Coming Soon – The Balotelli Generation

 

NERILIFE-595x397

E’ in arrivo il mio primo libro a distanza di sette anni da ‘La bici sopra Berlino’. E anche il mio settimo libro, se si esclude il racconto online per il progetto Estrangeiros (vedi About). Sette è un numero curioso, viva il sette. Il titolo del libro è ‘The Balotelli Generation. Issues of Inclusion and Belonging in Italian Football and Society’ (Generazione Balotelli. Inclusione  e senso di appartenenza nel calcio e nella società italiani). E’ il risultato di una ricerca che ho condotto in Italia tra il 2014 e il 2016 con giovani di origine immigrata che giocano a calcio. E’ un lavoro che cerca la contaminazione tra scienze sociali e indagine giornalistica ed è, in qualche modo, il sunto di dieci anni di impegno e studio cominciati con la pubblicazione de ‘La mia casa è dove sono felice’. Esce per l’editore Peter Lang, maggiori dettagli sono disponibili QUI. Non ha ancora una copertina, quindi ho messo una foto che mi piace. Se ci sono editori italiani interessati a farne un’edizione contattatemi!

Giornalismo sportivo…l’ardua sfida della contemporaneità!

Mai come oggi il giornalista sportivo deve confrontarsi con temi apparentemente extra-sportivi. Dalle complesse implicazioni etico-legali del diffuso fenomeno del doping, ai continui scandali delle scommesse, la corruzione del sistema (vedi l’assegnazione della Coppa del mondo di calcio maschile al Qatar), il razzismo fuori e dentro gli stadi. Le occasioni per far notare quanto capiscono della realtà che si cela oltre il flebile confine del loro piccolo grande mondo sono innumerevoli. Eppure pochi fanno lo sforzo di documentarsi, di informarsi, oltre le classifiche, le storie dei record, delle “imprese” sportive (che poi molti professionisti conoscono poco anche quelle).  Il giornalista sportivo vive per definizione in un mondo parallelo.

Purtroppo per lui o lei, il ruolo che lo sport ha assunto nell’immaginario collettivo e nei sistemi economici non ammette più, se mai ha ammesso, di queste visioni fantasmatiche. Oggi è proprio il giornalista/commentatore sportivo a trovarsi in prima fila, sul punto del palco più visibile, quando questioni storiche e politiche sensibili vengono “spese”, gettate e masticate, nella comunicazione di massa. Prendiamo per esempio  la questione della nazionalità, del senso di appartenenza nazionale e dei diritti di cittadinanza, dei giovani di origine immigrata. Lo sport, e in particolare il calcio, offrono continui spunti di riflessione, a chi li voglia cogliere. Le nazionali di molti paesi europei sono l’espressione più marcata delle diversità razziali e culturali che animano le società. Per parlare di questo, anche solo per intervistare un calciatore o commentare una partita, il giornalista dovrebbe sforzarsi di capire cosa succede nella società. Per esempio, come si diventa cittadini italiani?

Continua a leggere

La Svizzera campione, ma che confusione!

Questa notiziola mi era sfuggita, ma trovandola oltremodo interessante la recupero. Seguire le news troppo da vicino mi da’ il mal di testa, preferisco lasciare che le notizie sedimentino il loro precario significato; se qualcosa da dire l’hanno l’avranno anche dopo dei mesi, o no? Ok, questa è più un impegno che una reale pratica quotidiana ma ripetermelo mi fa sentire più intelligente. Ecco la notizia: lo scorso mese di novembre, in Nigeria, la Svizzera ha vinto il titolo mondiale U17 di calcio (maschile) battendo in finale i padroni di casa. La notizia che mi preme non è tanto questa ma il fatto che la formazione svizzera schierava giocatori di 12 origini diverse, ragazzi nati in Svizzera da genitori emigrati da paesi come Albania, ex-Yugoslavia, Cile, Tunisia, Italia, Ghana. Date le rinomate resistenze del paese dei cantoni nel rilasciare titoli di cittadinanza agli immigrati vien da credere che l’ambizione di successi calcistici abbia semplificato le procedure, almeno per i talentuosi giovani sportivi. La vittoria svizzera è resa ancora più significativa dal fatto che era la prima volta che la Svizzera partecipava a questa competizione. Se, come credo, lo sport e in particolare il calcio, sia oggi il principale luogo di (ri)elaborazione delle “identità nazionali” in un contesto di mobilità e migrazioni, il caso svizzero offre molti spunti di riflessione.

Tuttavia, proprio gli svizzeri non sembrano avere chiaro il significato dell’evento di cui sopra. Nelle pagine in inglese del sito dell’agenzia di informazione pubblica Swissinfo.ch si celebra la vittoria come una “Storia di successo multiculturale”. Peccato che la notizia venga riportata a questo modo (traduco): “La nazionale svizzera U17 deve il suo successo in Nigeria a giocatori di 12 paesi di tre continenti diversi e a un qualificato programma di formazione giovanile per i talenti svizzeri”. Nella pagina in italiano la notizia suona piuttosto diversa (sgrammaticature a parte), il titolo è “I volti di una nazionale multiculturale” e il testo il seguente: “La nazionale svizzera di calcio under 17 ha creato la sorpresa ai mondiali disputatisi in Nigeria, raggiungendo la finale. La forza di questa squadra risiede anche nella sua composizione: i giocatori sono infatti originari di ben 13 paesi diversi. Una diversità che rispecchia la Svizzera del giorno d’oggi”. La versione tedesca racconta un’altra storia ancora, avendo come titolo (sic) “U17 doppi cittadini”: “Il segreto del successo risiede in 12 paesi di tre continenti e in una formazione giovanile di prima classe”. Un po’ di chiarezza nelle traduzioni ma soprattutto nell’idea di “multiculturalismo” sarebbe opportuna.

 

 

Calcio e razzismo in Italia

L’Italia e il problema del razzismo nel calcio, questo è il titolo di un servizio realizzato negli scorsi giorni dal servizio radiofonico di BBC World. Partendo dal caso Balotelli, l’inviata compie un breve ma denso itinerario tra alcune storie che segnano lo sport più popolare della penisola. Dopo aver sentito la sorella acquisita di Mario Balotelli, Cristina, che sottolinea quanto sia difficile per un ragazzo della sua età reggere la tensione dei cori razzisti negli stadi, viene segnalata la storia positiva del Nuova Casteltodino, una squadra di calcio dilettantistica che recentemente si è ritirata durante una partita per reagire agli insulti razzisti rivolti a un suo calciatore nero. Tra le altre cose, viene sollevata la bassa sensibilità delle grandi squadre rispetto al problema, solo tre club di serie A hanno avviato un programma contro il razzismo. Nell’insieme il servizio offre un quadro equilibrato, ne esce una realtà difficile ma con spazi di apertura e iniziative positive. E mi pare apprezzabile che diversi intervistati si siano espressi fluidamente in inglese, dimostrando come il paese reale sia più avanti dei beoti che lo governano. Ah, contattati per un’intervista, quelli della Federazione Italiana Giuoco Calcio non sono riusciti a trovare nessuno che rispondesse alle domande della giornalista. Le hanno mandato degli opuscoli e delle informazioni scritte. Complimenti. Il servizio (mi scuso per chi non è agile in inglese) si può ascoltare QUI.

p.s. non ho capito di cosa si occupa questo blog, e soprattutto dove punta lo sguardo. Si passa da notizie di quotidianità irlandese al razzismo nello sport a varie latitudini, dall’uso della bicicletta in città a vecchi gruppi punk. L’autore è un po’ schizofrenico. O semplicemente inquieto.

Casa è dove ricarichi il telefono

Cranbassil street è una via mediamente lunga e mediamente trafficata che sta poco lontano da qui (dal posto dove sto scrivendo queste righe). Nei primi anni del ‘900 era conosciuta come la “Piccola Gerusalemme” perché era il centro della comunità ebraica di Dublino, creatasi in seguito all’arrivo di alcune famiglie di ebrei lituani in fuga dai pogrom, negli anni ’70 dell’800. Oggi Cranbassil street ospita un buon numero di esercizi commerciali “etnici”: alimentari halal, fast food cinesi, alimentari pakistani, phone center. Ci sono pure due moschee, nella zona. La comunità ebraica nel frattempo si è praticamente estinta e a serbarne memoria c’è solo un piccolo e bizzarro museo. Qualcuno si è chiesto qual è il senso di appartenenza di chi vive in questa via, possibile topos dei cambiamenti che attraversano e hanno attraversato la città. Ha pensato, anzi, di chiederlo ai bambini e rendere quindi pubbliche le loro risposte trascrivendole sui marciapiedi. E’ nato così The Home Project, Il progetto casa, un percorso educativo e un’installazione artistica. Le frasi dei bambini sono, come spesso accade, sorprendenti. Ne è un esempio quella che dà il titolo al post che state leggendo. Ovviamente, non potevano essere ignorate da un cortile digitale come questo.

Secondi a nessuno

Avevo questa notizia parcheggiata nelle bozze da un po’. Anche se in ritardo la divulgo perché mi pare interessante: apre una finestrella sulla società italiana – il mondo giovanile, in particolare – quale è ma non appare o non la si vuole far vedere. La riporto così come l’ho ricevuta:

‘Dal 16/06 in edicola “Secondi a nessuno” a cura della Rete G2 su Topgirl Storie, pensieri, emozioni dell’Italia che cambia raccontati dai figli dell’immigrazione. Da oggi nelle edicole di tutta Italia troverete una novità targata Rete G2 in collaborazione con il mensile giovanile Topgirl (editore Gruner und Jahr/Mondadori). E’ “Secondi a nessuno”: pagina interamente curata dalla rete nazionale di figli di immigrati dove le seconde generazioni si raccontano in prima persona, dalla Babele linguistica delle loro case alle avventure tipiche degli “italiani col permesso di soggiorno”, dai dilemmi identitari alle difficoltà di vivere senza pieni diritti nel Paese in cui si è cresciuti. Storie, pensieri, emozioni e curiosità di un’Italia che cambia dalle scuole alle università, dai luoghi di aggregazione ai posti di lavoro. Giovani che non vogliono essere considerati degli estranei o cittadini di serie B nel loro stesso mondo, la società italiana: appunto “secondi a nessuno”. La Rete G2 terrà compagnia alle lettrici e lettori di Topgirl per tutta l’estate fino a settembre, mese di riapertura delle scuole. Quindi se sei figlia/o di immigrati, hai dai 16 ai 23 anni, e vuoi raccontare direttamente un episodio significativo della tua vita o parlare del tuo stile speciale, modaiolo e non, in fatto di gusti, tempo libero e altro scrivi a: g2@secondegenerazioni.it Info: www.secondegenerazioni.it.’

Mario Balotelli è un calciatore italiano

Circa un anno fa avevo pubblicato un post dedicato a un giovane calciatore a quel tempo a me sconosciuto, Mario Balotelli. Da allora un discreto numero di persone è capitato in questo blog cercando informazioni su di lui. I più hanno inserito su google o altri motori di ricerca queste domande: “Balotelli è italiano?”, “Balotelli non è italiano?”, “Balotelli italiano”. La questione, insomma, è tutta qui: può un calciatore nero essere italiano? Il suo caso crea distonia nelle menti di molti tifosi di calcio, abituati a messaggi semplici e ripetitivi come i cori che si urlano negli stadi. Il fatto che questo ragazzo abbia un talento fuori dal comune, un carattere orgoglioso e giochi per una squadra importante fa il resto. Scatta l’insulto razzista. “Negro di merda” gli hanno urlato domenica scorsa a Torino i tifosi della Juventus. Testimoni affermano che si trattava di varie migliaia di persone, non di piccoli gruppi di facinorosi. Leggendo i commenti successivi al fatto c’è da rimanere basiti. Anche chi ne ha denunciato la gravità, non ha potuto fare a meno di sottolineare il difetto del ragazzo: il suo carattere. “Ha atteggiamenti da bullo, non rispetta nessuno (cosa che piace a Mourinho, ma dovrebbe preoccuparlo), deve imparare a muoversi da professionista e a non sprecare il suo talento. Siamo in tanti a sperare che chi gli è più vicino (la famiglia, qualche compagno di squadra anziano) gli faccia capire cose giuste, atteggiamenti più sereni”. Così ha scritto Gianni Mura su Repubblica.

Mi chiedo: Mura si è chiesto cosa può vuol dire essere nero – e italiano – in un paese dove due uomini, padre e figlio, uccidono a bastonate un ragazzo nero urlandogli cose irripetibili legate al colore della sua pelle e non viene loro nemmeno riconosciuto il movente razzista? E’ possibile che un giovane poco più che adolescente rimanga insensibile a quanto succede attorno a lui? Nelle interviste Balotelli appare un ragazzo molto più maturo della maggioranza dei suo coetanei. Tutto sembra meno che un bullo. Invece di dare giudizi chiamando in causa la famiglia, che suona oltremodo offensivo sia per Balotelli sia per i suoi famigliari, forse i commentatori potrebbero interrogarsi sul problema razzismo. Il calcio non è che un grande teatro pubblico che mette in evidenza gli umori della società. E’ un evento sociale, prima che sportivo. Gli atteggiamenti da “bullo” vengono sanzionati dall’arbitro se sconfinano nel fallo o nell’irregolarità di gioco, ma chi sanziona coloro che urlano insulti razzisti all’indirizzo dei giocatori?  Nessuno. E’ una colpa di tutti, quindi di nessuno.

Recentemente, nella Premier League (dove il problema esiste da tempo e sono stati presi dei provvedimenti), undici tifosi del Tottenham sono stati portati in tribunale e condannati per aver insultato Sol Campbell, giocatore nero del Portsmouth. La polizia li ha identificati grazie alle telecamere e ne ha diffuso le foto su internet per definirne le identità. Alcuni commentatori hanno messo in luce che i tifosi ce l’avevano con lui non per il colore della pelle, ma per il fatto che in passato aveva lasciato il Tottenham per passare all’Arsenal, club rivale della capitale. E’ un po’ quello che pensa anche l’ingiudicabile ct della nazionale italiana, Marcello Lippi. Rispetto al caso Balotelli ha detto:  “Non credo che ci sia una volontà razzista da parte di chi fa quei cori, ma piuttosto una volontà di offendere qualcuno per vari motivi che si vengono a creare nel contesto della partita”. Meno male che i giudici inglesi hanno più chiaro di Lippi (e Mura) il significato dell’insulto razzista.

 

Cosa fare a Natale (se non si va in chiesa)

Ho chiesto ad alcune persone di diversa origine come trascorrono il Natale. S., un collega sikh che porta sempre il turbante (segno di un’identità piuttosto robusta), mi ha detto che questa data non ha alcun senso nella sua religione, ma visto che è un evento  così pervadente nel mondo occidentale lui e gli altri membri della comunità sikh di Dublino il 25 dicembre si riuniranno al tempio e discuteranno delle diversità religiose. Il Natale è pressante soprattutto per i bambini, che al di là delle idee e scelte dei genitori sono bombardati dall’immaginario made by coca cola (babbo natale biancorosso, albero, neve, renne ecc) e chiedono una sola cosa: regali! Anche i bimbi sikh, in un modo o nell’altro, mi dice S., hanno di questi pensieri.

I., una ragazza giapano-brasiliana, discendente di quella singolare esperienza di emigrazione giapponese in Brasile della prima metà del ‘900, mi ha raccontato che il Natale non è una cosa sentita nella sua famiglia, nessuno va in chiesa quel giorno, però la giornata è diventata un’occasione per ritrovarsi con gli amici più vicini, per lei con i compagni di università.

H., un ragazzo originario dello Zimbabwe, trasferitosi con la famiglia in Irlanda sei anni fa, mi ha segnalato il modo più simpatico per trascorrere la giornata festiva del 25. Una partita a calcio con gli amici! In realtà, molti rifugiati e immigrati – soprattutto africani – si troveranno in un parco cittadino e la partita sarà il momento clou della giornata. Il bello è che H. mi ha invitato alla ‘festa’. “Che numero di piedi hai?”, mi ha chiesto. “Ti procuriamo un paio di scarpe da calcio”, ha aggiunto. Sembrava una battuta, ma le scarpe le ha trovate veramente, me lo ha confermato con un sms poco fa. Bus e treni il 25 dicembre non girano, tutto è fermo in questo paese soprendente (non aggiungo altro), ma H. ha trovato una soluzione: passerà a predermi in auto con un amico.