mese a Cartagena, in Colombia, tutta un’altra storia. Me ne sono fatte 23 o 24, non me ricordo la cifra esatta e non ho speso niente”. Balle? Fanfaronate? Deliri di onnipotenza di un Califano dei poveri? Chissà. L’uomo trasudava gel e Bandiera Gialla, chatline e Rocco Barocco taroccato. Era un esemplare da studiare. Di fronte alla mia curiosità sul metodo utilizzato nelle sue “ricerche” esibì questa spiegazione. “In stì paesi le donne sopra i trenta non le vuole nessuno. Son vecchie. E’ per questo che ce stamo io e li miei amici”. Venne fuori che ancora residente a Roma Marcello e altri suoi compari venivano in contatto con donne caraibiche attraverso le chat. Non so in che lingua comunicassero perché l’uomo masticava poco e male lo spagnolo anche dopo vari mesi di permanenza nel continente. Però conduceva la sua missione con dedizione. Mi assicurò che le donne dei Caraibi impazzivano per l’uomo italiano. Aveva fatto i suoi conti: con i soldi della pensione in Italia riusciva a malapena a campare, in Sud America poteva fare lo splendido. Fino a un certo punto, però. Il Venezuela per lui era troppo caro, e le donne troppo esigenti.

Una sera un amico mi invitò a mangiare in un ristorante gestito da un suo conoscente. Un posto dove cucinavano solo ostriche. Come diceva il mio ospite, in Europa non potresti mai permetterti un piatto di ostriche perché costano troppo. Io, che pure non avevo mai mangiato ostriche in vita mia, non capivo il suo slancio, ma tacqui per non guastare un rapporto da poco avviato. Si aggiunse a noi Marcello, il fornicatore di Centocelle in trasferta. Visto il menù e i prezzi, comunque alti anche per i nostri stipendi in Bolivares, Marcello storse il naso. Appena arrivò il suo piatto di cinque o sei ostriche trattate con differenti aromi, il linguaggio del corpo si tramutò in uno sfogo verbale. “Tutti stì soldi per quattro conchiglie! Un piatto di tagliatelle da Alfredo (un ristorante italiano di Caracas NdR) me costa dieci volte meno e mangio di più!”. A parte i rapporti con le donne, presunti o reali non era possibile saperlo, Marcello trascorreva il suo tempo caracollando tra un bar frequentato da vecchi italiani e una trattoria, gestita anch’essa da italiani e dai loro figli. Di quello che succedeva nel paese non gli importava molto. O meglio, gli interessava un aspetto esclusivo (vedi sopra).

Purtroppo non ho la sua email, altrimenti gli invierei l’annuncio recapitato nella mia casella di posta elettronica. Il cannone dell’amore. Lui sì che saprebbe cosa farne.

Le molte (false) facce della democrazia

Circola su youtube il filmato di un incontro tenutosi in un’università cubana, con protagonisti alcuni studenti che pongono delle domande semplici e dirette a un ospite di un certo rilievo, il presidente del parlamento. Gli chiedono il perché dei limiti a viaggiare all’estero, le ragioni di un’industria turistica escludente, di prezzi e di problemi della vita di ogni giorno. L’ospite prende nota e risponde, senza tergiversare. Per molti mass media occidentali la notizia è duplice: primo, da Cuba esce un filmato dove si parla di politica non dal punto di vista del governo; secondo, a Cuba si dissente. Il filmato si presta però a letture divergenti. Il Corriere della sera, per esempio, evidenzia come le critiche degli studenti dimostrerebbero l’insoddisfazione della gente non tanto verso la situazione politica e sociale ma contro “il regime di Fidel Castro”.
Non sono mai stato a Cuba, come molti ho assorbito passivamente e attivamente molte informazioni che circolano su questa piccola isola, visto film, letto libri, ascoltato musica. Non ho un’idea precisa sulla realtà politica di Cuba e pur avendo partecipato ad alcune iniziative di Italia-Cuba mi esimo dal prendere posizioni nette sulle questioni generali che la riguardano. La lettura data dal Corriere della Sera mi ha tuttavia stimolato una riflessione irritata. Ve lo immaginate Veltroni (o Bertinotti o chiunque altro rappresentante istituzionale, a prescindere dagli schieramenti) che va in un’università e risponde alle domande degli studenti? Perché un posto letto a Roma costa 400 euro? Perché per avere un monolocale in affitto non a Roma o a Milano ma in una città di provincia si deve sborsare non meno di 600 euro?Perché non ponete un freno alla barbarie dei troppi tipi di contratti precari? No, non è possibile. Il politico nostrano preferisce lo schermo televisivo al confronto diretto. Al massimo si presta al “dialogo” in forma semiprivata, nelle “convention” di partito, ma anche lì di democratico non c’è molto. Insomma, una cosa come quella vista nel filmato cubano la democratica Italia se la sogna. Eppure per molti, come l’ex allievo di Renzo De Felice Paolo Mieli, direttore del Corriere, Cuba è un neo nel mondo democratico e va attaccata sistematicamente. Più dell’Arabia Saudita, della Libia, della Cina e di molti altri paesi apertamente autoritari e/o dittatoriali. Mah.

La piscina di Caracas

Mia nonna Lina diceva che per vivere a lungo devi avere delle abitudini. Così, pur tra qualche ostacolo, cerco di averne alcune. Una di queste è andare a nuotare. Io e Bibi siamo riusciti a mantenerla, un po’ irregolarmente, anche a Caracas.
Dopo una fase di ambientamento avevamo individuato una bella piscina a Chacao, quartiere delle ambasciate, del sindaco antichavista (e golpista), di un paio di vie “italiane” che sembrano quelle di una città nostrana dei ’70, con bar occupati da vecchi peninsulari caraibizzati, le foto della nazionale, le sedie quasi in strada, dialetti impenetrabili. Più che a carte, però, i vecchi giocavano a domino. La piscina dei nostri sogni caraibici era anche un modo per stendere il nervo occipitale, messo sotto sforzo dai tramonti capitolini, quando tutti sono di fretta e ogni minimo vuoto urbano può metterti la paura addosso. Ci piaceva, quella piscina scoperta, pur difesa da un muro alto alto, come tutte le proprietà venezuelane, lussuose o meno. Era più bella di tutte le piscine in cui avevo nuotato. Ed era pubblica! Almeno così appariva. Ci si poteva guardare dentro solo perché era posta su di una viale alberato che sale verso l’Avila, il monte di Caracas. Percorremmo a piedi il viale per poterla vedere meglio. Di buon mattino, ovviamente.
No, quella piscina è riservata ai residenti, ci spiegò un tipico abitante della zona, un funzionario diplomatico. E noi non abitavamo a Chacao, ma a La Florida, giusto alcuni chilometri più in là, ma verso ovest, il West, la frontiera del vecchio centro della città, l’ignoto impenetrabile del mondo al di là del mondo (per gli abitanti dei quartieri orientali). Niente piscina, allora. Tornammo mesti mesti nel nostro appartamento, quattro stanze che negli anni cinquanta forse erano state signorili quanto un appartamento della piccola borghesia europea. Allora era la dimora di una coppia di origine spagnola. La Florida era out, non più zona “sicura”, secondo gli abitanti dell’est. E non c’era nemmeno una piscina a portata di mano.
Non ci rimase che provare la carta del Centro Italo-Venezuelano.
Il Centro Italo, come lo chiamano tutti, è una collina. Una collina sulla cui cima sta un edificio che sintetizza le ambizioni e i sogni degli italiani arrivati nel dopoguerra, invitati dal manodestro di turno, a cui sarebbe piaciuto fare il dittatore ma il suo paese era il Venezuela, non il Cile né l’Argentina. Come molti, soprattutto militari illuminati sulla via di Bismark e dell’esercito prussiano, credeva che il Sudamerica andasse “sbiancato”. In pratica, si dovevano importare volentorosi europei, bianchi e cristiani, disposti a “fare il paese”. L’inciso era che gli indigeni non erano in grado di farne uno simile a quelli europei o del nord-nord America. Ma qui siamo in America Latina!, avrebbe detto l’idiota dostoevskiano di turno, la voce della sincerità. Nessuno però l’avrebbe ascoltato. Parentesi: se a qualcuno in tutto questo slancio del “fare” viene in mente il Risorgimento e Garibaldi si metta il cuore in pace, non c’entra nulla. Il “fare” era essenzialmente un atto pratico, un sogno materialista, o, a dirla tutta, semplicemente cementizio e asfaltoso. Che si tradusse in piccole e grandi fortune per gli immigrati di lusso, italiani, spagnoli, portoghesi, tedeschi. E frustrazioni tremende per quelli di loro che non ce la fecero.
L’edificio che domina la collina del Centro Italo è su più piani, con ampie sale, scalinate larghissime, terrazze interne ed esterne, spazi per ristoranti, piccoli negozi, sale riunioni, palestre. Nessuna comunità di immigrati ha qualcosa di simile, in Venezuela. Quello che lo rende prezioso sono, però, soprattutto i suoi impianti sportivi. Il resto, il grande edificio costruito nei primi anni sessanta in particolare, è in molte parti cadente, sfiancato al sole dei caraibi come i vecchi che lo frequentano. Gli impianti sportivi sono una ricchezza: due campi da calcio, uno con tribuna; due da baseball; quattro piscine, una con trampolino e piattaforme da tre, cinque e dieci metri; sei campi da tennis; vari campi da bocce. E’ un club, s’intende. Però, per i titolari di passaporto italiano l’ingresso e l’utilizzo delle sue strutture è gratuito per un mese dalla data che i severi doganieri venezuelani timbrano sul vostro passaporto.
Arrivarci coi mezzi pubblici era un’impresa, perché quando venne costruito questa zona era estrema periferia. I suoi utenti, però, sono sempre state persone automobilizzate e quindi il problema per loro non si è mai posto. Oggi la collina è circondata da una vasta estensione di ranchitos, le favelas venezuelane, e alcuni carritos, i mini bus col dono dell’ubiquità, ci arrivano, ma facendo un lungo e faticoso giro. Dopo aver provato l’esperienza del carrito, se volevamo riprendere l’abitudine del nuoto e arrivare alla piscina con qualche energia in corpo non ci rimaneva che il taxi. In un paese dove la benzina costa meno dell’acqua (una tanica da cinque litri di acqua naturale costa al supermercato circa 5mila Bolivares, più di un pieno di benzina), l’utilizzo del taxi è piuttosto normale. Ma raggiungere la collina del Centro Italo da La Florida è un viaggio di circa trenta minuti, e gli scafati tassisti capitolini per perdere un’ora del loro tempo pretendono cifre sempre diverse. La trattativa non è da tutti ammessa.
Superati questi scogli, normali in una città come Caracas, il nuoto nella piscina del centro italo ripagava dello sforzo. Non era solo il nuotare in una piscina di cinquanta metri sotto il sole dei Caraibi, un fascino che era forse tale ai tempi in cui Simenon viaggiava e descriveva questi luoghi, ma il mondo umano attorno ad essa a stimolare la mia attenzione. La piscina grande era il più delle volte vuota. Anche andandoci in orari diversi potevamo avere tutta la vasca per noi, mentre sempre affolata era la piscina più piccola, circondata da sdrai e ombrelloni. Qui, oltre a qualche famiglia dove di italiano c’era ormai forse solo un nonno, si vedevano mamme di varie età con bambini e ragazzini perennemente urlanti. Le mamme esibivano tette da rotocalco in fisici tendenti allo sbando. Gli effetti della famosa industria venezuelana di chirurgia estetica. Costi bassi e tette nuove per (quasi) tutti.
Alzando lo sguardo oltre le alte recinzioni del centro italo, costantemente sorvegliato da guardie private, c’era qualcosa di surreale. Un immenso formicaio di piccole casupole affastellate copre le colline attorno al club degli italiani. L’architetto che lo disegnò, un arzillo novantenne originario di Gorizia, mostrandomi le foto dell’inizio dei lavori, aveva sottolineato proprio questo, il vuoto attorno alla collina del centro italo. Ma dagli anni sessanta molte persone hanno sentito il bisogno di entrare nel mondo lucente dei capitolini e hanno lasciato le campagne per raggiungere Caracas. Non c’è di che stupirsi, visto che quelle campagne erano lasciate a se stesse e la realtà che veniva presentata al mondo come “Il Venezuela”, la sua immagine planetaria, era la ricca ma minuscola parte delle sue città petrolifere. L’unica collocazione disponibile per questi migranti interni è stata di casette fatte di poco su ripide colline scivolose.
Visti di notte i ranchitos formavano un immenso presepe di luci, un presepe di luci che premeva sul mondo a parte del Centro Italo come un gatto attorno alla ciotola ricolma. Sostando in silenzio, con lo sguardo rivolto oltre la recinzione, si sentivano voci e rumori che incredibilmente parevano distinti, come un coro intermittente. Era una moltidudine vitale, ma di una vita di seconda o terza categoria. Dentro il club, i frequentatori si comportavano come sempre, facendo finta di nulla.
Spesso dalle colline dei ranchitos si sentono degli spari, ma nessuno ci bada. E’ qualcosa che scuote i nuotatori della domenica arrivati dall’Europa. Almeno finché non ci fanno l’abitudine, come tutti.

E’ online Estrangeiros/Stranieri

E’ finalmente online “Estrangeiros/Foreigners”, il progetto letterario che mi vede coinvolto assieme ad altri sei autori di paesi diversi (Brasile, Argentina, Messico, Austria, Australia, Canada), l’idea è della brasiliana Daniela Abade. La pagina iniziale del sito è in portoghese ma basta scegliere una delle ligue elencate sulla sinistra e c’è la traduzione. A destra l’elenco degli autori, ognuno ha una pagina e lì potete leggere la prima puntata della storia…..per raggiungere il sito cliccate qui

Buone letture!

Estrangeiros/Foreigners…

Vari giorni di assenza da una connessione veloce, sbalzato tra case e luoghi diversi, e intanto il blog continuava la sua vita, insospettabilmente. Nella mia ingenuità non pensavo di doverci dedicare tanto impegno. Vabbé, passiamo alle news.

 

Sarà online tra pochi giorni Estrangeiros/Foreigners/Stranieri, un progetto letterario che dire insolito è dire poco. Lo ha pensato e voluto Daniela Abade, giovane scrittrice brasiliana già promotrice di fortunati “giochi” letterari sulla rete delle reti. Ha coinvolto altri autori di paesi diversi (sette paesi e cinque lingue) con l’idea di imbastire una storia ambientata in una città dove non sono mai stati, da qui il titolo del progetto. Ogni autore avrà una sua pagina nel sito che verrà aggiornata a cadenza almeno settimanale. Tutto questo per un anno. Per i giri imprevedibili della vita Daniela ha coinvolto anche me, con un incarico tra i più gravosi… per fortuna che è solo un gioco.

STRANIERI – PRESENTAZIONE

di Daniela Abade

La sensazione di non appartenenza: a nessun luogo, a nessun gruppo, a nessuno. La scomoda capacità di guardare alle cose standone fuori, di girovagare come un fantasma tra la gente che ci pensa lì in quel momento, sul suo stesso piano. Ho sempre pensato che fosse questo l’impulso più forte a spingermi verso la scrittura: il fatto di sentirmi un’estranea anche a casa mia. La spiazzamento, la distanza, talvolta anche la mancanza di comprensione da parte degli altri e del mondo. “Non sono di qui, non appartengo a questo luogo e questo è ciò che vedo”.

Non ho mai pensato che questa sensazione fosse unica, esclusivamente mia. Però non immaginavo che potesse essere così diffusa. Più leggo, più vivo, più mi capita di conoscere altri “estranei”. Gente che non sa dove si trova, nemmeno dove andrà a finire, e che descrive ciò che vede lungo questo cammino.

E’ qui che ho cominciato a pensare a questo progetto. Visto che la sensazione di “straniamento” è un buon impulso per la nostra creatività, ho deciso di invitare alcuni autori (amici o meno ma comunque autori che stimo) a diventare più stranieri di quello che già sono. Nessuno di questi scrittori condivide la nazionalità o la città dove risiede. A ogni autore è stata affidata la città di un altro coinvolto nel progetto con il compito di scrivere un diario lungo un anno. Alla base del progetto c’è l’idea di aumentare lo spiazzamento che percepiamo nel nostro ambiente per accrescere la nostra creatività. Le regole da seguire sono poche:

1. L’autore non deve avere alcuna familiarità con la città di cui scriverà.

2. L’autore non potrà visitare questa città per tutta la durata del progetto.

3. Il protagonista della storia deve avere la stessa nazionalità dell’autore. In altre parole, il creatore e la sua creatura hanno la stessa origine.

Gli autori hanno accettato questa distribuzione delle città:

Daniela Abade – Udine/Italia
Florencia Abatte – Sidney/Australia
Claudia Chibici–Revneanu – Santos/Brasile
Max Mauro – Città del Messico/Messico
David McGuire – Buenos Aires/Argentina
Matt Rubinstein – Graz/Austria
Gonzalo Soltero – Hamilton/Canada

La condizione di straniamento verrà portata all’estremo. L’autore sarà così straniero rispetto al luogo di cui scriverà al punto da non conoscere nemmeno la città – dovrà localizzarla nella sua immaginazione. I diari verranno aggiornati almeno una volta alla settimana. Gli autori scriveranno e pubblicheranno nella loro lingua, a questo modo anche il lettore si sentirà un po’ straniero perché sarà in grado di capire ciò lo scrittore scrive di altri posti, ma molto probabilmente non riuscirà a comprendere ciò che verrà scritto del suo stesso paese o città da autori di altre nazionalità.

L’idea finale del progetto è di raccogliere tutto il materiale e tradurlo in ognuna delle lingue in cui è stato scritto. Avremo quindi una versione inglese, una portoghese, una spagnola e così via. In conclusione, tutti gli “stranieri” parleranno la stessa lingua. E, forse, se sono fortunati, riusciranno a dimostrare che nonostante si sentano stranieri possono trovare una casa nelle parole che scrivono.