Camicia patriottica

Il nostro amico L., canadese, l’altro ieri indossava una camicia a quadretti con una combinazione di colori che vagamente rammentava quella della bandiera britannica. Lui ci tiene a sottolineare che il richiamo è molto vago, ma tant’è. ‘Il rosso è più un marrone che un rosso, il blu poi è sul violetto, e c’è anche del giallo, ma magari non si nota. Insomma, è molto distante dai colori della Union Jack’, si è premurato di spiegare. Nulla ha potuto la sua auto-difesa contro l’entusiasmo di una vecchina che, incrociandolo all’ingresso del supermercato, si è complimentato per la sua camicia ‘patriottica’. Ha detto proprio così, ‘camicia patriottica’.  L’amico canadese, che purtuttavia possiede anche la cittadinanza britannica, è rimasto allibito. Mai avrebbe accostato la sua amata camicia ai sentimenti patriottici di un qualunque paese, men che meno all’impero che per lungo ha tenuto sotto scacco mezzo mondo, incluso il suo paese di origine. Forse era il giorno sbagliato per indossarla, visto che cadeva il genetliaco della regina, ma lui non lo sapeva. A chi importa il compleanno della regina? No, purtroppo c’è gente a cui importa. E non è solo folclore, come molti vorrebbero continuare a pensare, magari influenzati dalle voci critiche autoctone, un tempo numerose…in fondo, questo è il paese che ha prodotto il nostro amato punk, o quasi… Tutto il can can su Brexit e il radioso futuro al di fuori dell’Unione Europea fa ottima presa sul popolo di diverse estrazioni che vuole pensarsi importante. Io non possiedo la tv ma quando mi capita di vederla, come mi è successo alcuni giorni fa in un albergo, rabbrividisco all’insularità dei suoi contenuti. Ho passato venti minuti a scandagliare i canali disponibili per avere conferma che sì, tutti i film (o si chiamano fiction?) e i programmi proposti erano prodotti nazionali, con protagonisti bianchissimi e accenti il più delle volte del sud dell’Inghilterra, in barba alla società multietnica e alla ricchezza del multiculturalismo. Ma questa pare essere tendenza diffusa in molto nord Europa, basta guardare quello che accade in Olanda, in Danimarca… Brexit? Mah.

L’Irlanda e gli sport gaelici

Alcune sere fa sono incappato in torme di famiglie di celeste vestite, che percorrevano le vie di Dublino sul far della sera di un lunedì non festivo (niente bank holiday, per intenderci). C’era entusiasmo, palpabile eccitazione, nel loro procedere. I bambini portavano bandiere, anzi bandierine, come si confà alle loro esili corporeità, anch’esse colorate di celeste. Che succede?, mi son chiesto. Gli angeli del firmamento sono scesi in terra per un tour nostalgico, tipo la reunion dei Led Zeppelin? Coi tempi che corrono, di crisi e smarrimento globale, ci potrebbe anche stare. Nulla di tutto ciò, niente ascesi mistiche in massa, almeno per ora. Le magliette e le bandierine inneggiavano alla squadra di football gaelico di Dublino, fresca campione d’Irlanda (di tutta l’isola, perché i campionati di sport gaelici coinvolgono contee sia della Repubblica d’Irlanda che dell’Irlanda del nord). Ero tentato di accodarmi alla folla di tifosi di tutte le età, ma ho soprasseduto, da alcuni anni soffro particolarmente la massa. Il giorno successivo, gli organi di informazione mi hanno comunicato che circa 40mila persone si erano riunite in Merrion Square, forse la piazza più centrale e rappresentativa della città, per celebrare i campioni del Dublin GAA (l’associazione dei giochi gaelici).  Continua a leggere

Africa incontra Irlanda, Manchester United permettendo

Ho visto la finale della Coppa d’Africa nel pub dello stadio dei Bohemians FC, il Dalymount Park. Il Dalymount Park è lo stadio per il calcio più vecchio d’Irlanda, è stato inaugurato nel 1901. Come la squadra che vi gioca, è di proprietà dei membri del club e rispecchia l’identità urbana della zona nord di Dublino, storicamente connotata come ‘working class’. L’invito ad assistere la partita in questo luogo significativo è partito da un gruppo di giovani supporters dei Bohemians, che hanno coinvolto alcune realtà come Integrating Ireland e Sport Against Racism (Sari) con l’intento di attrarre le comunità di origine africana che vivono a Dublino. L’amico Ken di Sari mi ha girato l’invito ed eccomi qua. Sono arrivato presto, l’inizio della partita era prevista per le 4 e alle 3 e un quarto la solida SpartaBike mi aveva già condotto ai piedi dello stadio, dove si trova il pub, incastrato sotto i piloni che sostengono le vetuste gradinate. Il freddo rigido misto all’umido tagliente avevano reso il tragitto in bici un po’ affannoso. Tepore! urlavano le mie membra. Continua a leggere

L’Irlanda d-e-gli U2

La (mia) curiosità può talvolta creare imbarazzo.

Mi sono sempre chiesto cosa pensassero gli irlandesi del fatto che i componenti degli U2 si fossero conosciuti in una scuola protestante. Va tenuto presente che l’istruzione primaria e secondaria è, da sempre in questo paese, monopolizzata dalla chiesa cattolica – in senso pratico, gestionale, non metaforico. Le cose sono lievemente cambiate negli ultimi anni, ma solo lievemente. La Mount Temple Comprehensive School, la scuola di Dublino Nord dove nacque la leggenda pop made in Ireland, è stata la prima scuola a direzione prostestante a venire parificata a Dublino. Dunque, mettiamo in fila alcuni fatti: gli U2 sono da almeno 20 anni l’immagine dell’Irlanda nel mondo; sono un po’ degli eroi nazionali perché partendo da un paese tra i più poveri d’Europa sono riusciti a conquistare il mercato musicale planetario; l’Irlanda è impregnata di clericalismo cattolico nelle sue istituzioni (le sedute del Parlamento si aprono sempre con una preghiera) e nella vita di ogni giorno (ho visto più segni della croce qui in otto mesi che in tutti gli anni che ho conosciuto mia nonna). Cosa se ne deduce? C’è qualcosa di strano nel fatto che dei ragazzi “non conformi” alla massa e all’idea che gli irlandesi vogliono rappresentare di sè da quando hanno uno stato, ne diventino i suoi principali rappresentanti/miti? O meglio, come mai questo aspetto perlomeno singolare della loro storia non viene mai citato o messo in luce?

Ho espresso le mie domande/osservazioni ad A, giovane dottorando irlandese dal piglio sicuro. Era fresco del concerto degli U2 al Croke Park, il grande stadio degli sport gaelici che ospita i concerti più importanti. Dopo avergli chiesto com’era andato il concerto e aver ascoltato i suoi entusiastici commenti, gli ho buttato lì la mia riflessione a buon prezzo. Mi ha guardato come se gli avessi detto che il latte che stava bevendo era scaduto. Non ci aveva mai pensato. Poi ha detto: però anche io ho frequentato una scuola interconfessionale. Sì, 30 anni dopo gli U2 però e in un villaggio al confine con l’Irlanda del Nord. Ok, ma The Edge è gallese. Ok, ma resta il fatto che questi hanno frequentato una scuola dove non si giocano gli sport gaelici (praticamente tutte le scuole promuovono gli sport gaelici). La discussione si è arenata. Forse sono strano io o sono strane le domande che mi pongo. Boh.

 

Il laccio

Alcuni giorni fa io e K., una buon informatore per la mia ricerca, eravamo seduti nel bar dove è solito darmi appuntamento. Questa volta avevo con me il registratore perché volevo raccogliere alcune cose di cui mi aveva fatto cenno al telefono. A un certo punto, verso  la fine della conversazione, K. butta l’occhio sul laccio che portavo al collo con appesa la chiave del lucchetto della bici. E’ uno di quei lacci che ti danno ai convegni o ai festival assieme al pass. Ne ho diversi, ma questo mi è particolarmente comodo. “Alcuni anni fa quel laccio lo avrebbero usato per farti la festa”, mi dice sorridendo e mimando con la mano il gesto del cappio . Rimango basito, guardo il laccio e leggo stampata sopra la scritta “British Council”. Ah. “Ma oggi non c’è problema, sono passati quei tempi”, mi rassicura K. , sempre sorridendo. Prendo la cosa anche io con filosofia, l’umorismo è uno dei terreni di manutenzione delle ‘culture nazionali’ (ogni paese ha le sue cose su cui scherzare) ed è importante intenderlo. K. non è una nazionalista, dice di  venire dal marxismo, è sposato con una donna africana. Ci raggiunge al tavolo un ragazzo, un produttore televisivo che sta realizzando un  documentario sullo sport in Irlanda. K. prende spunto dalla battuta appena espressa e gli chiede: “Non sei originario della contea (dice un nome che mi sfugge), al confine con il Nord?”. “Sì”, risponde il giovane. K. gli indica il mio laccio portachiavi e entrambi sorridono come se gli avessi raccontato una barzelletta. Il nuovo arrivato, sui trent’anni, racconta che il posto in cui è cresciuto si trova alla frontiera con l’Irlanda del Nord. “Se  qualche anno fa  certa gente ti vedeva con un simbolo così  in giro non te la passavi bene.  Ma oggi è tutto cambiato, per fortuna. Non c’è  più alcun problema”. Ho sorriso anche io, questa volta sonoramente, e abbiamo cambiato discorso.

L’episodio mi sarebbe passato di mente, non avessi letto le notizie di oggi provenienti dal Nord Irlanda.