La macelleria Morrissey ha chiuso

La macelleria Morrissey ha chiuso. Ogni volta che ci passavo davanti non potevo fare a meno di pensare agli elmetti sulla copertina di uno dei dischi più amati della mia adolescenza e a quella scritta stampigliataci sopra: Meat is Murder. Chissà che effetto avrebbe fatto al Morrissey più famoso del globo vedere una macelleria a lui intitolata. Ma forse il macellaio Morrissey non era altro che un lontano parente dei genitori del Moz, immigrati irlandesi dalle parti di Manchester. Ora la saracinesca è abbassata, l’insegna è stata rimossa, e non c’è più ragione per porsi domande fantasiose.

In Camden street ci sono altre due macellerie tradizionali e a dire il vero ero convinto che la Morrissey fosse quella destinata a durare più a lungo. Pur non frequentandole – a casa non mangiamo carne – le osservavo da fuori, passando in bicicletta oppure a piedi, incuriosito dalle loro vetrine a tinte rosso vermiglio, un po’ disordinate ma generose. Simili per dimensione, una stanza o poco più, simili i conduttori, uomini sulla sessantina con camice rosso-bianco e cappellino leggero (è carta?). La macelleria Morrissey aveva la vetrina foderata di cartelli e cartellini colorati scritti a mano, a segnalare le offerte della giornata. Mi pareva di vedere sempre un certo via via di gente, ma forse mi sbagliavo, forse erano solo amici di passaggio che entravano a salutare il titolare. Con la recessione la città è stata sommersa da cartelloni pubblicitari che annunciano prezzi al ribasso sui prodotti di largo consumo. Supermercati e fast food sono i primi committenti di questi annunci e la carne è uno dei beni più battuti. Carne offerta a prezzi di svendita. Un hamburger costa meno di un biglietto dell’autobus. Non c’è da stupirsi che le piccole macellerie tradizionali chiudano. Non che mi dispiaccia, la cosa mi lascia indifferente, ma è pur vero che le macellerie tradizionali di Camden street avevano colpito la mia attenzione fin dal primo momento.

Trovandomi da spettatore nell’Irlanda in rapido transito dall’effimero boom alla chiacchierata crisi, e serbando memoria della fase precedente, quella dell’isola ai margini dello sviluppo economico europeo conosciuta nella prima metà degli anni novanta, le macellerie mi apparivano segni di un passato ingenuo. Resistenti ai vortici dell’euforia consumistica, circondate da pub, club e negozi di integratori e vitamine, rappresenta(va)no un mondo da cartolina. Almeno in questa singola strada del centro cittadino. Morrissey ha tenuto duro per tutti questi anni, mentre le catene di supermercati prendevano piede (Lidl festeggia i dieci anni di presenza in Irlanda) e le abitudini cambiavano. I soldi giravano e sembravano essercene per tutti. Ora non più.

 

Le avventure di Sparta – Biciclette abbandonate

Succede uno strano fenomeno nella Dublino della recessione. Biciclette vengono abbandonate. Intendiamoci, le vittime di questo singolare fenomeno sono biciclette di un certo tipo, che probabilmente non interessano gli indefessi ladri di città. L’identikit della bici poco appetibile è presto fatto: bici da uomo, nera, incidentata o mancante di pezzi, possibilmente d’importazione da paese non anglosassone. Rispondeva a questi requisiti la Sparta che circa un anno e mezzo fa io e Bibi raccogliemmo sul marciapiede, dopo averla vista abbandonata in stati pietosi per alcuni mesi. Oggi, dopo un caritatevole intervento riparatorio, Sparta è il mio mezzo di locomozione cittadino. Alcuni giorni fa il fenomeno si è ripetuto. Questa volta la vittima di abbandono è una bicicletta indiana, Atlas. E’ una bici da uomo con un robusto portapacchi largo che potrebbe accogliere un cuscino e diventare mezzo di trasporto pubblico, come si vede fare in molti paesi africani e asiatici. Ha una doppia canna, soluzione a me inspiegabile ma sicuramente giustificata. Atlas è in condizioni ancora peggiori di Sparta, al punto che potrebbe apparire una bici d’epoca. La ruggine ha corroso quasi tutto, coprendo anche il portapacchi e le parti cromate del manubrio. Una visione tristissima. A complicare il suo stato c’è anche la mancanza della ruota anteriore. Una serata di pioggia l’abbiamo trascinata fino a casa, offrendole alloggio accanto a Sparta. Continua a leggere

Il corpo e la recessione

Nella via che percorro regolaramente per raggiungere il centro cittadino ho notato, negli ultimi due-tre mesi, dei cambiamenti palpabili. Alcuni negozi hanno chiuso. Tre, per la precisione. Un negozio di oggettistica varia gestito da cinesi, una cartoleria piuttosto fornita gestita da un irlandese, e un negozio di telefonia gestito da un mediorientale. E’ la recessione, vien da dire. E’ vero. L’Irlanda è scossa dai licenziamenti e non si parla altro che della crisi e di come affrontarla. C’è uno slancio emotivo che a chi viene dall’Italia, abituato in qualche modo a sbalzi economici e ricorrenti  crisi sociali, pare eccessivo. Alcuni giorni fa alla radio ho sentito pubblicizzare una “guida alla recessione”, in allegato gratuitamente ad uno dei più diffusi quotidiani. C’è, nei partecipati talk show radiofonici, chi chiama in causa il New Deal, ciò che seguì il collasso del ’29, e tutti sollecitano misure eccezionali da parte del governo. D’altra parte, il fatto che il maggior datore di lavoro del paese, la statunitense Dell, abbia comunicato il licenziamento di 1.900 dei suo 4.300 dipendenti nell’isola  (verranno ricollocati in Polonia) non è un segnale da poco. Però. Però ci sono delle cose che non capisco.

Uno dei negozi chiusi di recente a Camden street (quello dei cinesi) è stato rilevato e riaperto in tempi brevissimi. Il nuovo esercente è specializzato in vitamine, integratori, alimenti dietetici. Vende solo di questi prodotti. Suonerà bizzarro e improbabile, ma lo stesso identico tipo di attività è stato aperto ex novo nemmeno duecento metri più a sud, in un altro vano lasciato vuoto di recente. Mi sono fermato a guardare cosa c’è sugli scaffali, per cercare di capire. La persona dietro alla cassa è un tipo tozzo, col petto gonfio come un gallo sovraeccitato. Dietro e attorno a lui grandi contenitori di pillole e polveri misteriose dai colori più diversi.

Forse che in tempi difficili come quelli in cui viviamo c’è bisogno di forza, vigore fisico, e la massa (maschile?), in mancanza d’altro, si accontenta delle apparenze? O forse che in un mondo brutalizzato dalla comunicazione apparente, dall’eccesso mediatico  cortocircuitante, il corpo esprime solo quello che riusciamo a costruirgli addosso (con la chirurgia, le creme, le pillole) senza più alcun rapporto con quello che era? Un mondo di involucri barcollanti. Sagome sfatte pronte alla decapitazione. Tanatocosmesi su corpi (apparentemente) ancora vivi.