In prigione per Daspo. Lo “strano” caso di Alessio Abram

Sul momento non volevo crederci. Più semplicemente, non capivo le ragioni di quello che mi si presentava come un fatto. Un uomo di 48 anni condannato a cinque anni di carcere per aver mancato di recarsi a firmare in questura per il Daspo. E’ la storia di Alessio Abram, anconetano, piuttosto noto a chi si occupa di diritti dei migranti e di sport. È tra i fondatori della Polisportiva Assata Shakur e da molti anni impegnato nel rendere lo sport un ambito inclusivo e aperto alle diversità. Daspo sta per Divieto di accedere alle manifestazioni sportive. Venne introdotto nel 1989 e aggiornato e modificato alcune volte fino al 2007, anno in cui vede la luce la legge che porta la firma di Giuliano Amato, all’epoca ministro dell’interno. Di lí a poco venne seguito dalla Tessera del Tifoso.

Entrambi i provvedimenti esprimono la volontà dei vari governi di affrontare il problema della violenza negli stadi con mezzi “eccezionali”. I risultati sono di fronte a tutti. Il calcio italiano continua a perdere spettatori al punto che la Serie A è ormai il quinto campionato al mondo per numero di spettatori, dietro Germania, Inghilterra, Spagna e Messico. Fino a venticinque anni fa era al primo posto. La Francia ha ormai quasi la stessa media di spettatori dell’Italia ed è possibile che presto la superi. Continua a leggere

La cittadinanza sportiva non è un gioco

Max Mauro, Il Manifesto, 18 ottobre 2016

Il tema delle discriminazioni in ambito sportivo è rimasto a lungo al margine dell’interesse di chi si occupa dei diritti dei migranti. Con poche eccezioni, in linea con una tradizione culturale particolarmente fertile in Italia, e che travalica gli orientamenti politici, attivisti, sociologi, giornalisti, hanno considerato lo sport un mondo a parte, che non si relazione con la società e i suoi problemi. È difficile altrimenti spiegare come le ripetute dichiarazioni razziste e omofobe del presidente della FIGC Tavecchio non abbiamo portato alle sue dimissioni. Pur di fronte ad una inedita squalifica da parte sia dell’organo di governo europeo del calcio (UEFA) che dell’organo di governo mondiale (FIFA), Tavecchio è rimasto al suo posto, che ricopre tuttora. Continua a leggere

Dal catalogo delle edizioni AR di Franco Freda spunta una pediatra friulana

La casa editrice AR (“AR” inteso come la radice di “ariano”) non è una casa editrice come le altre. Nell’aprile del 2012, il sindaco di Roma Gianni Alemanno si trovò in grave imbarazzo quando si venne a sapere che i suoi uffici avevano autorizzato la presentazione di un libro edito dalle edizioni AR in una sala del municipio. Alcuni organi di informazione segnalarono la cosa ed Alemanno fu costretto a cancellare l’iniziativa, ammettendo in una nota che l’autorizzazione era stata concessa “ignorando la matrice ideologica di questa casa editrice, contraria ai principi sanciti dalla Costituzione”. Insomma, se un politico orgoglioso della sua formazione neofascista giunge a questo, c’è qualcosa di strano.

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Il generale nero: una storia italiana

Layout 1

Mauro Valeri continua la sua personale preziosa ‘missione’ di scandagliare ed esporre alla luce la grandemente ignorata storia dell’Italia multietnica e multirazziale. Dopo aver raccontato la vita di Leone Jacovacci, pugile meticcio degli anni venti e trenta dello scorso secolo, del partigiano Alessandro Sinigaglia, figlio di un afro-americana e di un italiano, e del calciatore Mario Balotelli, nel suo ultimo libro Valeri si dedica ad una storia individuale che esplora gli eventi della prima guerra mondiale e del fascismo da un prospettiva originale. Come il camminatore al margine cantato dai Fugazi, Valeri si posiziona ai margini della scena per coglierne con più chiarezza gli eventi. Il ‘margine’, in questo caso, è il ruolo degli afro-italiani nei primi decenni della Repubblica e in particolare nella prima guerra mondiale. Domenico Mondelli, il protagonista del volume edito da Odradek (Il generale nero. Domenico Mondelli: bersagliere, aviere e ardito, 2015) può vantare diversi importanti primati, ma dubito che tra i lettori ci sia qualcuno che ne sia al corrente. A scuola nessuno ci ha parlato del primo, e unico, generale di corpo d’armata nero. O del primo aviere nero nella storia dell’aviazione  militare mondiale. Un nero italiano. La scuola, questa fucina di omogeneità e immaginario unificante al soldo del mito nazionale, non ha tempo per esperienze discordanti dallo spartito ufficiale. Lo stesso si può dire dei mezzi di comunicazione popolari: la televisione, il cinema, la letteratura. Eppure Domenico Mondelli, come Leone Jacovacci, è portatore di una storia che incarna le caratteristiche di eccezionalità e di originalità che fanno di una storia una storia avvincente. Fino ad ora, tuttavia, nessuno ne ha parlato.

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Il senso del lavoro – pt. 2

Continuo questa mia riflessione a mo’ di elzeviro sul senso del lavoro. Ho pensato che quanto scritto nella prima puntata era un richiamo inconscio a qualcosa che avevo pubblicato circa un anno fa sul mio blog. Forse i miei pensieri si rincorrono, ma sta di fatto che il tema era lo stesso, e le (amare) conclusioni, simili. Immagino che alla maggioranza dei lettori della Bottega* quel mio contributo preliminare sia sfuggito (!); in ogni caso, trovo utile riproporlo allacciandolo a quanto abbozzato la scorsa settimana. Ho fatto dei piccoli aggiustamenti editoriali, ma il contenuto è lo stesso. Nel prossimo appuntamento (probabilmente conclusivo) affronterò il tema della precarizzazione del lavoro nell’università e le implicazioni che questo processo ha per il ruolo del docente, educatore, e perché no, mèntore.

Il moderno sfruttamento salariale in chiave tecnologica

Alcuni giorni fa sono saltato sulla sedia leggendo un piccolo articolo di Repubblica.it che trasudava bugia fin dal titolo: “Il lavoro Usa centra le attese: creati 223mila posti ad aprile”. Da espatriato o emigrato che dir si voglia, anche se i termini non sono equivalenti, mi piace tenermi informato su quello che succede nel paese che mi ha cresciuto e aiutato a diventare quello che sono. Spesso, però, leggendo le notizie da una prospettiva rifratta dalla distanza, ne traggo sensazioni discordanti.In questo caso, non ho potuto fare a meno di pensare all’articolista che ha compilato l’articolo e possibilmente scritto anche il titolo. Si è chiesto cosa significa “posto di lavoro” oggi negli USA e in altri paesi di capitalismo rampante come la Gran Bretagna? Si è chiesto il significato di “lavoro” in una società di quel tipo? Che messaggio vuole trasmettere (beh, questo è piuttosto esplicito e Hollywood non potrebbe far di meglio, di questi tempi)?

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Camicia patriottica

Il nostro amico L., canadese, l’altro ieri indossava una camicia a quadretti con una combinazione di colori che vagamente rammentava quella della bandiera britannica. Lui ci tiene a sottolineare che il richiamo è molto vago, ma tant’è. ‘Il rosso è più un marrone che un rosso, il blu poi è sul violetto, e c’è anche del giallo, ma magari non si nota. Insomma, è molto distante dai colori della Union Jack’, si è premurato di spiegare. Nulla ha potuto la sua auto-difesa contro l’entusiasmo di una vecchina che, incrociandolo all’ingresso del supermercato, si è complimentato per la sua camicia ‘patriottica’. Ha detto proprio così, ‘camicia patriottica’.  L’amico canadese, che purtuttavia possiede anche la cittadinanza britannica, è rimasto allibito. Mai avrebbe accostato la sua amata camicia ai sentimenti patriottici di un qualunque paese, men che meno all’impero che per lungo ha tenuto sotto scacco mezzo mondo, incluso il suo paese di origine. Forse era il giorno sbagliato per indossarla, visto che cadeva il genetliaco della regina, ma lui non lo sapeva. A chi importa il compleanno della regina? No, purtroppo c’è gente a cui importa. E non è solo folclore, come molti vorrebbero continuare a pensare, magari influenzati dalle voci critiche autoctone, un tempo numerose…in fondo, questo è il paese che ha prodotto il nostro amato punk, o quasi… Tutto il can can su Brexit e il radioso futuro al di fuori dell’Unione Europea fa ottima presa sul popolo di diverse estrazioni che vuole pensarsi importante. Io non possiedo la tv ma quando mi capita di vederla, come mi è successo alcuni giorni fa in un albergo, rabbrividisco all’insularità dei suoi contenuti. Ho passato venti minuti a scandagliare i canali disponibili per avere conferma che sì, tutti i film (o si chiamano fiction?) e i programmi proposti erano prodotti nazionali, con protagonisti bianchissimi e accenti il più delle volte del sud dell’Inghilterra, in barba alla società multietnica e alla ricchezza del multiculturalismo. Ma questa pare essere tendenza diffusa in molto nord Europa, basta guardare quello che accade in Olanda, in Danimarca… Brexit? Mah.

Il senso del lavoro

Qualche tempo fa ho visto un film di Elio Petri che, colpevolmente, non avevo visto prima. ‘I giorni contati’, uscito nel 1962, è il secondo film diretto dal regista romano che negli anni si farà un nome con film di impronta politica come ‘La classe operaia va in paradiso’ e quello che è considerato dai più il suo capolavoro, ‘Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto’. ‘I giorni contati’ non è un film di taglio politico, se per politica si vuole intendere la presa di posizione nel dibattito contemporaneo. E’ un film esistenzialista come possono esserlo i primi film di Wim Wenders, dove il protagonista si pone delle domande su stesso, sul senso della sua vita e su quella dei suoi simili.

Al centro del film è la storia di un uomo di mezza età che, da un giorno all’altro, lascia il lavoro di idraulico nella Roma dei primi anni sessanta e cerca di immaginare come è la vita al di fuori dal lavoro. Quante cose mi sono perso? Quante cose si possono fare? E’ un film semplice nella struttura, e nella semplicità risiede la sua forza. Forse toccando un tasto sensibile, in tempi di esistenze disoccupate e precarizzazione pervadente, mi ha fatto riflettere sul senso del lavoro. Tra qualche anno, mi vien da pensare, la maggioranza delle persone che vivono nell’Occidente ossessionato dai tagli alla spesa pubblica e dalla ‘crescita’ si troverà a riflettere che, sì, esisteva un tempo in cui le vite erano definite dal lavoro. Già oggi questo è un privilegio riservato a una minoranza. Molti che un lavoro ce l’hanno non sanno per quanto a lungo potranno avercelo. Altri che godono di maggiore stabilità occupazionale spesso fanno qualcosa che non gli piace, un’occupazione di ripiego.

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