Il moderno sfruttamento salariale in chiave tecnologica

Alcuni giorni fa sono saltato sulla sedia leggendo un piccolo articolo di Repubblica.it che trasudava bugia fin dal titolo: ‘Il lavoro Usa centra le attese: creati 223mila posti ad aprile’. Da espatriato o emigrato che dir si voglia, anche se i termini non sono equivalenti, mi piace tenermi informato su quello che succede nel paese che mi ha cresciuto e aiutato a diventare quello che sono. Spesso, però, leggendo le notizie da una prospettiva rifratta dalla distanza, ne traggo sensazioni discordanti.In questo caso, non ho potuto fare a meno di pensare all’articolista che ha compilato l’articolo e possibilmente scritto anche il titolo. Si è chiesto cosa significa “posto di lavoro” oggi negli USA e in altri paesi di capitalismo rampante come la Gran Bretagna? Si è chiesto il significato di ‘lavoro’ in una società di quel tipo? Che messaggio vuole trasmettere (beh, questo è piuttosto esplicito e Hollywood non potrebbe far di meglio, di questi tempi)?

Se si fosse posto queste domande forse non avrebbe scritto quel titolo e avrebbe mantenuto un tono più cauto scrivendolo. Qualcuno dirà: è Repubblica, mica il Manifesto. Io risponderei: hai ragione, ma le notizie sono notizie e una delle regole basi del giornalismo è cercare di capirle e spiegarle, poi possono cambiare le prospettive, il taglio ecc. Questo articolo non solo non spiega nulla, ma crea più confusione di quella che la notizia stessa, diffusa dal Dipartimento di Stato USA, ambisce a creare. Continua a leggere

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La legge è uguale per tutti (qualche volta anche per l’amico americano)

Un soldato statunitense in servizio in una delle basi USA in Corea del Sud è stato condannato – da un tribunale coreano – a dieci anni di prigione per aver violentato una donna. La notizia è singolare perché di prassi i soldati USA presenti in tanti, troppi, paesi del mondo, non sono soggetti alle leggi di quei paesi. L’esempio più enorme è la strage del Cermis, dove 20 persone persero la vita per colpa di un pilota statunitense, di stanza alla base di Aviano, che giocando a chi volava più basso coi suoi amici tranciò i cavi della funivia. La giustizia italiana non potè processare i membri dell’equipaggio dell’areo, che vennero invece giudicati da un tribunale militare a casa loro. La corte assolse il pilota e il suo navigatore, gli unici imputati. Vennero successivamente rimossi dal servizio per aver distrutto un nastro registrato durante il volo.

Da come la notizia viene riportata dalla BBC, si capisce che gli USA hanno giurisdizione esclusiva sui loro soldati anche in Corea del Sud, ma (traduco) “negli ultimi anni hanno onorato ogni richiesta delle autorità sud-coreane di giudicare personale americano imputato di gravi crimini”. O la strage del Cermis non è un reato grave oppure c’è qualcosa che non quadra in questa situazione. Forse, ma dico forse, qualcosa è cambiato nella politica USA di gestione delle basi all’estero. Sarebbe un elemento a favore di quell’uomo tenue e disorientato che porta il nome di Barak Obama. Tuttavia, giudicando da come si è comportato fino ad oggi, vedi interventi armati in Libia e altri paesi, sostegno dei golpisti in Honduras, mantenimento dell’embargo su Cuba, le ragioni sono probabilmente altre. Da Wikipedia vengo informato (le fonti linkate sono in giapponese) che tra il 1952 e il 2004 i soldati Usa di stanza in Giappone sono stati protagonisti di circa 200.000 incidenti e reati che hanno provocato la morte di 1,076 civili giapponesi. La presenza Usa in quella parte del mondo (la Corea è dirimpettaia del Giappone) è stata spesso oggetto di critiche per i danni causati alle persone e alle cose. Forse, quindi, il caso riportato è più una risposta al clima generale che un cambio di atteggiamento.

Osama, Obama, O mama!

Ci deve essere uno speciale trattamento che viene operato sui presidenti degli Stati Uniti d’America nel momento in cui assumono questo incarico. È una specie di lifting mentale che entra in funzione un po’ alla volta, e raggiunge completa maturazione verso metà mandato, quando la poltrona comincia a surriscaldarsi e si devono cercare delle buone ragioni per vendere la propria rielezione. Nel caso di Barak Obama, il lifting mentale dell’idiozia trova esemplare espressione nella notizia (vera? falsa? chi lo sa) dell’uccisione di Osama Bin Laden. A parte il fatto che tutta l’operazione – così come ci viene spiegata – è stata orgogliosamente portata a termine sul territorio di un’altro stato senza coinvolgere o informare le autorità locali; a parte il fatto che le immagini fatte circolare del viso tumefatto della vittima sono semplicemente una pacchiana operazione di Photoshop; a parte il fatto che gli ultimi 15 anni di interventi armati e uccisioni in giro per il mondo non hanno fatto altro che rendere ancora più tese e complicate le relazioni internazionali; a parte il fatto che dopo aver aspettato dieci anni a catturarlo potevano almeno predenderlo vivo; a parte queste e altre cento ragioni, mi chiedo cosa ci sia da festeggiare per la morte di un tipo che da vari anni non faceva più parlare di sé ed era dimenticato dai più.

Il nonno irlandese di Obama

C’era da aspettarselo. Dopo JFK, Morrissey, Paul McCartney e Muhammed Alì, anche Obama rende omaggio ai suoi antenati irlandesi. In occasione della sua visita ufficiale nell’isola annuvolata, prevista a maggio, il presidente degli Stati Uniti farà visita al villaggio di Moneygall, trecento anime e due pub, da cui pare certo sia partito il bis-bis nonno di sua madre. La notizia ha ovviamente messo in fibrillazione molti e aiuterà a distrarre il pubblico un po’ ansioso dall’annunciata visita della Regina di Inghilterra, la prima dall’indipendenza irlandese, prevista anch’essa nel mese di maggio. E’ possibile che dopo le recenti bombe nel Nord Irlanda la regina decida di rimanere a Londra, ma non è detto, tutto è possibile. Io comunque non mancherò i due appuntamenti. Solleveranno un po’ di polvere sulla noia palpitante di questa città.

E’ un bel parlare – fare ricerca al giorno d’oggi

Non me l’aspettavo di tornare a New York dopo appena un mese. Invece eccomi invitato alla conferenza Critical Themes in Media Studies. La New School University è stata la casa di molti esuli ebrei tedeschi negli anni del nazismo, tra cui Hanna Arendt ed Erich Fromm, e da allora si è costruita la fama di centro di sperimentazione nelle scienze sociali e nella didattica. Affascinante, cosa altro potrei dire? Ho scoperto che i discorsi da una parte dell’oceano si somigliano, ma hanno nomi diversi. Per esempio, negli Usa va di moda parlare di ‘ricerca multimodale’, che in soldoni significa contaminare i campi di ricerca, muoversi attraverso discipline diverse – antropologia, media studies, cultural studies, visual studies, arte – per cercare di capire e soprattutto rappresentare in maniera adeguata ai tempi i fenomeni sociali. Da questa parte dell’oceano, sprattutto in Gran Bretagna, si discute di ‘practice-based research’, ricerca fondata sulla pratica mi pare una traduzione possibile. Gli obiettivi sono gli stessi, gli interessi anche, cambiano le definizioni. Il problema è che a parlarne e a sollecitare la interdisciplinarietà sono di solito i professoroni, quelli che hanno una posizione professionale solida, mentre a cercare di ‘praticare’ nuovi percorsi sono pochi outsider che rischiano alla fine di trovarsi con un pugno di mosche in mano, perché non fanno parte di parrocchie o famiglie riconosciute. In che casella si mettono gli ‘inter-disciplinari’ se le uniche caselle esistenti sono quelle ‘disciplinari’?

Va bene, dice il mio altro me, hai ragione, ma lo sapevi da prima in che ginepraio andavi a cacciarti quando hai deciso di misurare il tuo desiderio di capire con quello che fanno gli studiosi di mestiere. Non puoi lamentarti. In fondo sei uno scrittore, hai fatto a lungo il giornalista, non sei nato come ricercatore sociale, o no? Ognuno ha le sue carriere, così va il mondo, almeno quello di oggi. – Bravo, sei così saggio e giudiziosio che non riesco a capire come tu possa condividere la stessa mia testa. Se tutti la pensassero come te il mondo sarebbe un posto ben noioso, e anche poco vitale. Le cose non sono mai a due colori, come vorresti credere tu. Lasciatelo dire, la tua è un illusione grossolana. Mi tengo la mia curiosità, la mia passione per l’umana impermanenza, tu tieniti le tue certezze. Faremo i conti alla fine.

La gomma del ponte

Quando ero bambino le stecchette di gomma da masticare Brooklyn erano onnipresenti. Nei bar, nei negozi, alla tv: le confezioni in vari gusti della “gomma del ponte” non ti lasciavano mai. Erano piacevoli da masticare ma il piacere durava poco e poi arrivava l’oblio, o meglio il rifiuto. Divenute insapore, le gomme venivano gettate dove capitava e lì rimanevano, ad imperitura memoria della loro breve ma intesa vita. Erano tra i rifiuti più fastidiosi che si potessero pensare: si attaccavano ai marciapiedi, ai bordi dei banchi di scuola, alle sedie, e da lì non si muovevano più, solide come sassi. A un certo punto della mia vita le gomme da masticare sono scomparse. Non ero tanto io ad aver smesso di consumarle ma proprio l’intero umano paese ad aver perso attrazione per loro. Erano state soppiantate da un universo di mentine, mini gommine gelatinose, caramelle balsamiche e altre piccole amenità da infilare in bocca. La storia singolare delle gomme da masticare mi è tornata in mente entrando per la prima volta nella metropolitana di New York. La metropolitana non è in buone condizioni, tutt’altro. Forse Bill Gates potrebbe intervenire, si dice che con la sua fondazione abbia già devoluto 30 miliardi di dollari soprattutto in progetti educativi (spesso collegati alla diffusione dell’informatica e del computer…), ma qualche soldino per la metropolitana della città più importante degli Usa potrebbe trovarlo. Gli enti pubblici sembrano lontani dall’occuparsene.

Più che dalle pareti dei binari, scrostate e annerite, più che dagli scalini per raggiungerli, stretti e ripidi, e dalla quasi sistematica assenza di ascensori e scale mobili,  il mio occhio è stato attratto dalla pavimentazione. I pavimenti delle stazioni della metropolitana di New York sono coperti da macchie nere, dure e scolpite come fossero dei piccoli blocchi di colla. Sono gomme da masticare – cosa altro possono essere? Vecchie gomme da masticare abbandonate in un passato indefinito. Il fatto che in alcune stazioni di più recente fattura le macchie scure sul pavimento siano più rare e meno visibili, mi ha indotto a pensare che il destino della gomma del ponte (e dei suoi deboli concorrenti) abbia seguito negli Usa lo stesso destino seguito nella mia infanzia friulana. Grande euforia gustatoria e consumistica, declino e abbandono, trasformazione in elemento urbanistico inamovibile.

Appena ne avrò il tempo racconterò della musica che si può ascoltare nella metropolitana di New York durante i fine settimana. Gruppi e solisti di ogni genere, calamite di suoni senza confini. La loro presenza mi ha fatto presto scordare la gomma da masticare incollata ai pavimenti e ha reso ancor più memorabile il passaggio nella città dei grattacieli.  Ma per ora, la prima memoria conservata e offerta è quella della gomma da masticare.