Brexilandia #01 – Di tagli, università, e biblioteche senza libri (di carta)

Poco prima dell’estate è arrivato nella mia casella di posta una email da una delle bibliotecarie più premurose, ormai, ahimè, prossima alla pensione. Informava il personale dell’università che la direzione della biblioteca stava per prendere una decisione radicale. Dal nuovo anno accademico la biblioteca non terrà più giornali in formato cartaceo per i quali è in essere un abbonamento digitale. Un passaggio semplice, dettato dalla necessità di tagliare costi considerati superflui. La bibliotecaria presentava cifre e dati a supporto della decisione. Gli studenti non leggono i giornali cartacei, che rimangono il più delle volte intonsi sugli espositori. L’università spende molte migliaia di sterline per garantire l’accesso agli archivi digitali di centinaia di periodici.

Ho ripensato a quante volte mi è capitato di sfogliare un giornale in biblioteca negli ultimi anni, forse appena due o tre. Passo davanti all’espositore, lo sguardo mi cade su di un titolo o una foto, mi dico “ora mi fermo”, ma non lo faccio, preso dalla perenne fretta di dover fare qualcosa. E’ la dannata psicologia dell’homo economicus, costretto a credere che il suo tempo abbia sempre un valore, una dimensione produttiva. Qualcuno l’ha opportunamente chiamata “psicologia neoliberista”, ed è pervasiva come la nebbia in Valpadana nelle mattine d’inverno, e ne sono vittime anche coloro che cercano consciamente di opporvisi. Però vedere le copie cartacee dei giornali mi dà una sensazione protettiva, come di un mondo che ci appartiene e che ci ha fatto crescere e che dal quale non ci si vorrebbe mai separare.

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Il libraio, la città e l’automobile

Acquisti in automobile: la salvezza delle librerie.

La chiusura di una libreria è una notizia che mi rattrista in modo particolare. Tra gli esercizi commerciali, la libreria è quello che ha il rapporto più sfumato con il concetto di ‘merce’ e più accentuato quello con ‘cultura’ (intesa in senso ampio). Leggere che la Libreria Carducci, situata nel centro di Udine, chiude i battenti dopo novant’anni di attività, non mi ha lasciato quindi indifferente. In queste occasioni uno si aspetta delle riflessioni ponderate sul perchè un’attività con una tale storia e un’invidiabile localizzazione, al centro di una delle più suggestive piazze udinesi, sia costretta a chiudere.

Magari un ragionamento sui cambiamenti generazionali dei lettori, sulla sfida imprevedibile posta dagli e-book, sulla mole di pubblicazioni in circolazione, sulla concorrenza dei centri commerciali e dei supermercati. Insomma, gli spunti su cui riflettere sono molteplici e tutti interessanti. E invece. Nell’articolo pubblicato dal Messaggero Veneto il titolare della Carducci asciuga in poche battute (tre righe tre nella trascrizione del giornalista) alcuni dei succitati temi per concentrare la sua attenzione sulla limitazione al traffico nel centro cittadino e la mancanza di parcheggi per le automobili che, è il suo ragionamento, terrebbero lontani i clienti. Per chi non conosce la realtà del capoluogo friulano, rammento che da diversi anni è stato avviato un piano per favorire una migliore mobilità cittadina che prevede, oltre alla pedonalizzazione di alcune zone del centro storico, la realizzazione di una rete di piste ciclabili.

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Una volta erano pentole

Tempo fa mi hanno regalato una borraccia di metallo, una di quelle che si bozzano facilmente ma sono comunque molto più pratiche ed ergonomiche delle bottiglie di plastica. La sua marca è ‘SIGG’. Made in Switzerland è inciso in bella vista sotto il marchio. Ecco qualcosa che non porta l’onnipresente ‘Made in China’, mi son detto. Poi ci ho pensato un po’ su. Il nome non mi era nuovo. Cerco di mettere in funzione i pochi e impolverati neuroni che mi rimangono ed ecco la lampadina che si accende. Vado in cucina, apro l’armadio, prendo una pentola che ha la mia età. La marca è SIGG. Assieme ad altre sue sorelle, la pentola era parte del bagaglio con cui i miei genitori rientrarono dalla Svizzera, sul nascere degli anni settanta. Anche io ero parte del bagaglio, per così dire (ma neanche tanto, visto che l’uscita dal paese era clandestina, come il mio ingresso, per altro). La SIGG era la fabbrica di pentole dove lavorava mia mamma. Avevo circa dieci anni quando tornai assieme a lei a Frauenfeld, il paese dove sono nato e dove ha sede la fabbrica. Tra le persone che andammo a visitare c’era anche il suo caporeparto alla SIGG, uno svizzero-tedesco dallo sguardo burbero, almeno così apparve ai miei occhi di bambino. La fabbrica di pentole era impressa nei ricordi di mia madre. Attraverso le pentole indistruttibili, lo è anche dei miei. Ora c’è la borraccia. Meno indistruttibile. Una volta erano pentole.

Macchine da consumo

Udine è circondata da centri commerciali. Nell’arco di circa dieci chilometri ve ne sono cinque, di dimensioni diverse ma tutti affini nell’idea: portare persone automunite a perdere tempo nei loro meandri riscaldati (o, d’estate, climatizzati). Sono cresciuti rapidamente, di numero e dimensioni, nell’arco di quindici anni, con uno scatto da velocista negli ultimi cinque. Al Città Fiera, il più grande e “popolare”, non manca nulla. Non è più solo questione di negozi, ristoranti, cinema, palestre. No, ci sono anche i medici specialisti, che hanno trovato ospitalità in una torretta nel bel mezzo dell’arena consumatoria. Il cerchio è completo. Non c’è bisogno di null’altro. Dalla patologia alla cura, tutto a portata di cammino. Dentro il capannone.

Quello dei centri commerciali alla città sembra un assedio, ma all’incontrario. Mentre gli assedi delle fortezze medievali miravano a portare gli assedianti dentro la città, a farne cosa propria occupandola, l’assedio dei centri commerciali mira a portare gli abitanti fuori, ad attrarli verso la vita ologrammata che si svolge nella cittadella del consumo, a “disossare” la città stessa. L’assedio funziona bene, visto che il centro cittadino perde negozi e assomiglia sempre più ad un salottino per boutique e bar eleganti. Probabilmente i centri commerciali non c’entrano, ma gli abitanti sono in calo e nemmeno gli immigrati riescono più a sostenere l’annosissima ambizione udinese di raggiungere i centomila residenti. Persino le librerie si spostano nella nuova città ancillare, alla ricerca del consumatore a tutto tondo, la perfetta macchina da consumo (anche il libro è merce, no?).

Gli “shopping mall” come li vediamo oggi proliferare ovunque ci siano potenziali consumatori, localizzati in aree suburbane o extraurbane dell’occidente e dell’oriente, del nord e di certo sud del mondo, sono il prodotto dello sviluppo urbanistico statunitense. Non a caso la data di nascita è indicata negli anni cinquanta, gli anni del boom dell’automobile negli Usa e della vita suburbana. I centri commerciali, intesi come contenitori fisici di più negozi, sono nati prima dell’automobile e del delirio urbanistico made in Usa, e trovavano spazio dentro le città, come il KaDeWe a Berlino, in palazzi storici o edifici degni di tale nome. In alcuni posti esistono ancora, ma sono gli altri, secondo me, il vero problema, quelli pensati in funzione dell’automobile.

Al pianificatore, al politico, all’amministratore pubblico, nulla importa del futuro, di quello che accadrà tra venti o trent’anni. Conta l’immediato, la promessa di “dare lavoro” per un anno o due a qualche centinaio di manovali per costruire e a qualche decina di commessi e guardiani quando il tutto sarà pronto. Ma che sviluppo ci aspetta? L’automobile – in città, ma non solo – ha il fiato corto e perfino negli Usa in molti se ne stanno accorgendo. Costruire strade non fa che aumentare il numero di automobili in circolazione. E costruire negozi in mezzo al nulla non fa creare nuove mete per l’incessante desiderio di consumo. “I negozi in città sono scomodi”, dice l’uomo/donna medio/a. “Si fa fatica a parcheggiare e poi hanno orari ridotti. Al centro commerciale vai quando vuoi e trovi sempre parcheggio”. Il ragionamento non fa una grinza. Ma che cosa c’è dietro questa apparente logicità? Il fatto che il consumo è diventato un’attività quotidiana, come andare al bar o passare a salutare la nonna. Non il consumo per fini alimentari o di sussistenza, ma il consumo come svago/passatempo ecc. Hai mezz’ora di tempo alla fine del lavoro? Sali in auto e voli al centro commerciale. Ti serve qualcosa? No, o forse sì, anzi sì, sì certo. Anche se hai già quattro paia di scarpe “outdoor”  magari ne trovi un paio scontato, più bello degli altri tre. E poi è meglio avere ricambi, anche di cose che non usi ogni giorno. La logica è illogica, ma funziona, s’impone, quindi è più logica.

Il ritorno dello scaffale

Lo scaffale è protettivo. E’ accogliente come uno scialle di lana rispuntato intatto da un vecchio armadio. Allunghi il braccio per raggiungere una confezione lasciata indietro, addossata al fondale, e la riporti avanti. In quel gesto semplice, nudo, il nastro del tempo si riavvolge. Che anno era? 1984? O 1985? Gli scaffali allora erano bianchi, o comunque chiari, e riempirli era un dovere, un impegno familiare. Quanti anni passati a riempire scaffali? Venti, più o meno. Le scatole di cartone venivano scaricate, stipate, svuotate, smontate e infine caricate per un viaggio a ritroso. Il loro contenuto finiva negli scaffali. Gli scaffali erano le alpi e il mare nella vita dei prodotti. Muovere i prodotti da un luogo all’altro era un piccolo viaggio che la fantasia adolescente non si lasciava sfuggire. Grazie alla fantasia lo scaffale era la porta di un mondo impossibile. Oggi lo scaffale non è più famiglia, non è nemmeno casa. Forse ha un significato simile ma pronunciato in un’altra lingua.  Oggi lo scaffale è un impegno cercato, in un luogo diverso. E’ un ritorno inatteso, ma protettivo. Un atto volontario. Non si chiama più cooperativa di consumo, ma foodcoop. Tutto appare diverso. A parte lo scaffale. Un paesaggio di prodotti in varie lingue che sembrano capirsi tra di loro. Il mio braccio si allunga per recuperare una confezione lasciata indietro. Che anno è?