L’uomo senza automobile

“Non ha l’automobile!”. Tra le tante descrizioni lette e sentite sul nuovo leader dei laburisti Jeremy Corbin quella offerta, in senso positivo, dal mio capo alcuni giorni fa mi ha fatto sorridere e, ovviamente, rallegrato. Sorridere, perché se uno non è immerso nella realtà inglese (e sottolineo inglese e non britannica) del sud delI’Inghilterra (e sottolineo del sud) non può comprendere il ruolo di definitore di status sociale attribuito all’automobile. Non conto le volte che a me o a Bibi è stato chiesto: “Don’t you drive?”, che suona come un’accusa di disabilità, “non guidi?”, ma sottintende il fatto del tutto presunto che non puoi permetterti un’automobile. L’automobile appare un obiettivo di decenza alla popolazione immigrata, per esempio a quella molto numerosa a Southampton dei polacchi, e una ovvia necessità ai molti bianchi inglesi che vivono nei sobborghi o, ahiloro, nella “countryside”, che sarebbe la campagna ma ha poco o nulla in comune con l’idea di campagna di chi è cresciuto nella provincia italiana. Vai a spiegare loro che l’uso dell’automobile in città di dimensioni raccolte è un sintomo di moderna barbarie e che molta parte dell’occidente sta cercando vie per ridurre la dipendenza da essa.  Continua a leggere

Il (vero) cambiamento è possibile

Bike_and_Roll_shopping_fam_smallIl governo britannico ha approntato un programma di investimento di 62 milioni di sterline (72 milioni di euro) per sviluppare la mobilità ciclistica (lo riferisce il Guardian). E’ il più grande investimento sulla bicicletta mai adottato da un governo di quel paese. Lo sottolineo perché questo dimostra che, diversamente da quello che molti pensano in Italia, la bicicletta non è un mezzo per gente “di sinistra”, per “alternativi” vecchi e nuovi, per anziani soli o immigrati senza patente. Al governo in quel paese sono in questo momeno i conservatori assieme ai liberali.

La bicicletta è un mezzo per tutti, il cui utilizzo aiuta tutti, anche quelli che non possono usarla e devono muoversi con altri mezzi. E’ facile da capire. Se si riduce il numero di automobili in circolazione nelle città grandi e piccole (attanagliate dal traffico veicolare) favorendo i mezzi pubblici e la bicicletta, le strade saranno meno intasate e così potranno muoversi con maggiore facilità coloro che hanno il diritto e il dovere di usare automobili, furgoni e camion. Mi riferisco, per esempio, ai mezzi che trasportano persone disabili, alle ambulanze, ma anche ovviamente ai corrieri commerciali e a tutti i mezzi di pubblico interesse.

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Vai in bici? Paga i danni.

Chi va in bici al lavoro e ha un incidente nel traggito casa-lavoro rischia di non vedersi riconosciuto dall’Inail lo status di “infortunio in itinere”. L’incidente rientra nelle casistiche dell’Inal solo se avviene “su piste ciclabili o su strade protette; in caso contrario, quando ci si immette in strade aperte al traffico bisognerà verificare se l’utilizzo era davvero necessario”. Davvero necessario? Sembra una presa in giro, ma è tutto vero, purtroppo. Per porre fine a questa assurda situazione è stata lanciata la campagna “bici in itinerere” che mira a far modificare le norme che di fatto discriminano chi usa la bicicletta. E’ incredibile, invece di incentivare chi usa la bicicletta, facendo un favore all’ambiente e alla viabilità generale, lo si punisce! Gli organizzatori della campagna invitano a sottoscrivere la lettera aperta al presidente del consiglio Monti. Tutte le informazioni QUI

La Cina torna alla bici

Una notizia Ansa che mi piace rilanciare. Ridiamo fiato al buon senso.

(ANSA) – SHANGHAI, 10 FEB – Per combattere l’inquinamento la Cina ritorna alle bici. Secondo lo Shanghai Daily, il governo intende togliere dalle strade i veicoli a motore almeno una volta alla settimana, per migliorare la qualita’ dell’aria e risparmiare energia. In alcune citta’ agli impiegati statali e ai funzionari pubblici sara’ richiesto di andare al lavoro a piedi se il percorso da fare e’ fino a un chilometro e in bici se e’ fino a tre. Se la strada e’ piu’ lunga bisognera’ far ricorso ai mezzi pubblici.

Il libraio, la città e l’automobile

Acquisti in automobile: la salvezza delle librerie.

La chiusura di una libreria è una notizia che mi rattrista in modo particolare. Tra gli esercizi commerciali, la libreria è quello che ha il rapporto più sfumato con il concetto di ‘merce’ e più accentuato quello con ‘cultura’ (intesa in senso ampio). Leggere che la Libreria Carducci, situata nel centro di Udine, chiude i battenti dopo novant’anni di attività, non mi ha lasciato quindi indifferente. In queste occasioni uno si aspetta delle riflessioni ponderate sul perchè un’attività con una tale storia e un’invidiabile localizzazione, al centro di una delle più suggestive piazze udinesi, sia costretta a chiudere.

Magari un ragionamento sui cambiamenti generazionali dei lettori, sulla sfida imprevedibile posta dagli e-book, sulla mole di pubblicazioni in circolazione, sulla concorrenza dei centri commerciali e dei supermercati. Insomma, gli spunti su cui riflettere sono molteplici e tutti interessanti. E invece. Nell’articolo pubblicato dal Messaggero Veneto il titolare della Carducci asciuga in poche battute (tre righe tre nella trascrizione del giornalista) alcuni dei succitati temi per concentrare la sua attenzione sulla limitazione al traffico nel centro cittadino e la mancanza di parcheggi per le automobili che, è il suo ragionamento, terrebbero lontani i clienti. Per chi non conosce la realtà del capoluogo friulano, rammento che da diversi anni è stato avviato un piano per favorire una migliore mobilità cittadina che prevede, oltre alla pedonalizzazione di alcune zone del centro storico, la realizzazione di una rete di piste ciclabili.

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Il calciatore in bicicletta

In un mare di notizie tristi e rattristanti eccone una positiva. Nell’Italia dell’autoflagellazione come rito collettivo, cresce il numero di coloro che usano abitualmente la bicicletta come mezzo di trasporto. La notizia si trova QUI.

Ma si può sempre far di meglio. In tutte le cose c’è bisogno di buoni esempi, e quale miglior esempio ‘popolare’ per indurre più persone a lasciare l’auto da parte e spostarsi in maniera diversa di un calciatore professionista che si reca agli allenamenti e alle partite in bicicletta? E’ la storia (non unica, ma di certo rarissima) di Moritz Volz, oggi difensore del FC St.Pauli, ad Amburgo, Germania, e con un glorioso passato in Inghilterra, avendo militato in club come Arsenal, Fulham e Ipswich Town. In questo video – la qualità non è eccelsa ma accontetatevi – viene intervistato durante la sua permanenza al Fulham. Moritz, un piccolo grande esempio di normalità contagiosa!

La dittatura della velocità

Ho letto con angoscia la notizia di un uomo di 49 anni travolto e ucciso da un furgone mentre faceva un giro in bici con il figlio. L’autista del furgone ha cercato di fuggire, ma è stato bloccato da un automobilista che percorreva la stessa strada. Una storia purtroppo non eccezionale. Andare in bici sulle strade italiane è pericoloso. Il traffico è intenso a tutte le ore, anche nelle zone rurali. Veicoli che corrono, corrono, corrono. Per gli automobilisti chi va in bici è un disturbo della circolazione (non rendendosi conto che molte strade della vecchia Italia non erano state costruite per le auto!).

Il numero di autoveicoli che circolano sulle strade italiane è enorme, ormai fuori controllo. In Italia nel 2009 circolavano più di 35 milioni di auto, e il numero è in costante aumento, grazie ad aiuti governativi, pubblicità ossessive (in nessun altro paese da me conosciuto l’auto ha una così marcata presenza pubblicitaria come in Italia) e una visione distorta del bene ‘automobile’.  Alla fine degli anni novanta le auto immatricolate nella penisola erano 30 milioni e nel 1986 24, undici milioni in meno di oggi! Negli anni sessanta ne circolavano solo 1,9 milioni, meno di quante se ne vendono ora ogni anno. I dati parlano da soli, ma a complicare le cose è il modo in cui le automobili vengono vissute e usate. Si sale in auto per qualsiasi commissione, anche per distanze brevi che si potrebbero coprire tranquillamente con altri mezzi (in primis la bicicletta), risparmiando in benzina, quindi soldi, inquinamento ecc. Ogni individuo adulto deve disporre di un veicolo: è un segno di “indipendenza”, per i più un’imprescindibile necessità. Il problema più grave, a mio parere, è tuttavia la dilagante ossessione per la velocità. Quando mi capita di guidare, e in Friuli mi capita spesso, tengo gli occhi sui cartelli che indicano i limiti di velocità. E’ evidente, sono lì per ornare il paesaggio, nessuno li rispetta.

Alcuni giorni fa mi sono trovato a percorrere una strada stretta, dalle parti di Martignacco (UD). La strada è poco più larga di una carreggiata, da un lato vi sono delle case, dall’altro un piccolo fiume. E’ una strada rurale, molto suggestiva. Tra l’altro è il principio di un sentiero che poco più in là entra nel bosco e quindi potenzialmente utilizzata anche da pedoni e ciclisti. Il limite di velocità è di 50 all’ora, anche se in strade così strette, nelle zone abitate, dovrebbe essere anche minore. Guidavo stando entro i limiti e sono stato superato due volte – con i rischi che il sorpasso in tale strada come si può immaginare comporta – da auto guidate da persone sole, probabilmente del luogo. Che fretta avevano? Dove dovevano andare con tale urgenza, di sabato pomeriggio? Pensionati, donne di mezza età, giovani uomini in maniche corte, ragazze con occhialoni da sole grandi più del viso, tutti hanno fretta, tutti devono arrivare presto in qualche luogo. Perché? Quanti minuti vengono guadagnati attraversando il paese a 80 all’ora (senza dire delle strade provinciali percorse a 110. Chi controlla? Nessuno).

P.S. Nessuna sorpresa per quanto detto sopra, basta guardare gli esempi che arrivano dagli uomini pubblici. Qualche tempo fa Un sessantacinquenne dissennato che siede in parlamento si è vantato pubblicamente di aver toccato i 300 all’ora con la sua fuoriserie.