Diario chiude

Diario sarà in edicola per l’ultima volta il 7 settembre. Anche se tra qualche tempo potrebbe tornare da quincinale, come annunciato dall’editore, è chiaro che un’esperienza si chiude. E’ una brutta notizia per il giornalismo italiano. Diario ha rappresentato per undici anni uno spazio dove praticare il giornalismo senza condizionamenti che non fossero quelli del capire, dell’interpretare e del raccontare. Da lettore la mia prima sensazione fu che in un periodo in cui i due storici settimanali italiani (Panorama e l’Espresso) erano diventati per ragioni diverse poco interessanti e talvolta proprio illeggibili, Diario offriva un sguardo curioso, obiettivo, appassionato sul mondo. Non è cosa da poco, soprattutto in un paese dove la politica dei partiti e degli schieramenti di solito impantana tutto. Ho pubblicato il mio primo articolo su Diario verso la fine del 1999 o al principio del 2000, adesso non ricordo. Da quel momento Diario è stato per me come una palestra, dura magari, perché poteva capitare che un’inchiesta concordata non trovava la via per la pubblicazione, ma le soddisfazioni e le cose imparate sono state molte.

Sulla rete e sui giornali ci sono diversi commenti su questo evento. Ne segnalo uno, dal blog di Maurizio Campisi:

“Diario chiude. Libero continua a pubblicare spazzatura. È la fotografia dell’Italia di inizio secolo”.

 

 

 

 

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Corrente alternata

Questo blog prosegue a corrente alternata. Negli ultimi giorni la Ford Fiesta Cayman Blue classe 1995 e 206mila km sul groppone ci sta portando in giro per la Germania alla ricerca di storie migranti. Fa il suo dovere ma oggi la mia distrazione e la fretta hanno provocato la rottura del vetro posteriore..collassato al contatto con il porta bici montato (forse) un po´ avventatamente. Scheisse, direbbero qui. Addio vetro posteriore, tempo e soldi persi e ritardi conseguenti al piano di lavoro e pure ai desiderati aggiornamenti del blog. Varie cose meriterebbero raccontate, a cominciare dalla storia di un uomo che dichiara di essere “nato straniero”, e non poteva essere altrimenti. Da un giorno all´altro si e´trovato da studente eccellente presso l´accademia militare di Kiev, rappresentante della Yugoslavia socialista nell´impero sovietico, a cittadino italiano con in mano solo una valigia e molta confusione in testa… Ok, a presto. Ciao

Pronto, c’è l’Impero?

Chiunque abbia visto il documentario di Spike Lee “When the levees broke” si sarà reso conto in che condizioni si trovi quel paese che da un po’ di anni si è preso in carico i destini del mondo (siamo alla ricerca di chi gli avrebbe chiesto un tale impegno). I ritardi e le disfunzioni dei soccorsi, i superstiti lasciati su di un’autostrada per giorni senza cibo né acqua, i corpi abbandonati nelle case per mesi: immagini da un paese sottosviluppato, e mi scusino tutti i paesi inseriti d’ufficio in questa brutale categoria burocratico-politica. Guardando il documentario istintivamente ho pensato al terremoto del Friuli. Solo perché è l’evento più drammatico di cui ho avuto diretta percezione. In quegli anni – 1976 – non c’erano telefonini, computer, reti satellitari ultrapotenti, ma la mobilitazione dei soccorritori fu più rapida ed efficiente. Il discorso sarebbe lungo e ho poco tempo. Ho richiamato alla mente a quello che Lee ha voluto farci vedere dopo l’ultima “disgrazia” in miniera accaduta nell Utah, con 9 morti tra minatori e soccorritori. L’unico altro paese da cui riceviamo notizie simili negli ultimi anni è la Cina. Non aggiungo altro.

L’ultima considerazione per oggi prende dentro le altre due, si tratta del macello finanziario e sociale legato al fenomeno dei sub-prime negli Usa, che ha mandato in tilt tutte le banche europee di riflesso al mercato leader nordamericano e sconquassato il circo delle borse. Ho capito cosa sono i sub-prime e come hanno ridotto milioni di persone sul lastrico leggendo questo articolo publicato da carmillaonline.com, ma ne ho avuta comprensione più intima e concreta leggendo questo reportage nel sito della BBC. Da brividi.

Non so se c’entra ma stanotte ho deciso di interrompere la lettura di “American Pastoral”, di Philip Roth, è noioso e irritante. Sono arrivato a pagina 149.

Il prossimo post sarà di svago (Bibi ride, non so svagarmi, dovrei staccarmi da me per farlo, uff).

 

 

 

CICLOMUNDI – Festival del viaggio in bicicletta

Bene, finalmente inauguro la categoria “Bici” in questo blog. Ne parlerò via via cercando di interessare il lettore sui problemi della mobilità contemporanea, nelle città ma non solo, dei tempi della quotidianità, delle modalità in cui viviamo e immaginiamo i luoghi, ma soprattutto vorrei incuriosire qualcuno (magari tutti!) sull’esperienza del viaggio in bicicletta. E’ un viaggio come nessun altro e va fatto, non importa dove, non importa quanto lungo, non importa con che tipo di bici. Dall’alto (ah ah) del mio minuscolo piedistallo di Chatwin su due ruote vi invito quindi a CICLOMUNDI, primo Festival del viaggio in bicicletta, che si terrà a Portogruaro (Ve) il 15 e il 16 settembre prossimi. E’ il miglior modo per scoprire questo mondo o, per chi ha già fatto esperienza, per saperne di più.

*Nel programma che è circolato nelle scorse settimane c’era anche il mio nome, ma putroppo in quei giorni non posso allontanarmi dal paese di Fassbinder e degli Einsturzende Neubauten (ma non era quello dei wurstel e della birra?!!). Mi dispiace per gli amici – nonché miei editori – di Ediciclo che mi avevano invitato e di non poter incontrare altri cicloviaggiatori e amici on the road. Alla prossima!

Ecco la presentazione del Festival:

“Ediciclo Editore, casa editrice con sede a Portogruaro (Ve), specializzata nella pubblicazione di libri sul mondo della bicicletta, in occasione del compimento di 20 anni di attività, organizza un festival dedicato ai viaggi in bicicletta, esplorazioni del mondo con un mezzo che ben si presta alla riflessione, all’introspezione, al contatto con la natura, agli incontri con le popolazioni dei territori attraversati.

La manifestazione, denominata CICLOMUNDI, inserita nella Settimana Europea per la Mobilità Sostenibile, ospiterà numerosi viaggiatori a pedali che racconteranno le loro esperienze di viaggio in varie nazioni, illustrate anche con l’ausilio di materiale audiovisivo. Sarà l’occasione per confronti tra viaggiatori, per cercare partner di viaggio, per promuovere modalità di viaggio lento che stanno prendendo sempre più piede.

CICLOMUNDI ha il patrocinio del Comune di Portogruaro, della FIAB e dell’ANCMA ed è gemellato con il “Festival du voyage a vélo” di Parigi giunto alla sua XXIII edizione, organizzato dall’Associazione Cyclo Camping International”.

Il sito del Festival: http://www.ciclomundi.it

Il mio nuovo amico tedesco

Il mio nuovo amico tedesco è un pazzo. Ho deciso che siamo diventati amici dopo che si è messo a mimare “La Linea”, il mitico cartone animato che negli anni settanta pubblicizzava le pentole Lagostina, di fronte all’ingresso del supermercato da cui ero appena uscito in tutta fretta proprio per evitarlo, visto che mi aveva incontrato alla cassa e voleva attaccare bottone. Il mio nuovo amico tedesco è alto, grosso, ha pochi capelli molto rasati e delle folte basette che scendono giù lungo il viso fin quasi a lambire la bocca. Se ride forte, ma non oso immaginare la sua faccia mentre ride forte, sono sicuro che le basette gli finiscono in bocca. Il mio nuovo amico tedesco non è un nazi skin, nemmeno un semplice skin, anche se le sue caratteristiche fisico-estetiche lo renderebbero un modello ideale per quelle stirpi (mi scusino gli skin di sinistra per la superficiale assimilazione esclusivamente estetico-formale ai loro alter eghi demoniaci). Il motivo che toglie brutalità alla sua fisiognomica è innanzitutto la polo color giallo canarino, decisamente improbabile per uno skin di ogni latitudine. Alla polo si abbina un pantalone della tuta un po’ lasco, flaccidoso a dir poco. Ma è lo sguardo l’elemento decisivo. Uno sguardo pacioso da eterno ultimo della fila, quello che dopo aver fatto la coda in banca per due ore giunge allo sportello e trova il cartello “chiuso” e l’unica reazione che ha è un sorriso, un po’ imbarazzato, un po’ ebete ma sempre un sorriso. “Mah”, sembra voler dire dietro il sorriso. Invece non dice niente e se ne va, solo coi suoi pensieri come era arrivato.

Il mio nuovo amico tedesco non farebbe male a una mosca. Eppure a prima vista fa paura, forse anche a una mosca, che come si sa è un insetto volante che non teme niente e ronza fastidiosamente anche attorno ai testicoli dei terribili bufali cornuti della steppa. Mentre sceglievo i cetrioli dal banco delle verdure mi ha chiesto se sono uno studente. Non ha aspettato la risposta, mi ha chiesto subito che cosa studio e da dove vengo. Forse temeva una risposta secca – un no – alla prima domanda così ne ha fatte subito tre per far durare un po’ di più la conversazione. E’ un maniaco, ho pensato. Ma sono con una donna, l’ha vista, facciamo la spesa assieme. Sì, l’ha vista e ha continuato a fare domande. E’ proprio un maniaco. Nessuno che abbia meno di 80 anni in Germania ti fa domande simili. Solo un giovane pazzo può farle.

Il nostro primo incontro si è chiuso col silenzio, nostro, e un’avvicinamento anticipato alla cassa. Ce ne siamo andati un po’ scossi.

Al secondo incontro sono arrivato più rilassato. Dopo aver letto le notizie dei giornali italiani online nulla può farmi paura, mi son detto in risposta al pensiero di reincontrare il falso skin in mutandoni e maglietta super yellow. Lui c’era. Ha atteso che uscissi dal supermercato e mentre caricavo la spesa sulla bici, sapendo che non potevo muovermi troppo e nemmeno troppo velocemente, ha attacato bottone. “Non mi ricordo bene, lei è studente?”, ha detto. Ho alzato gli occhi dalla borsa che non voleva stare sotto le cinghie e ho incrociato lo sguardo dell’ultimo della fila. Ho sorriso. Ho detto no, anche se glielo avevo detto anche l’altra volta. Lui ha cominciato a chiedere altro, sempre utilizzando un signorile “Lei”. “Italia? Adoro le canzoni e i film di Adriano Celentano. E Passolini, Passolini, toll (traduzione: grande)”. Io ero spiazzato e un po’ allucinato, con le mani ancora infilate nelle cinghie ho fatto finta di dire qualcosa ma non l’ho detto e lui ha continuato il suo monologo.

E’ a questo punto che il mio nuovo amico tedesco ha citato “La Linea”, la geniale striscia creata da uno di quei personaggi creativi che l’Italia un tempo produceva ma oggi non più, Osvaldo Cavandoli. Di fronte alla mia sorpresa per questa citazione, il falso skin dalla polo gialla e lo sguardo pacioso si è messo a mimare “La Linea”. Un trapezista obeso che cammina sul filo immaginario ondeggiando come il personaggio della striscia, nel piazzale di fronte al supermercato, io a guardarlo con la bici in mano e un junkie disteso poco dietro a chiedere l’elemosina (forse) anche lui rapito dallo show.

Il mio nuovo amico tedesco si chiama Sebastian.

Idiozie a Bologna

 

 

A Bologna la giunta del condottiero Cofferati ha deciso che i negozi che vendono alimentari debbano chiudere alle 21. La norma tocca direttamente (ed esclusivamente) quei piccoli negozi a me molto cari, come quello del signore indiano di cui ho parlato nel precedente post. A Bologna la polemica attorno ai “pakistani”, così li chiamano in città perché sono soprattutto pakistani a gestirli, ha diviso ancora una volta i partiti che sostengono la giunta. Non entro nella diatriba politica, faccio un paio di riflessioni-commenti sul caso che secondo me è estensibile a molte altre situazioni in Italia e non solo. Un articolo è linkato.

Avere negozi che vendono alimentari e beni di prima necessità aperti in orari notturni, possibilmente a tutte le ore, non è uno sfizio da studenti fancazzisti o fricchettoni con l’orologio biologico sballato. In una società – come sono irrimediabilmente quelle in cui viviamo – dove i lavori sono sempre più irregolari e precarizzati, dove si fanno due o tre lavori contemporaneamente per sopravivvere, i tempi della “giornata” non sono quelli classici dell’impiegato o dell’operaio. Chi deve consegnare la grafica per un libro o il comunicato stampa di una mostra; chi deve sistemare un computer o montare un video; chi insomma lavora a “ritenuta d’acconto” o con altre modalità occasionali (frequente quella “in nero”) trova molto utile poter scendere alle dieci di sera e comprare quello che non ha avuto tempo di comprare prima. Questi negozi sono la risposta spontanea dell’economia (cazzo l’economia! questa è l’economia vera non i giochi da deficienti che si fanno in borsa) alle trasformazioni della società. Se c’è un’esigenza perché bloccare chi vi dà riposta?

Altro tema, suggeritomi dalla Bibi, è quello della sicurezza. Chiunque abbia vissuto per qualche tempo in una grande città sa quanto sia confortevole e rassicurante vedere la luce accesa del negozio all’angolo quando rientra da solo la notte. Questo vale soprattutto per le donne, ma è un valore in sé che solo un idiota o un politico con la testa insabbiata non riesce a capire. Il fatto che ci siano dei negozi aperti rende la città più “sicura”, qualunque cosa questo voglia dire, e senza bisogno di uomini mascherati (leggi in divisa) in giro.

Il micromondo perfetto del negoziante indiano

Ho capito a cosa serve questo blog, a mettere un po’ di ordine nella mia testa. In fondo scrivere ha sempre avuto questo effetto terapeutico (stavo per scrivere apotropaico ma mi sono pestato il dito con un martelletto che tengo all’uopo sul tavolo accanto alla tastiera). Scrivere non è altro che cercare di organizzare quello che succede nella mia testa. Ma è una ricerca illusiva, alla fine ciò che rimane è una sfuggevole sensazione di stabilità che sfuma non appena la parola ha preso la sua strada e tanti saluti, chi la vede più….l’illusione è ancora più intensa (e quindi ancor meno efficace lo sforzo) se l’oggetto della scrittura sono storie di estranei, fatti accaduti nelle vite di altri, perfetti sconosciuti che si lasciano conoscere solo per quel po’ che serve al racconto della loro storia, o un piccolo frammento della loro storia.

Così si torna intevitabilmente al torcibudella, alla pressione delle decisioni che la giornata – ogni giornata – impone. Che fare? C’è il peso della storia a schiacciarci, della troppa storia che vogliamo portarci dietro a impedirci di vivere, diceva Nietzsche nella seconda delle sue Considerazioni inattuali. Eppure proprio quella storia, tutta la storia, ci dà sicurezza, è per quello che la desideriamo e ne coltiviamo la memoria. Uff.

Sarebbe meglio che raccontassi dell’indiano che ha la sua bottega di fronte a casa nostra. Sarebbe divertente riflettere sul micromondo dove passa le sue giornate. E’ un mondo sferico, perfetto, il suo. Ci sono gli scaffali pieni di prodotti colorati e sempre nuovi, marche di tanti paesi diversi, mille percorsi di globalizzazione spicciola intrecciati che soddisfano la curiosità. C’è la tv che rimanda programmi in qualche lingua dell’India, sarà hindi? O mogul? O tamil? Uno giorno glielo chiedo. Quel giorno gli chiedo pure se mi prende con sé a a lavorare, voglio anch’io stare dentro quel micormondo sferico. Voglio vivere la sua vita. La sua vita come la vedo ogni volta che entro nel suo negozio. No, non voglio sapere nulla di più, non deve raccontarmi di sua figlia (o è una nipote? Il suo tedesco è troppo povero e alla fine dice “ragazza” ma ha circa 60 anni e dubito abbia una fidanzata ragazza, per di più in Italia), non devo sapere che qui in Germania non ha amici e che si incontra con tre suoi connazionali al parco ogni sabato pomeriggio, quando c’è suo fratello a dargli il cambio. Non voglio altre informazioni, basta con la storia, la sua e anche la mia. Voglio solo entrare in quel piccolo mondo che sa di sottosopra planetario: musica e volti indiani, giornali e birre tedeschi, succhi di frutta inglesi (sì inglesi, per di più colorati come nessun altro), datteri marocchini, biscotti polacchi… è quello che mi serve per mettere ordine nelle cose, un micromondo semplice e ordinato di tanti piccoli tasselli colorati che raccontano storie diverse. No, ancora storia. Che fare?