Bici a riposo

Ecco Sparta, la protagonista di diverse avventure dublinesi di cui si è scritto su queste pagine. Per alcune settimane rimarrà a riposo, impacchettata e lucchettata, in un cortile metropolitano, sperando che nessuno la vada a disturbare. Qui appare in una versione ‘giovanile’, ai primordi della nostra relazione. Oggi circola con catena, manopole e sella nuovi (più o meno, qualcosa è riciclato). La mia missione friulana prevede la rimessa a nuovo dell’Atala del nonno Olvino, sì proprio quella de La bici sopra Berlino. Prima o poi verrà organizzato un incontro tra le due navigate rocce della strada.

Le avventure di Sparta – La vera faccia del moccioso

Prima o poi Roddy Doyle dovrà essere giudicato dal tribunale degli scrittori. E’ un auspicio e allo stesso tempo un appello, il mio. Non può passare impunita la sua sistematica opera di ‘romanticizzazione’ del moccioso dublinese. Si tratta di un reato letterario tra i peggiori: fare agiografia del diabolico in erba. Il moccioso dublinese ha un’età tra i nove e dodici anni: si muove prevalentemente in gruppo in zone abitate da cronici ricevitori di sussidio sociale, staziona in strada alle ore più impensabili – tipo dieci di sera infrasettimanale – e compie le azioni più spregiudicate con la sfacciataggine di un rapinatore di banche. La battaglia di sassi da un lato all’altro della strada tra nemici di culla è un innocente gioco di bambini al confronto di quello a cui va incontro il ciclocittadino che ha la sfortuna di transitare nel momento sbagliato in una zona controllata dalla gang infantile. Purtroppo il sottoscritto si trova spesso ad attraversare aree a rischio moccioso. Un volta una mela ha colpito la borsa che portavo a tracolla, ben celata sotto la mantella anti-pioggia. Ignaro del pericolo incombente, pedalavo rapito quando ho sentito un colpo improvviso e secco sulla borsa. Ho pensato: ma che caz? Mi son girato e ho visto una mela di medie dimensioni rotolare via. Poco distante c’era un gruppetto di mocciosi che sfidava la mia reazione con gesti e urla. Forse non avevano mai visto una mantella, a Dublino nessuno la usa. Li ho guardati con qualcosa a metà tra  lo stupore e l’odio fisico, poi ho provato commiserazione e ho ripreso la via. La volta successiva c’era la neve, giusto un filo, che da queste parti anche la neve deve sottomettersi alla implacabile legge della pioggia. Mentre filavo a cavallo di Sparta una palla di neve  ha sfiorato il mio berretto di lana. In pratica, ha sfiorato la testa prima di sfagliarsi sulla strada. La zona non era la stessa della prima volta, ma nemmeno troppo distante. Il terzo incontro ravvicinato coi diavoli in erba è avvenuto in una giornata di tepore quasi primaverile (alcuni la scambiano per estate, ma è un miraggio). L’oggetto contundente lanciato dai villani è stato un gavettone. Un sacchetto riempito di cubetti di ghiaccio che è passato come un missile a pochi centimentri dal mio viso. Ho avuto paura. Cosa poteva succedere se mi colpiva? Finivo lungo sull’asfalto, sotto le ruote di un autobus. Questa volta ero determinato a fare qualcosa, bloccare almeno uno dei malviventi, consegnarli alla giustizia ciclistica, a qualsiasi tipo di giustizia, ma sono tutti rapidamente fuggiti in mezzo ai condomini.

L’Irlanda è il paese più giovane tra i 27 dell’Unione Europea. Tra il 1995 e il 2005, più o meno gli anni del boom, la natalità  ha toccato vette da record mondiale. I sussidi alla maternità consentono anche a famiglie senza reddito o a genitori soli di ‘custodire’ vari figli. Famiglie con cinque o sei figli sono frequenti, soprattutto negli strati più bassi della società irlandese, marcatamente classista sullo stile di quella britannica. Il buon Roddy Doyle, il maestro dei dialoghi e dello humor nero, proviene da una famiglia di solida estrazione borghese eppure si è appassionato alle storie della working class. Leggendo i suoi libri viene facile provare sentimenti di simpatia e affetto per i protagonisti, soprattutto per i piccoli tremendi protagonisti di Paddy Clark Ha Ha Ha o di A star called Henry. Però quella è fiction. La realtà sono i gavettoni di ghiaccio e l’attacco alla povera mantella ciclabile. Queste sono sacche di ignoranza e abbandono, altro che birbanterie pre-adolescenziali.

Le avventure di Sparta – La bici illegale

Penso di capire come si sente un vestito esposto in ventrina allo sguardo dei passanti. L’altro giorno scendo dall’autobus al rientro da una delle mie ormai note esplorazioni suburbane, e mi metto ad armeggiare con il portpacchi della bici. La bici era legata ad un palo e prima di slegarla volevo fissare al portapacchi la mia borsa. Per fare ciò avevo estratto l’utilissima corda elastica con due ganci ai suoi estremi (prodotto quasi introvabile in Irlanda, pare sia ritenuto pericoloso, almeno così ha detto un commesso di ferramenta!). L’impresa prendeva del tempo, sarà stata la pioggia o il vento, di certo ero un po’ impacciato. Forse è per questo che ho attirato l’attenzione di un quartetto di turisti di mezza età. Tedeschi. Uno dice, come fai a sapere che erano tedeschi? Lo dico perchè il turista tedesco, o il semplice viaggiatore tedesco, indossa (quasi) esclusivamente giacche marca Jack Wolfskin. Fateci e caso e poi mi direte. Tempo fa un’amica berlinese si è avventurata nel Galway e recatasi in un Bed and Breakfast è stata accolta dalla proprietaria, mai incontrata prima, con questa frase: Da che parte della Germania viene? Come fa a sapere che vengo dalla Germania senza nemmeno che apra bocca?, risponde la mia amica, incredula. Tutti i tedeschi indossano quella marca di giubbotti!, chiosa l’irreprensibile oste.

Insomma, le due coppie tedesche mi osservano mentre armeggio sulla bici. Mi giro e vedo che in realtà sono solo i due uomini ad osservare me. O meglio, non osservano me. Osservano Sparta. Più che osservarla, la stanno fissando. Povera Sparta, deve averci fatto l’abitudine, ad essere oggetto di attenzioni speciali da parte dell’umano paese. Uno dei due tipi si avvicina e indicando il nudo manubrio di Sparta, chiede, con un marcato accento tedesco (…!): – Dove sono i freni? – Sono nel pedale, è un freno a retropedale. E’ una bici olandese, spiego. Il tipo mi guarda poco convinto, poi sbotta: ma in Germania li dobbiamo avere anche davanti! Ho capito, ho a che fare con un vigile urbano in vacanza. Ne ho la conferma subito dopo. Preso dallo slancio civil-ciclistico getta lo sguardo sul fanale anteriore, cioè sul posto dove dovrebbe esserci il fanale ma non c’è, e aggiunge: E pure questo! In Germania non possiamo circolare senza il fanale. – Non so se ridere o piangere, ma mi esce solo un flebile e poco esplicativo – Ma qui siamo in Irlanda….!

Lo congedo con un sorriso. Il tipo saluta e ritorna con un viso stupefatto dai suoi compari.

Le avventure di Sparta – Pedalare sulla neve (a Natale)

Non capisco perché se c’è la neve le auto possono circolare ma le bici no. Così ho deciso – non in solitudine, va detto – che circolo anch’io. Siamo in pochi, ma ci siamo. Non importa se le corsie ciclabili sono scomparse, adottate al facile ruolo di bacino di raccolta per la neve spalata. Anzi, proprio per questo motivo, un gesto di orgoglio ciclistico impone che si circoli sulla strada, quella vera, quella grande. E se l’automobilista incalza, nervoso e disturbato, che vada a quel paese. Non c’è il suo timbro di proprietà sulla strada. Democrazia di circolazione, ecco quello che ci vuole.

Purtroppo, a rovinare la festa ci si è messa Sparta. Io non  ci sto, mi ha fatto capire, allungando ancor di più il suo già lungo manubrio come fosse il collo di un’elegante signora che guarda tutti dall’alto in basso. Sparta è così, pur maltratta dalla vita metropolitana, con visibili i segni del suo accidentato vissuto tra vie e marciapiedi, non vuole perdere un’oncia del suo rango. Le mie ruote sono troppo grandi e sottili per questo tipo di esperienza. Non sono fatta per il fango, la neve poi, da dove vengo io di neve in strada non ne ho mai vista. Chi può darle torto? Sparta non è venuta al mondo per assecondare istinti combattivi del ciclista urbano, men che meno per sostenere l’imberbe spirito di avventura travestito da senso civico di un adulto di passaggio. E così si è ritratta. Io resto qui, ha annunciato. Alla scena ha assistito Atlas, l’ultima arrivata della sbilenca ciclo-scuderia dublinese. Ancora convalescente, non in grado di procedere e nemmeno di condurre il ciclista in un piccolo giro di cortile, non ha potuto dire nulla. E’ rimasta muta, osservatrice di una piccola sceneggiata in cui non ha parte né ruolo alcuno. Ancora sogna dei nuovi bulloni, bulloni esotici come lei, introvabili a queste latitudini. A pensarci, ai bulloni mancanti, soffre: è invevitabile che soffra. Le ricordano in ogni momento la sua condizione di estraneità, uno stato di esilio insopportabile.

Ma quindi, se Sparta si chiama fuori e Atlas è indisponibile, chi sosterrà la mia sfida all’automobilista natalizio sull’asfalto ubriaco di neve? E’ la piccola Peugeot, una mountain bike da donna che non disdegna di indossare copertoni larghi. Pare una ragazza sbarazzina con scarponi da montagna e berretto di lana d’altri tempi. Peugeot non si fa pregare, è anche ben disposta verso le improvvise manovre dettate dalle strisce di neve e ghiaccio che segnano la via. Non si fa intimorire dal marciapiede stile pista da slittino. Asseconda l’incosciente pilota con la destrezza del novizio lusingato dall’invito ad un’impresa “da grandi”. Il connubio funziona. La neve non ci fa paura.

Le avventure di Sparta – Biciclette abbandonate

Succede uno strano fenomeno nella Dublino della recessione. Biciclette vengono abbandonate. Intendiamoci, le vittime di questo singolare fenomeno sono biciclette di un certo tipo, che probabilmente non interessano gli indefessi ladri di città. L’identikit della bici poco appetibile è presto fatto: bici da uomo, nera, incidentata o mancante di pezzi, possibilmente d’importazione da paese non anglosassone. Rispondeva a questi requisiti la Sparta che circa un anno e mezzo fa io e Bibi raccogliemmo sul marciapiede, dopo averla vista abbandonata in stati pietosi per alcuni mesi. Oggi, dopo un caritatevole intervento riparatorio, Sparta è il mio mezzo di locomozione cittadino. Alcuni giorni fa il fenomeno si è ripetuto. Questa volta la vittima di abbandono è una bicicletta indiana, Atlas. E’ una bici da uomo con un robusto portapacchi largo che potrebbe accogliere un cuscino e diventare mezzo di trasporto pubblico, come si vede fare in molti paesi africani e asiatici. Ha una doppia canna, soluzione a me inspiegabile ma sicuramente giustificata. Atlas è in condizioni ancora peggiori di Sparta, al punto che potrebbe apparire una bici d’epoca. La ruggine ha corroso quasi tutto, coprendo anche il portapacchi e le parti cromate del manubrio. Una visione tristissima. A complicare il suo stato c’è anche la mancanza della ruota anteriore. Una serata di pioggia l’abbiamo trascinata fino a casa, offrendole alloggio accanto a Sparta. Continua a leggere

Dare un sorriso alla giornata

Questo scritto è stato pubblicato sul blog di Ediciclo

Dare un sorriso alla giornata

Mi piacerebbe invecchiare riparando biciclette e ascoltando punkrock. Sarei un vecchio sereno, perfino sorridente, perché no? Potrei comunicare al mondo attraverso le cose che mi hanno fatto stare bene negli anni in cui tutto poteva far male perché era nuovo e sconosciuto.

Ci sarebbe un angolo mio nella città, un luogo dove sentirmi a casa. Un luogo raccolto, grande abbastanza per contenere affetti, musica e biciclette, ma piccolo il giusto per non disperdere il ricordo della cucina della nonna Lina, dove il divano, la cassapanca e la vetrina con le foto dei parenti in Canada e Francia erano tutto quello che serviva al mondo per chiamarsi tale. In quel luogo conquistato a mia misura accoglierei biciclette affaticate, telai demodé, ma soprattutto dueruote senza più padroni o con padroni improbabili, anime sensibili, puri inconscienti sociali, condannati all’inadeguatezza da una realtà di convenzioni passite e bigottismo senza etichette.

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