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Da Diario, 10 giugno 2005

AYAD, HILALI E GLI ALTRI: ITALIANI MANCATI

Di Max Mauro

Cosa c’è di più meritevole per un cittadino che svolgere attività di volontariato? Se lo chiede con amarezza Hilali Mounin, un marocchino di trentaquattro anni che da quindici vive in Italia e che negli ultimi anni ha operato come volontario della Croce Rossa. In questi giorni ha ricevuto risposta negativa alla domanda di cittadinanza. Lo stato italiano non lo ritiene degno di diventare uno dei suoi. La situazione di Mounin è comune a quella di molti altri, visto che nel 2003 su 2111 richieste di cittadinanza per residenza ne sono state rigettate 1763, quasi l’85 per cento. Diventare cittadini italiani dopo aver risieduto per almeno dieci anni sul nostro suolo – come prevede la legge, l’altra possibilità è per mezzo del matrimonio con un italiano – è un’impresa molto difficile, spesso quasi impossibile. Se ne è reso conto perfino il presidente della Repubblica che ha recentemente sollecitato un’abbreviazione dei tempi per il conseguimento della cittadinanza.

La lettera con la quale l’istanza veniva rigettata ci ha messo quattro anni per arrivare, un tempo durante il quale Mounin ha temuto più volte fosse andata persa, ma ha anche sperato che quel tempo servisse ai funzionari per documentarsi meglio su di lui. Avrebbero così scoperto che dal momento del suo arrivo a Biella, nel 1989, ha sempre lavorato, purtroppo talvolta anche in nero ma non per colpa sua. Trasferitosi in Friuli è diventato un operaio specializzato nel Triangolo della sedia e nel tempo libero si è occupato di molte cose diverse. Si è allenato per vari mesi con una squadra amatoriale di pallavolo, ma il giorno del debutto, dopo che si era già cambiato e riscaldato, l’arbitro gli ha detto che non poteva scendere in campo perché era uno straniero. Così ha smesso con lo sport. Dopo il matrimonio con una connazionale si è iscritto a un corso di tedesco, perché in una zona di confine conoscere una lingua in più aiuta. Infine, dopo la nascita della prima figlia, si è iscritto a un corso di “primo soccorso” organizzato dalla sezione di Palmanova della Croce rossa Italiana.

«Volevo imparare come comportarmi in caso di emergenza e poi mi piace l’idea di aiutare la gente che ha bisogno», dice. Al momento del conferimento dell’attestato finale qualcuno della commissione avanzò il dubbio che quell’articolo del regolamento dove tra i requisiti si faceva cenno al «pieno godimento dei diritti civili e politici» potesse escludere il volenteroso immigrato. L’ispettore provinciale chiuse la questione: anche se era la prima volta che un immigrato si iscriveva a un corso della Cri non c’era alcun motivo valido per non accettarlo. Così Mounin divenne il primo extracomunitario a vestire la tuta fosforescente dei volontari della Croce Rossa.

Le parole usate dall’estensore della lettera suonano criptiche anche a un professore di italiano ma qualcosa si capisce: «La concessione della cittadinanza è configurabile come potere altamente discrezionale (…)». Più avanti si legge che «non risulta la tutela dell’interesse pubblico» e quindi «l’istanza viene respinta». Per sapere l’esatto motivo del rifiuto alla sua richiesta di diventare cittadino italiano Mounin è andato in Prefettura dove gli hanno consegnato un foglietto con su scritto un articolo del codice penale. Si fa riferimento a un furto in un supermercato, valore della merce trafugata: lire 10.000.

«Ero in Italia da pochi mesi, lavoravo in una fabbrica tessile a Biella e capivo a fatica l’italiano. Una mattina sono entrato nel supermercato dove ogni giorno compravo pane, aranciata e tonno per il pranzo. Quel giorno avevo nella borsa due scatole di tonno comprate il giorno prima e ho comprato solo pane e aranciata. Mi hanno fermato e mi hanno chiesto di vedere la borsa, io ho detto di no e hanno chiamato la polizia, mi hanno portato in centrale e senza neanche trovare un traduttore mi hanno fatto firmare una carta. Se c’era un traduttore potevo spiegare tutto ma mi hanno mandato via e dopo due anni ho pagato una multa di 370mila lire. Non ho fatto ricorso perché avevo troppo lavoro e non avevo tempo, pensavo di chiudere la questione così. Ma ora mi rifiutano la cittadinanza per una cosa che non ho fatto, senza aver nemmeno subito un processo».

Il rifiuto della cittadinanza il più delle volte non viene motivato. In mano al richiedente rimangono formule per lo più ermetiche come quelle citate sopra. «La discrezionalità diventa spesso un arbitrio», dice un componente della comunità marocchina di Udine che preferisce rimanere anonimo. «Ci sono moltissime persone residenti in Italia da 20 o 30 anni e che per le ragioni più diverse ricevono sistematicamente un rifiuto alla richiesta di cittadinanza. Sono soprattutto arabi, palestinesi o di altri paesi musulmani. Il rifiuto è dettato da ragioni di ordine pubblico o di sicurezza». Uno di essi era Ayad Anwar Wali, l’imprenditore iracheno in Italia da più di 20 anni che è stato ucciso in Iraq dai suoi rapitori. Pur sposato con un’italiana, contribuente e titolare di carta d’identità, non poteva diventare un «cittadino» in piena regola. Le casistiche sono innumerevoli e spesso bizzarre. Come quell’immigrato che, fermato da un uomo in borghese all’interno di una discoteca, si è rifiutato di consegnare i documenti. La sua reazione all’insistenza dell’uomo gli è costata una denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale. A quindici anni dai fatti è questo il motivo ad ostacolare l’ottenimento della cittadinanza. Più di qualcuno si è visto rifiutare la cittadinanza perché si era dimenticato di pagare l’assicurazione dell’auto.

In Parlamento giacciono undici proposte di legge per modificare la normativa che regolamenta la concessione della cittadinanza, risalente al 1992. Sono firmate da parlamentari di destra e di sinistra, a conferma della diffusa sensibilità sulla questione. Una sensibilità cresciuta dopo le dichiarazioni di Gianfranco Fini, che un anno fa si pronunciò in favore del diritto di voto agli immigrati, sottoponendolo tuttavia a condizioni di difficile costituzionalità come il reddito del soggetto. Proprio in questi giorni la Commissione Affari Costituzionali della Camera ha ripreso l’esame delle proposte, riunendo in un unico calderone sia quelle dedicate ai diritti di cittadinanza sia le 8 dedicate al diritto di voto. L’Italia è tra i paesi europei meno disponibili all’inclusione degli immigrati tra i suoi cittadini. La concessione della cittadinanza riguarda meno dell’1 per cento degli stranieri residenti contro il 3 della Francia, il 2 del Regno Unito, il 5 della Svezia e l’11 dell’Olanda, come ricorda Corrado Giustiniani nel suo libro Fratellastri d’Italia.

Hilali Mounin ha incaricato un avvocato di fare ricorso, presenterà anche il suo attesta di volontario della Croce Rossa, sperando serva a qualcosa. «Da quando è nata la seconda figlia non ho più tempo per uscire con l’ambulanza e fare attività, anche perché nel fine settimana spesso lavoro in pizzeria, ma spero di riprendere, ho imparato molte cose e ricevuto i complimenti dalle persone che assistevo. E’ una bella esperienza». Chissà se i funzionari della Prefettura saranno della stessa idea.

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Da Il Gazzettino-edizione del Friuli, 27 agosto 2005

Gli unici bambini che fanno le capriole sono quelli degli immigrati

Di Max Mauro

Alcuni giorni fa, era un sabato pomeriggio, mi è successo di vedere un gruppo di bambini giocare nella piazza del paese dei miei nonni materni, una località di poche centinaia di abitanti nel Friuli collinare. Chi in sella a una bicicletta, chi con un pallone in mano, chi semplicemente in attesa della decisione sul gioco da scegliere, riempivano con le loro voci la piazza altrimenti deserta e disperatamente silenziosa. Ce n’erano anche due che scorrazzavano in sella a un motorino, che oggi viene chiamato “scooter”. Per inciso, quelli del motorino non indossavano il casco. Erano tutti pieni di voglia di vivere, come si immagina debbano sempre essere i bambini e i ragazzi. A incuriosirmi non era tanto il fatto che questa ciurma gioviale fosse composta da asiatici, probabilmente filippini, ma che facessero le stesse cose che facevo io alla loro età, circa venticinque anni fa.

In anni recenti non mi era mai capitato di vedere la piazza del paese animata in tale modo e da protagonisti così giovani. Mi è venuto da pensare all’invecchiamento della società locale, ma anche allo spopolamento dei paesi, che vedono le giovani coppie trasmigrare verso “centri” di qualche migliaia di abitanti, avvicinarsi a Udine o cercare fortuna all’estero. Le vecchie case di paese diventano appetibili per gli immigrati, esclusi dagli affitti cittadini da canoni di affitto esosi e, spesso, esplicite discriminazioni dei proprietari. Ho anche pensato che, in città ma anche nei paesi, i bambini non vivono il territorio come capitava un tempo. Non è una banalità nostalgica, ma la constatazione che si vedono pochissimi bambini in bicicletta. Vederne in strada a rincorrere un pallone, poi, è pura fantascienza. E’ pericoloso, ti diranno i più. Nei fatti, i “nostri” bambini crescono protetti e coccolati, sempre più spesso eredi unici di genitori in età matura. Poi magari succede quello che mi raccontava il responsabile dei campi estivi di un grosso comune dell’udinese: oggi gli unici bambini che sanno fare una capriola sono i figli dei rom e degli immigrati, gli altri cadono goffamente di lato nel tentativo di imitarli. E talvolta si fanno pure male.

Vedere i bambini immigrati animare la piazza del paese mi ha trasmesso una sensazione duplice: da un lato ero rallegrato dalla loro vitalità, dall’altro reso inquieto dalla percezione che quella vitalità non venisse apprezzata dagli abitanti del paese. Di più, che essi, gli autoctoni, cercassero di ignorarla, essendone quasi intimoriti. Probabilmente anche mia nonna, se fosse ancora in vita, avrebbe di queste reazioni. La vitalità di quei bambini è un regalo che il destino ha fatto al paese, cercherei di spiegarle. Chissà se accetterebbe la mia spiegazione.

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Da Diario, 14 ottobre 2005

Emigranti e immigrati, una faccia una razza

Di Max Mauro

Lo scenario è quello di una tipica festa di paese: tendone allestito per l’occasione, lunghe tavolate con panchine. L’apertura è riservata alla messa, poi saluto delle autorità, pranzo collettivo a base di pasta e grigliata, infine la lotteria e la pesatura del maiale, un classico “gioco” da sagra, almeno in Friuli. Chi indovina il peso, si porta a casa l’animale. La località è Galleriano, 650 abitanti nella pianura agricola della provincia di Udine. La ragione della festa, che si tiene ogni anno a fine settembre, è quella di celebrare coloro che hanno lasciato il paese per cercare fortuna all’estero. Nel secondo dopoguerra molti giovani e intere famiglie sono emigrati in Svizzera, Belgio, Lussemburgo, qualcuno in Australia. Un destino comune a tanti altri paesi di questa regione, che ha dato la percentuale più alta di emigranti in proporzione alla sua popolazione nella storia italiana del secolo passato.

Tutto ricorda la tradizione, non mancano ovviamente i canti a tema a cura del coro locale. Appena scendo dall’auto vengo bloccato dalla domanda delle domande: cosa ci faccio qui? Mi sento fuori posto, anche perché non sono venuto in qualità di cronista ma per parlare. Sì, gli organizzatori mi hanno chiesto di portare un saluto ai cinquecento partecipanti, in gran parte persone al di sopra dei sessant’anni con un passato da emigranti. Il mio intervento è previsto dopo quello del vescovo, venuto a celebrare la messa, e prima del sindaco, il che non fa che aumentare la mia inquietudine. “Tu sei figlio di emigrati e raccogli storie di immigrati, vieni a spiegarci cosa ha in comune la nostra emigrazione con l’immigrazione di oggi”, mi ha detto al telefono Emilio Rainero, alcuni anni passati in Svizzera in gioventù e moglie conosciuta all’estero, uno degli organizzatori. La sua proposta è coraggiosa: per la gran parte delle persone parlare di emigrazione significa celebrare il mito del “saldo, onesto, lavoratore”, l’immagine stereotipata del friulano all’estero. Parlare di immigrazione, invece, significa mettere in luce aspetti quali l’irregolarità, la numerosità, la contaminazione culturale, il terrorismo. Porre sullo stesso piano le due storie, per di più in una festa di questo tipo, suona un po’ come una provocazione.

Rainero e gli altri volontari del paese hanno le idee chiare. Da un paio d’anni hanno perfino cambiato nome alla festa, oggi si chiama “Incontro con i migranti”, e hanno invitato anche le famiglie straniere residenti in paese, una piccola presenza ma significativa. Appena finisco il mio intervento temo reazioni stizzite, invece vengo circondato da anziani desiderosi di far conoscere la loro storia, che il più delle volte ha punti in comune con i nostri giorni.

Molti ex emigranti sono partiti con l’aiuto di un prete, don Guido Trigatti, a cui è dedicata la festa, che ha trascorso buona parte della sua vita come missionario in Svizzera accanto ai lavoratori italiani. Don Guido offriva aiuto spirituale ma trovava anche il lavoro. Faceva da intermediario con gli imprenditori svizzeri garantendo sui paesani desiderosi di superare il confine. Era uno “sponsor” sui generis, quella figura giuridica prevista dalla legge Turco-Napolitano che l’attuale governo ha cancellato.

Vittoria Bassi ha cinquantanove anni e ne ha trascorsi diciassette in Germania, emigrata poco più che bambina con la madre Zoila. Lavorava alla Standard Electric Lorenz di Stoccarda e lì ha conosciuto il marito Franco, un trentino che con lei si è poi trasferito in Friuli. Alla loro tavolata sono seduti Singh Jaswinder e la moglie Kaurmanik, originari dell’India, con i bambini e alcuni connazionali. “La coppia indiana ha comprato casa in paese”, racconta Vittoria, “li aiutiamo ad inserirsi, sono una bella famiglia. Il bambino più grande va all’asilo e ogni tanto quando loro non possono lo andiamo a prendere noi. Io in Germania ho sofferto le discriminazioni: in fabbrica se c’era un problema era sempre colpa degli italiani. Quando incontro un immigrato mi ricordo di quello che ho vissuto”.

Jaswinder viene invitato a raccontare la sua esperienza al microfono, come prima di lui hanno fatto Camelia Dimitriu e suo marito Nekulaj, rumeni. La gente ascolta, io sono impegnato al banchetto che gli organizzatori hanno messo a disposizione per vendere il mio libro. Gli anziani mi chiedono in che località della Svizzera sono nato, raccontano di sé e comprano, la scorta di copie finisce presto. Alcuni si fermano, come Pauline Rotheudy Giordano. “Anche io sono un’immigrata”, mi dice presentandosi come Paola questa signora minuta di circa settant’anni. “Sono belga, ho sposato un italiano e sono finita qua. Nella mia famiglia nessuno era contento della mia scelta, gli italiani erano macaronì e quando sono arrivata in Friuli mi guardavano come fossi nera. Non ho bei ricordi”.

“Vedi”, mi dice Rainero prima di lasciarci, “non vogliamo una festa di reduci ma un’occasione per riflettere su come cambia il mondo. Quello che facevamo noi oggi lo fanno altri, dobbiamo cercare di conoscere quelli che arrivano”.

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Da Diario dell’1 aprile 2005

Un nostro agente all’Avana

Dalla campagna veneta ai Caraibi e poi per anni negli Stati Uniti. Ottant’anni, qualche mistero e “voglia di fare ancora cose”. La storia di Gino Doné, il partigiano del Granma.

Di Max Mauro

“Se sei venuto per un’intervista ti sentirai defraudato”. Come esordio non è male, visto che è proprio per l’intervista che sono venuto a cercare Gino Doné, o meglio Gino Doné Paro, come è registrato nell’archivio storico delle Far, le Forze armate rivoluzionarie di Cuba, il nome di questo ottantenne originario della provincia di Venezia. E’ l’unico europeo ad aver preso parte agli eventi che precedettero la presa del potere da parte di Fidel Castro e dei suoi guerriglieri, nel gennaio del 1959. Gli altri stranieri erano un messicano, un domenicano e un argentino, Ernesto Guevara, detto il “Che”.

Parte della sua storia è nota da pochi anni, grazie all’interesse di alcuni giornalisti che sono riusciti a scavalcare l’anonimato che Gino si era costruito dopo quegli eventi. “Gino era il più adulto, il più serio, e il più disciplinato. Dopo la vittoria non ha mai cercato privilegi. Ha preferito diventare (anzi, rimanere) un giramondo”. Così ha raccontato il comandante rivoluzionario Jesus Montane Oropesa nel 1995 al giornalista bolognese Gianfranco Ginestri, che per primo si è mosso sulle tracce del combattente italiano. Gino Doné (Paro è il cognome della madre, ma a Cuba come in Spagna si usano entrambi i cognomi) era arrivato a Cuba alla fine degli anni quaranta, emigrante alla ricerca di un lavoro, dopo un periodo passato in Canada. Durante la seconda guerra mondiale aveva militato nella Resistenza nel territorio del Basso Piave, collaborando con gli Alleati anglo-americani ad alcune delicate operazioni. Quell’esperienza gli tornò inaspettatamente utile a Cuba, dove si innamorò di Norma Turino Guerra, giovane rivoluzionaria amica di Aleida March, futura seconda moglie di Ernesto Che Guevara. Nel 1953 Gino e Norma si sposarono e fu allora che Fidel chiese all’italiano di raggiungerlo in Messico, dove stava cercando di addestrare i militanti del Movimento 26 luglio. Alla fine del 1956 Gino salì assieme ad altri 81 combattenti sul Granma, uno yacht che Fidel aveva acquistato da un ricco statunitense per trasformarlo in “battello da guerra” e portare nell’isola il nucleo centrale di coloro che volevano abbattere la dittatura di Fulgencio Batista. Oggi il Granma è conservato a L’Avana nel cortile del Museo della rivoluzione e rappresenta uno dei cimeli più importanti della rivoluzione cubana. Gli 82 componenti dell’equipaggio guidato da Raul Castro, in uno scafo costruito per trasportare al massimo venti persone, sono diventati degli eroi nazionali. Chi non è morto in battaglia è poi diventato ministro, ambasciatore o dirigente di qualche ente. Tutti tranne uno, Gino Doné, che sul Granma aveva il titolo di tenente.

Gino ha l’aria distinta e curata dell’emigrante d’America in visita ai parenti. Ha un ciuffo sbarazzino di capelli candidi come la barba, che tiene corta e ben sagomata. Porta l’orologio sopra il polsino, beve un bicchiere di Whiskey riempito come fosse vino passito e fuma: accende una sigaretta dopo l’altra, ora che la sorella è uscita dalla stanza e non lo può vedere rovinarsi la salute con questo antico vizio. Le sigarette sono marca Popular, arrivano da Cuba, un omaggio degli ospiti venuti a saperne di più della sua storia. In cortile è parcheggiata la sua auto, targata Palm Beach, Florida.

Da circa un anno ha fatto ritorno in Italia dagli Stati Uniti, dove ha trascorso gli ultimi decenni della sua vita, e abita assieme alla famiglia di una delle sorelle in un paese della pianura veneta. Ha acquisito la cittadinanza statunitense e sta sperimentando tutte le difficoltà burocratiche a cui va incontro l’emigrante al rientro. Preferirebbe parlare di questo piuttosto che del suo remoto passato. Di quello, fa capire, parlano i libri di storia. E’ comunque gentile, cordiale, ma non vuole pubblicità, non ci tiene a diventare un personaggio da copertina o da show televisivo. “Non chiedermi cose di cui non voglio parlare. Si è già detto abbastanza sul passato, non è importante riscriverlo. Sono qua da mesi ma non riesco ad avere il medico per delle visite. E la macchina? Vorrei venderla ma non sembra facile, con tutte le carte devo fare. Qua la vita è più costosa di quello che immaginavo”.

Gino è un abile parlatore, anche se il suo italiano è inframmezzato spesso da espressioni anglosassoni e spagnole. “Qua leggo l’Osservatore romano, è scritto meglio degli altri giornali, più corretto e chiaro, e mi aiuta a riprendere l’italiano che avevo perso”. Sul divano c’è una cartellina marrone con dentro le cose che lo riguardano: lettere di circoli dell’Anpi che lo invitano a una conferenza, scuole che lo vogliono per una cerimonia (rare di questi tempi) dedicata alla Resistenza, omaggi calorosi di qualche iscritto dell’Associazione Italia-Cuba. Gino non si risparmia. E’ uno dei pochi partigiani della zona ancora in vita. Soprattutto, però è un mito vivente per i cubani e i molti appassionati dell’isola caraibica. Per gli altri, rimane una figura dai tratti romanzeschi, un personaggio di passioni e di ideali che nella vita ha cercato di seguire il suo istinto e il desiderio di stare dalla parte dei più poveri.

“La vita mi ha portato lontano da Cuba ma l’isola l’ho sempre tenuta nel cuore. Ho viaggiato a lungo, ho fatto il marinaio, sono stato in molti paesi e non li ricordo tutti, in Australia, in Indocina, in Grecia, Venezuela, mi sono fermato negli Stati Uniti. Ho fatto vari lavori, tassista, pittore, cameriere. E poi la causa rivoluzionaria si può aiutare anche da fuori, ci sono molti modi per rimanere vicini all’ideale”. Quando seppe del trionfo della Rivoluzione si trovava a New York e riuscì a convincere un amico che lavorava in uno dei più importanti hotel della città, il Waldorf Astoria, a mettere la bandiera di Cuba sul tetto del palazzo. E’ uno dei pochi accenni che fa all’isola che ha segnato la sua vita. Recentemente ha fatto ritorno a Cuba per un incontro tra ex combattenti della Resistenza italiana e combattenti cubani ed è stato accolto con tutti gli onori. Si dice che Fidel lo abbia voluto incontrare privatamente. Lui non smentisce e non conferma. Un lungo articolo pubblicato dalla rivista “Juventud Rebelde” (tradotto dal periodico dell’Associazione Italia-Cuba “El Moncada”) inizia con una frase sibillina: “Gino Doné vive ancora nella clandestinità, fedele alla massima del Movimento 26 Luglio che l’indiscrezione equivale a un tradimento”.

“Io non so raccontare”, si schermisce, forse fingendo. “Se vuoi sapere di più della mia storia parla con Giovanni, anche lui è un giornalista, parla la tua lingua, vi capirete”, mi dice porgendomi il telefonino nel quale ha già digitato il numero del collega. Giovanni Cagnassi è un giornalista del quotidiano La Nuova Venezia. Negli ultimi anni ha scritto più volte su Gino, divenendone un amico. Si è anche recato a Cuba per raccogliere informazioni, dopo aver individuato il paese di origine di quel misterioso rivoluzionario dal cognome tipico del Basso Piave. “Ho conosciuto Gino nel 2001”, dice Cagnassi, “se non sbaglio quando è arrivato in Italia e in Veneto per una festa della Cgil. Nel ’96-‘97 avevo letto di lui sull’Unità in un breve articolo e ho fatto delle ricerche nel Basso Piave approfondendone la vita. La sua storia è affascinante e unica, ma non ha avuto il giusto rilievo. Lui non dice tutto perchè è riservato e non vuole riscrivere la storia”.

Il pomeriggio in compagnia di Gino trascorre veloce. Piuttosto che della sua esperienza di partigiano durante la seconda guerra mondiale preferisce parlare del ruolo delle donne e dei familiari. “I tedeschi sono venuti a cercarmi a casa e non trovandomi hanno portato via mio nonno e mia sorella. Quella è una storia da raccontare: quanto hanno sofferto le sorelle, le madri, le mogli dei partigiani? Spesso erano i familiari che correvano i rischi più grossi perché erano esposti”. Pur avendo trascorso una vita all’estero, Gino non ha mai smesso di sentirsi un partigiano. Delle cose italiane di oggi non prova grande interesse, perché, dice, “è difficile capirci qualcosa”. Quello che lo sconcerta sono soprattutto le divisioni nella sinistra. Per lui uno di sinistra è uno di sinistra e basta, perché si parte tutti dall’Antifascismo: che importa se uno è dei Ds, di Rifondazione o dei Comunisti Italiani o di qualche corrente o sottocorrente. Gli hanno spiegato che nei fatti odierni queste cose hanno il loro peso.

La stanza in cui Gino abita è al piano terra della casa di una delle sue nipoti, una delle figlie della sorella. Ha lo spazio essenziale per vivere, l’uomo non ha grandi pretese. Una paio d’anni fa è rimasto vedovo della seconda moglie, sposata negli Usa. Riceve una pensione dagli Stati Uniti e con quella si mantiene. Purtroppo, si lamenta, col dollaro debole rispetto all’euro non è molto quello che gli rimane in tasca. Nel 1957 lasciò Cuba per darsi alla clandestinità, fu Fidel stesso a dargli quell’ordine perché come straniero rischiava molto, il regime di Batista l’avrebbe considerato un mercenario e quindi passato per le armi. Ufficialmente non ha fatto ritorno a Cuba per alcuni decenni, ma anche su questo argomento preferisce sorvolare. Mantiene intatti tutti gli enigmi che forse solo le sue memorie, se deciderà un giorno di scriverle, potranno sciogliere.

Mentre ci saluta, abbracciandoci in piedi accanto all’auto, si lascia andare a una riflessione: “Non mi piace guardare indietro nel passato, mi piace vivere nel presente. Sono ancora forte, ho voglia di fare molte cose”. Forse sta progettando una nuova partenza. Chissà. E’ un altro dei suoi misteri.

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Da La Comugne (Ed. Kappa Vu) nr. 2/2003

Il confine e la frontiera

Viaggio da una parte all’altra del fiume Judrio, un pezzo del vecchio confine della “Cortina di ferro”.

Di Max Mauro

In alcune lingue confine e frontiera si definiscono con la stessa parola. In tedesco, per esempio, Grenze sta sia per uno che per l’altro termine. Eppure le due parole hanno significati diversi: per confine si intende uno spazio fisico che delimita la divisione politica tra due ambiti. Uno spazio che può essere definito da un sasso, un fiume, une croce su di albero (nelle lingue slave gran’ significa croce, da lì deriva il termine russo granica e anche il tedesco Grenze) come quelle che un tempo dividevano i boschi e i territori nelle regioni balcaniche, e che rimane valido fintanto che le autorità non decidono di spostarlo (1). La frontiera è invece qualcosa di instabile, di mobile, come possono essere i popoli, le lingue, le identità.

Tra i confini “naturali”, quelli più utilizzati sono il mare, le montagne e, più di tutti gli altri, i fiumi. Nessuno di essi riesce tuttavia a risolvere completamente la questione della frontiera. C’è sempre qualcosa – qualcuno – che resta fuori dal sconfinamento: un villaggio, una valle, un’intera regione.

Un luogo che rappresenta in modo esemplare l’intreccio di questa dicotomia è l’angolo a nord est dello stato italiano, il Friuli, Trieste e, più in basso, l’Istria. Basta dare un’occhiata a un libro di storia ed osservare i segni che rappresentano le differenti soluzioni proposte da russi, statunitensi, inglesi, francesi, jugoslavi. Magari potevano esserci solo pochi chilometri di distanza tra un segno e l’altro – pochi millimetri sulla mappa – ma proprio quei pochi chilometri davano l’idea dell’approssimazione dell’impresa (2).

In Friuli c’è un piccolo luogo che forse più di ogni altro mette in crisi l’idea di confine e di frontiera. E’ la valle dello Judrio: 15 chilometri di territorio dove quello che è poco più che un torrente corre in fondo a uno stretto vallone posto ai piedi del monte Kolovrat, in comune di Prepotto nella parte italiana, in comune di Kanal in quella slovena. Il fiume è un torrente largo quanto un portico o, in alcuni punti, l’altare di una chiesa, ma per 50 anni ha rappresentato il confine di due mondi politici, quello comunista e quello capitalista. Negli anni, a forza di filo spinato, libri di storia e emigrazione, è diventato un po’ anche una frontiera che oggi, nell’Europa unita, si vorrebbe eliminare.

Fino a quindici anni addietro percorrere la strada che accompagna lo Judrio fin quasi alle sue sorgenti era un’emozione intensa. Ci si sentiva sotto il tiro di fucile, perché a scuola ci avevano detto che dall’altra parte del confine c’era il diavolo rosso che sparava a chi si avvicinava troppo. In effetti, negli anni cinquanta, qualche colpo è stato sparato, sia da una parte che dall’altra (3). Ma qui il diavolo lo si poteva vedere e pure contargli i brufoli che aveva in viso da quanto era vicino. Da una parte e dall’altra del fiume c’erano case, ma gente ne era rimasta poca, la maggior parte l’emigrazione l’aveva portata lontano dalla miseria della guerra e dai nuovi confini che dividevano famiglie e destini. La domanda che il viaggiatore si poneva era questa: ma che razza di nemici possono essere quelli di là se stanno così vicini a noi?

Il comune dei confini

Il comune di Prepotto ha 48 frazioni. Gli abitanti sono in tutto poco più di mille, solo 34 frazioni sono abitate e la maggior parte di esse appena da due o tre anime. E’ un paese di confine, come lo definisce anche il libro che ne racconta la storia, appena pubblicato dall’amministrazione comunale (4). Dirsi di confine è facile, di questi tempi perfino di moda, basta trovarsi nei pressi di un valico e il gioco è fatto. Ma a Prepotto il confine è almeno doppio, e non da oggi. L’orografia del territorio è in parte territorio pianeggiante e in parte collinare e montagnoso. Semplificando, si può dire che nella parte montana vivono da sempre gli “slavi”, nella pianura i friulani. “Il nostro è un comune trilingue”, conferma il sindaco Gerardo Marcolini. Suona un po’ strano allora che il Comune si sia dichiarato di fronte allo stato italiano solo bilingue, italiano-friulano, negando la dimensione slovena. Confusione identitaria? Per capire qualcosa di questo posto singolare, e prima di penetrare nella vallata tagliata in due con l’accetta, faccio una sosta al cimitero di Albana.

Il cimitero di questa frazione è appoggiato in cima ad una collina da dove si vede ad est la stretta entrata della Valle dello Judrio e a ovest la pianura costellata di vigneti (il vino è la prima industria del comune). Le lapidi raccontano un mondo di mescolamenti: Lorenzutti, Juretig, Petrussa, Gasparini, Bodigoi, Macorig, Londero. Nomi sloveni e nomi friulani, uno accanto all’altro. Andiamo allora a cercare qualcuno che ci racconti qualcosa per capire meglio questa situazione. Lo troviamo a Centa, un borgo di quattro case quattro con un Bed&Breakfast aperto da poco. Dentro il borgo c’è una chiesetta che, come molte in Friuli, è stata costruita dagli artigiani sloveni di Skofia Loka, addirittura nel 1300. Cosa da non credere, il diavolo che costruisce chiese. L’uomo che mi mostra la chiesa, uno dei quattro abitanti del borgo, parla italiano con un accento particolare che non è slavo. Gli chiedo se è originario di queste parti. E’ calabrese. Si chiama Alberto Perrone ed è un finanziere in pensione, sposato con una donna del posto. Durante i suoi 40 anni di servizio ha lavorato in varie località lungo il confine. Gli chiedo che rapporti ha con quelli “di là”.

“I contatti sono pochi”, mi dice. “Nella mia esperienza quelli di là sono gente poco sincera, oggi ti dicono una cosa e domani un’altra. Sì, qualcuno si sposta dall’altra parte del confine per coltivare terreni, ma tutto finisce lì. Speriamo che ora la situazione cambi, che tutto si apra”. Mi racconta con orgoglio una cosa. Proprio attraverso questo borgo passa un sentiero escursionistico che richiama turisti da varie parti, anche da fuori regione. Come si chiama il sentiero? “Italia!”. “E’ un sentiero che parte dalla Sicilia e arriva fin quassù”, mi spiega il finanziere.

Siamo poliglotti

Lascio Centa con un po’ di confusione in testa. La strada si stringe e corre parallela al torrente. Il confine. In queste giornate di maggio il letto del fiume non ha un goccio d’acqua e lo Judrio sembra ancora più piccolo di quello che è. Lungo la strada di tanto in tanto si incrociano dei cartelli che segnalano minuscole frazioni dai nomi fantasiosi: Salamant, Ciubiz, Bodigoi, Cosson, Podclanz. La maggior parte dei borghi ha preso il nome delle famiglie che li abitavano, così Cosson sono le case della famiglia Cosson, e così via. Mi hanno detto che a Prepotischis avrei trovato le signore Sellenscig, due sorelle che hanno trascorso la loro vita in quel luogo. Lascio la strada bassa e mi dirigo verso la montagna. I paesi sono quasi tutti in alto. Fino a quarant’anni addietro il paesaggio era di prati e campi ma oggi, senza persone né cura, il bosco ha coperto tutto.

Rosalia Sellenscig è una donna minuta che ti guarda dritto negli occhi. Vive con il figlio in una casa di pietra unita alle altre del borgo. “Le pietre per costruire le case venivano trasportate sulla schiena e così per risparmiare le case venivano messe una a fianco all’altra”, mi spiega.

“Da ragazza lavavo anche 40 lenzuola da sola. Erano quelle dei finanzieri che avevano la caserma quassù”, mi racconta. “Mi dicevano: come fai a lavare tutto con quelle manine? Avevo forza fisica e voglia di fare, mi sono sempre data animo”. A un certo punto della sua vita Rosalia prende la strada dell’emigrazione. “A lavare lenzuola si prendevano pochi soldi e così sono andata in Inghilterra, a servizio presso una famiglia. Sono rimasta tre anni e poi sono dovuta rientrare perché mia madre stava male. Dopo di che mi sono sposata e sono rimasta qua”. Che lingua parlate quassù, le chiedo. “Noi siamo poliglotti”, mi dice con gli occhi spalancati quasi a raccogliere la sorpresa del giovane cronista arrivato da Udine. “Parliamo sloveno, ma anche friulano e italiano; a seconda delle situazioni decidiamo quale lingua usare”. E l’inglese? “Quello l’ho dimenticato, purtroppo. Sono passati tanti anni”.

Quello sloveno di Napoli

La casa accanto a quella della signora Rosalia è abitata da Sergio Medvescig. E’ un uomo di circa 40 anni, vive con il padre. Si sta preparando per recarsi al lavoro, giù nella bassa. Sul tavolo della cucina scorgo una copia del Nuovo FVG. “Sono abbonato”, mi dice sorridendo. Venuto a sapere che scrivo anche per quel giornale il clima si fa più confidenziale e l’uomo mi racconta qualcosa di questa vallata. “Qui siamo la stessa gente, da una parte e dall’altra del fiume. Fino al 1945 eravamo anche dentro lo stesso stato perché era tutto Italia. Quando è stato fissato il confine quasi tutte le famiglie si sono trovate con parenti dall’altra parte del fiume, io ho un cugino che è l’ultimo abitante di Miscek, il paese sullo Judrio dove un tempo c’era la dogana”. Sergio non vede un grande avvenire per questa vallata, nemmeno nel nuovo scenario europeo. “Che cosa vogliono fare? Qua non è rimasto a vivere più nessuno”, commenta con amarezza. Dice che nemmeno nel comune di Prepotto, loro, gli sloveni della vallata, vengono tenuti in gran conto. “Secondo me avremmo diritto almeno al vicesindaco e invece niente. L’unico sindaco originario della vallata che abbiamo avuto è stato Napoli, un doganiere del sud Italia sposatosi con una donna di Podresca. Dopo di lui, più nessuno”. Ma questa vallata fa parte di quelle “del Natisone”? “Siamo un po’ dentro e un po’ fuori delle valli del Natisone”, conclude Sergio. Un altro confine a metà.

Rosalia mi racconta ciò che è successo agli abitanti della vallata. “Appena finita la guerra molti sono partiti in giro per ilmondo. Nei paesi rimasti dall’altra parte del confine sono andati via quasi tutti perché non volevano rimanere sotto Tito. Con chi avremmo dovuto avere rapporti in quegli anni? Con i sassi?! Siamo rimasti solo quattro vecchi. E poi, questa vallata è sempre stata chiusa, non è mai stata una via di grande traffico”.

Treni, clandestini e fricchettoni

Un tempo la situazione non era come la vedono gli occhi intristiti dalla solitudine di Rosalia. Nel 1901 era stato perfino elaborato un progetto per la linea ferroviaria Cividale-Prepotto-Podresca-Kanal che doveva congiungersi con quella diretta a Lubiana che correva dall’altro lato del monte, nella valle dell’Isonzo. Dopo qualche anno l’idea è tornata nel cassetto e da lì non si è più mossa. Più indietro nel tempo, è rimasta tristemente famosa la data del 25 di luglio del 1478, quando bande di turchi comandate da Iskander Berg dopo aver razziato la pianura attorno a Gorizia e Cormons scapparono risalendo questa vallata. Le cronache del tempo riferiscono che a fargli da guida fu un certo Jurij Fuchina, un “rinnegato” di Caporetto. Negli ultimi anni la vallata è stata attraversata da clandestini. Quello che viene chiamato l’esodo del mondo povero verso quello ricco (che è quello dove viviamo noi) ha toccato anche questa zona. Rumeni, curdi, asiatici, non si contano coloro che sono stati fermati nella valle, dopo aver attraversato il fiume di sottecchi. Sono successe anche storie brutte.

“Vede quella fontana – mi dice Ornella Biasizzo, una donna di Podresca – un giorno è arrivato correndo un ragazzo tutto insanguinato, forse un rumeno. I poliziotti sloveni gli avevano sparato. Poco dopo sono arrivati i doganieri e lo hanno portato via. Ho saputo poi che era assieme ad un altro ragazzo che è rimasto ucciso durante la fuga”.

Podresca è un borgo che sta lungo la strada, poco prima del valico di Molino Nuovo, l’unico aperto nella vallata. All’inizio dell’abitato c’è una costruzione grande e lunga, tipo una proprietà coloniale. Fuori, sulla colonna del portone, ci sono quattro tabelle di metallo, nuove nuove. In cima, in rosso, c’è scritto “Centro studi Podresca”, sotto altre tabelle: Istituto Charles Berner, Orizzonti edizioni, Eos Associazione culturale, Vitae Onlus. New Age? Possibile. Di certo qualcuno che ha trovato un bel posto isolato per impiantare un’attività culturale del tutto nuova. Ma di cosa si tratta? Tutto lo stabile è vuoto, così è inutile suonare il campanello. La signora Biasizzo non vuole parlare di “loro”, quelli del casolare. “Abbiamo già abbastanza problemi”, si lascia scappare. “Vengono a periodi, quando hanno cose da fare e poi tornano via”.

Su Internet si scopre che Charles Berner è un’australiano che nel 1968 ha inventato un qualcosa che viene definito “Intensivo di illuminazione”: “Dopo aver studiato e sperimentato i più disparati sistemi e tecniche per lo sviluppo della consapevolezza, Berner ebbe una geniale intuizione, sintesi del sapere antico e moderno, orientale e occidentale, da cui prese vita questa pratica straordinaria chiamata ‘Intensivo di Illuminazione’”. Insistendo nella ricerca Internet capisco che l’Istituto organizza stage di formazione per privati o enti. “L’Istituto offre un’ampia gamma di servizi alla persona: consulenza, conferenze, lezioni di studio, laboratori teorico–pratici, esercitazioni di sviluppo delle abilità personali ed attività didattiche individuali ed in gruppo”, leggo nel sito www.bernier.it.

La terra di nessuno

Lascio Podresca con addosso una strana sensazione, come quando leggi un articolo di Alberoni e non puoi fare a meno di chiederti: ma ci sta prendendo tutti per il culo?

Infine attraverso quel benedetto confine posto sul torrente largo quanto un portico. Fino al 30 aprile quello di Molin Nuovo/Britof era un valico di seconda categoria, poteva essere attraversato solo dai residenti muniti di lasciapassare. Dal primo maggio è aperto a tutti. “Credo che questo sia l’unico valico dove si può da subito passare anche solo con la carta d’identità”, mi ha detto il sindaco di Prepotto. “Il primo maggio ho ricevuto una telefonata dal Questore che mi comunicava l’autorizzazione, ma dalle altre parti tutto è rimasto come prima. Qui abbiamo avuto la concessione perché abbiamo un’intensa collaborazione con il sindaco di Kanal. Siamo stati i primi ad avviare un progetto transconfinario, quello dei Monti Sacri”.

Il doganiere italiano non esce nemmeno dalla guardiola. Seduto nell’ombra dietro il vetro alza la sbarra e mi rilascia in quella terra di mezzo, quel pezzo di terra di nessuno dove tutto è permesso perché nessuno comanda. Non è più Italia e non è ancora Slovenia. Potrei uscire dall’auto, denudarmi, e mettermi a urlare slogans contro Berlusconi stando in piedi sul cofano dell’auto. Nessuno potrebbe arrestarmi. Invece proseguo fino alla sbarra degli sloveni. E lì rimango. La sbarra non si muove. Dopo cinque minuti scendo e vado a vedere cosa succede. L’unico doganiere sloveno non sa spiegarsi il problema: la sbarra è bloccata. Torno a sedermi in auto e dopo un buon quarto d’ora il doganiere ritorna armato di chiave inglese. Passano altri cinque minuti e infine, a forza di gomito e martello, la sbarra si alza. Benvenuto in Slovenia. Benvenuti in Europa.

La fabbrica nelle nuvole

Anche questa parte del monte è coperta di villaggi e borghi, si capisce dai cartelli stradali. La strada è messa meglio della sua dirimpettaia sul lato italiano. Qui sembra di essere in un luogo abitato, di là, soprattutto nelle strade che salgono verso i monti, in zone semiabbandonate. Raggiungo la cresta del monte, da dove si può osservare tutta la vallata. Il paese vicino alla cima si chiama Lig, è il più grande della vallata slovena e sta di fronte a Tribil. La curiosità più grande ha la forma di una fabbrica. Quassù, a quasi mille metri di altezza, si trova infatti una fabbrica. Non è un residuato della guerra, ma una fabbrica vera e funzionante, con tanto di autovetture degli operai parcheggiate in ordinata sosta fuori dallo stabilimento. Trovare uno spiazzo per ospitarle tutte deve essere costato un certo sforzo ai progettisti. La fabbrica si chiama Eurokabel e produce fili elettrici per automobili e dà lavoro a una quarantina di persone. Da qualche anno è stata acquistata da un imprenditore di Pordenone. L’effetto è straniante. Dopo aver corso lungo i tornanti per venti minuti si arriva quassù e si trova una fabbrica. Sarebbe come giungere a Subit o Canebola e trovare il capannone della MetalFriuli con tanto di antenna per i telefonini sul tetto dello stabilimento.

“La fabbrica esiste da molti anni”, mi racconta Felix Mungerli, un uomo anziano che sta scopando il marciapiede della sua casa, 50 metri più in là della fabbrica. “E’ stata costruita subito dopo la guerra. I dipendenti vengono da Kanal, solo pochi sono di qua. Nel paese siamo in 75, ormai sono rimasti solo i vecchi”.

E’ pensabile che la fabbrica sia stata messa in questo luogo ameno per trattenere la gente nella vallata, che se ne stava andando anche per i motivi riportati dalla signora Rosalia di Prepotischis. Ma se nemmeno una fabbrica riesce a tenere quassù la gente cosa resta da fare? Felix ha all’incirca 80 anni e una bella risata. “In paese mi chiamano Felce, Felice senza la I, perché anche mio padre si chiamava Felix e così per non fare confusione hanno cominciato a chiamarmi così”, mi dice sorridendo in un buon italiano, con il tipico accento triestino degli sloveni quando parlano italiano. E’ contento di vedere forestieri, anche se arrivano solo dall’altra parte del confine. Io non devo essere il primo né un caso raro, visto che nella piazza di Lig trovo un tabellone che mostra l’itinerario dei Monti Sacri: Sveta Gora/Monte Santo-Maria Zell-Castelmonte. L’ultimo è scritto anche in friulano: Madone di mont. E’ il progetto transconfinario di cui parlava il sindaco di Prepotto.

Il mio breve viaggio di qua e di là dello Judrio volge al termine. Mi torna in mente ciò che mi ha detto Rosalia quando le ho chiesto se c’è da aver paura ad andare nel bosco, oggi che sono numerosi i cinghiali, le volpi, i caprioli. “Macchè, sono le bestie ad avere paura di noi, noi siamo peggio delle bestie”.

Proprio noi, che abbiamo creato confini per distruggerli qualche anno dopo. Quando ormai questi confini avevano cambiato tutto e niente era più come prima.

Note bibliografiche:

(1) Piero Zanini, Significati del confine, Bruno Mondadori Editore, Milano, 1997, pp. 10-15

Gian Paolo Gri, (S)confini, Quaderni del Menocchio, Montereale Valcellina, 2000

(2) Giorgio Valussi, Il confine nordorientale d’Italia, Lint, Trieste, 1972, pp. 195-200

(3) Paolo Petricig, All’ombra del Tricolore, Lipa Editrice, San Pietro al Natisone, 1997

Naz, Gli anni bui della Slavia, Società Cooperativa Editrice Dom, Cividale del Friuli, 1996

(4) Lucia Debegnach, Prepotto: Storia di una terra di confine, Comune di Prepotto, 2004

9 thoughts on “Articoli

  1. My grandfather left the village of Ciubiz at the turn of the century. I do not read Italian, so I had to try to read the translated version. From what I can gather from the bad translation, it looks very interesting. I was able to explore the area about 10 years ago when I worked in Ljubljana.

    We have relatives in Kanal and Melinki. My grandmother was a Bordon. Many of the people in the valley moved to a place in the US called Hibbing, Minnesota.

    It’s all very interesting. I google Ciubiz often to see what new information is there. i wish I could read your article thoroughly in English.

    Thank you.
    Regards,
    Carol Chubiz

  2. Per Fulvio. Tutti gli articoli che trovi in questo blog sono miei. La rivista o giornale in cui sono usciti e l’anno di pubblicazione sono indicati al principio di ogni articolo.

  3. mi sono maledettamente innamorato di questa valle e dello judrio.guardando questo confine,penso: quante storie ha da raccontare?.sarei grato se qualcuno mi sa dare notizie di libri e articoli. ps:anche storie di finanzieri e guardie di confine. grazie.

  4. Mi è piaciuto molto leggere tutti gli articoli, sono scritti molto bene. Ma c’è una cosa che vorrei precisare, al centro studi Podresca arrivano persone da tutta Italia per partecipare ai corsi di studio e formazione che vengono fatti li, studi riconosciuti dall’ONU di New York…
    Ia struttura viene usata per questi corsi o per meeting giovani e quindi nn ci abita qualcuno, ma viene molto usata.

    • Caro Peter, grazie del commento e della puntualizzazione. Al tempo in cui scrissi l’articolo le informazioni sul centro Podresca erano quasi del tutto assenti, almeno a livello locale. Mi compiaccio nel sapere di una sopravvenuta apertura verso il territorio.

      • Si, comprendo, comunque ora cercando su internet si trovano molte più informazioni, il sito ufficiale viene continuamente aggiornato.
        Complimenti ancora per gli articoli.

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