Il senso del lavoro – pt. 2

Continuo questa mia riflessione a mo’ di elzeviro sul senso del lavoro. Ho pensato che quanto scritto nella prima puntata era un richiamo inconscio a qualcosa che avevo pubblicato circa un anno fa sul mio blog. Forse i miei pensieri si rincorrono, ma sta di fatto che il tema era lo stesso, e le (amare) conclusioni, simili. Immagino che alla maggioranza dei lettori della Bottega* quel mio contributo preliminare sia sfuggito (!); in ogni caso, trovo utile riproporlo allacciandolo a quanto abbozzato la scorsa settimana. Ho fatto dei piccoli aggiustamenti editoriali, ma il contenuto è lo stesso. Nel prossimo appuntamento (probabilmente conclusivo) affronterò il tema della precarizzazione del lavoro nell’università e le implicazioni che questo processo ha per il ruolo del docente, educatore, e perché no, mèntore.

Il moderno sfruttamento salariale in chiave tecnologica

Alcuni giorni fa sono saltato sulla sedia leggendo un piccolo articolo di Repubblica.it che trasudava bugia fin dal titolo: “Il lavoro Usa centra le attese: creati 223mila posti ad aprile”. Da espatriato o emigrato che dir si voglia, anche se i termini non sono equivalenti, mi piace tenermi informato su quello che succede nel paese che mi ha cresciuto e aiutato a diventare quello che sono. Spesso, però, leggendo le notizie da una prospettiva rifratta dalla distanza, ne traggo sensazioni discordanti.In questo caso, non ho potuto fare a meno di pensare all’articolista che ha compilato l’articolo e possibilmente scritto anche il titolo. Si è chiesto cosa significa “posto di lavoro” oggi negli USA e in altri paesi di capitalismo rampante come la Gran Bretagna? Si è chiesto il significato di “lavoro” in una società di quel tipo? Che messaggio vuole trasmettere (beh, questo è piuttosto esplicito e Hollywood non potrebbe far di meglio, di questi tempi)?

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Il senso del lavoro

Qualche tempo fa ho visto un film di Elio Petri che, colpevolmente, non avevo visto prima. ‘I giorni contati’, uscito nel 1962, è il secondo film diretto dal regista romano che negli anni si farà un nome con film di impronta politica come ‘La classe operaia va in paradiso’ e quello che è considerato dai più il suo capolavoro, ‘Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto’. ‘I giorni contati’ non è un film di taglio politico, se per politica si vuole intendere la presa di posizione nel dibattito contemporaneo. E’ un film esistenzialista come possono esserlo i primi film di Wim Wenders, dove il protagonista si pone delle domande su stesso, sul senso della sua vita e su quella dei suoi simili.

Al centro del film è la storia di un uomo di mezza età che, da un giorno all’altro, lascia il lavoro di idraulico nella Roma dei primi anni sessanta e cerca di immaginare come è la vita al di fuori dal lavoro. Quante cose mi sono perso? Quante cose si possono fare? E’ un film semplice nella struttura, e nella semplicità risiede la sua forza. Forse toccando un tasto sensibile, in tempi di esistenze disoccupate e precarizzazione pervadente, mi ha fatto riflettere sul senso del lavoro. Tra qualche anno, mi vien da pensare, la maggioranza delle persone che vivono nell’Occidente ossessionato dai tagli alla spesa pubblica e dalla ‘crescita’ si troverà a riflettere che, sì, esisteva un tempo in cui le vite erano definite dal lavoro. Già oggi questo è un privilegio riservato a una minoranza. Molti che un lavoro ce l’hanno non sanno per quanto a lungo potranno avercelo. Altri che godono di maggiore stabilità occupazionale spesso fanno qualcosa che non gli piace, un’occupazione di ripiego.

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L’Italia non è paese per giovani

Un amico mi ha segnalato un articolo uscito su El Pais, lo potete leggere cliccando qui. Il titolo è esplicito: L’Italia non è paese per giovani. Nulla di nuovo, direte voi, il precariato è il pane quotidiano per la stragrande maggioranza delle persone al di sotto dei 35 anni e anche oltre. In Italia lo sanno tutti al punto che si fa fatica anche a parlarne, è un argomento peloso che si preferisce evitare. Certo, escono libri, si fanno dei film, ma poi all’atto pratico la politica e i grandi media parlano d’altro. Tanto ci sono dentro anche loro, fino al collo. Le sezioni online dei grandi quotidiani sono fatte in buona parte con contratti precari. Nell’articolo del giornale spagnolo vengono messe in fila alcune testimonianze di “ex giovani” con curriculum eccellenti costretti a sopravvivere con lavori da fame. Ne esce un ritratto doloroso dell’Italia, che è simile a quello che dipingono i giornali tedeschi, inglesi e statunitensi, quando mandano qualcuno nella Penisola a vedere come vanno le cose.
L’articolo in sé sarebbe interessante ma dispensabile, almeno per il lettore italiano. Però c’è dell’altro. Quello che lo rende molto utile è secondo me il corredo di commenti. Sì, su El Pais online si possono commentare gli articoli. Leggendo i commenti si scoprono altre verità. Molti denunciano che anche in Spagna le cose vanno allo stesso modo, che il sistema è quello ovunque, la tendenza alle precarizzazioni è generale. Scrivono anche dal Messico la stessa cosa. E dalla Francia. Scrivono spagnoli che lavorano all’estero ma anche italiani. E in Germania? Della Germania non si parla, ma è interessante segnalare la prassi del “praticantato”, lavoro del tutto non pagato che può durare anche sei mesi (info in tedesco qui). Tutti lo accettano con la speranza di essere poi assunti, cosa che tuttavia in certe città non di rado accade, va detto. Il sistema si regge, in molti settori, grazie a questo.
Nel computo delle vite precarie va messo il costo della vita, e qui le differenze di paese in paese sono marcate e decisive. Rispetto agli altri stati europei, tuttavia, l’Italia ha un problema specifico, che viene evidenziato lucidamente in un articolo scritto da Stefanno Laffi in uno degli ultimi numeri di Lo Straniero (lo trovate qui, purtroppo non c’è collegamento diretto, andate nell’archivio al nr. 92 di febbraio 2008). E’ un problema meno immediato, se vogliamo, non si tratta di contratti, di affitti, di nuova esclusione sociale, ma di un “male” generale che avvolge il paese: il suo rapporto con i giovani. Che valori trasmette ai giovani la società? Recensendo un libro di un noto filosofo da comodino dedicato a “il nichilismo e i giovani”, Laffi commenta (cito un passo):
“Il problema non è il vuoto nei giovani ma il deserto creato dagli adulti. Non è il non credere a qualcosa o qualcuno ma l’assistere alla distruzione sistematica di ciò in cui poter credere. Quale tensione morale si può sviluppare se le istituzione stesse – ovvero le tipiche creature degli adulti – sono tutte intaccate dal problema della corruzione, siano esse il mercato, la chiesa, la politica, la forza dell’ordine, la scienza…?. Quale sobrietà nei consumi e nei costumi, quale richiamo alla maturità puoi far tuoi se vedi sempre più adulti che si comportano da ragazzini, se il successo stesso sembra proporzionale agli anni in meno che dimostri di avere? Quale passione per la progettualità individuale puoi sviluppare se vivi in un sistema che intuisci sempre legato alla raccomandazione?”. Più di chiaro di così…

In tempi di precariato e fanta-flessibilità

 

Su nazioneindiana.com ho trovato un illuminante articolo scritto da Sergio Bologna. E’ un contributo utilissimo per capire cosa sta succedendo nel mondo del lavoro, non solo in Italia ma in tutti i paesi occidentali. Non mi ha convinto la sua concettualizzazione di classe nell’epoca post-fordista (difficile “unire” un universo così multiforme come quello dei lavoratori precari, poco credibile la “web class”) ma il resto è ottimo cibo per la mente. L’articolo è stato pubblicato orginariamente su di un altro blog ma cito questo perché ci sono degli interessanti commenti. Cliccate qui