Patagonia controvento libro del mese

Il sito Emozioni&Avventura ha scelto Patagonia controvento quale libro del mese (di febbraio). Ok, siamo ormai alla fine di febbraio ed è un po’ tardi per avvisarci, diranno i lettori più pignoli. Si fa quel che si può, risponde il custode di questo cortile digitale.

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Kracauerplatz

Cose che non ti aspetti. Nel corso del mio ciclo-viaggio letterario per le strade di Berlino in compagnia del prof K (alias Siegfried Kracauer), mi ero permesso di segnalare l’inspiegabile dimenticanza della città nei confronti di un intellettuale che molto di significativo aveva scritto su di essa. A distanza di qualche tempo dall’uscita del libro (settembre 2009), è stata finalmente colmata questa lacuna. Non solo a Segfried Kracauer (e a sua moglie Lili) è stata dedicata una tabella commemorativa, ma si è andati oltre con la titolazione di una piazza. Ne sono ovviamente felice, e credo anche il prof K, che simpaticamente aveva accettato la mia proposta di accompagnarmi con l’Atala del nonno Olvino in alcune esplorazioni urbane. La nuova piazza Kracauer si trova a Charlottenburg, nei pressi dell’ultima casa abitata da Kracauer a Berlino prima dell’esilio. Una curiosità: la tabella è stata apposta al numero 35 di Sybelstrasse, mentre le fonti fino ad oggi disponibili indicavano che Kracauer avesse probabilmente vissuto più a lungo in altre due case nello stesso quartiere (un vero nomade urbano!). I promotori dell’iniziativa in ricordo di Kracauer assicurano di aver fatto delle ricerche specifiche e di essere certi che questa è l’ultima casa berlinese del nostro prof K. Sia quel che sia, l’edificio di Sybelstrasse ha maggiore pregio storico e architettonico e la tabella sta meglio qui.

Mi vendi le scarpe?

Nell’estate del 2001 ho viaggiato attraverso l’Uganda con l’amico Jess. Il viaggio era una sua idea, voleva incontrare alcune persone impegnate nella lotta contro l’Aids, in particolare un ex funzionario pubblico che con i soldi ricevuti da una ong statunitense aveva aperto uno sportello per promuovere le posizioni dei “dissidenti dell’Aids“. Facendo un backup al computer ho ritrovato questo racconto sepolto in un’anonima cartellina. Buona lettura.

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Peter ha una bicicletta nuova fiammante, per quanto può apparire nuova una bici nelle polverose strade dell’Uganda. Freni a bacchetta, campanello grande come una mela, perché per fare spostare una mandria di mucche dalla strada ci vuole una certa potenza di suono, sella imbottita, cuscino sul portapacchi per il passeggero. E’ un ottimo mezzo di trasporto individuale, la bicicletta, ed è anche l’unico in circolazione da queste parti. Per un ragazzino di tredici anni è un bene di invidiabile ricchezza, ma sull’altopiano del Monte Elgon, a millecinquecento metri sul livello del mare, deve essere anche piuttosto faticosa da portare. L’unica strada che attraversa l’altopiano è una ripida e lunga salita. Un’impresa edile di Sarajevo, la Put Construction Entrerprise, sta lavorando per allargarla e asfaltarla utilizzando maestranze locali e tecnici europei. Orario di lavoro: dalle sette alle sette. Lo so perché il cantiere base è vicino al bungalow dove dormiamo.

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L’immigrato vedo e non ti vedo

La campagna elettorale attualmente in corso nell’isola annuvolata offre due spunti di riflessione, concatenati. Il primo è che, differentemente dalla generalità dei paesi dell’Europa occidentale, in Irlanda il tema immigrazione non è utilizzato per far cassa. Non ci sono partiti di destra che prendono gli immigrati come capro espiatorio di tutti i problemi della società e che come manovra taumaturgica ne prevedano la riduzione, la reclusione, l’eliminazione politica, economica o finanche fisica. Fino a qui l’osservatore tira un sospiro di sollievo. Il panorama politico irlandese è schiacciato al centro e vede 5 o 6 formazioni politiche sgomitare per richiamare l’attenzione dell’elettore medio. Per fare ciò non cercano colpi ad effetto, dicono più o meno tutti le stesse cose ma cercano di usare parole e stili diversi per dirle. Annunciano tagli agli stipendi dei parlamentari e dei dipendenti pubblici, interventi per richiamare nuovi investitori stranieri, tagli alla sanità e alla scuola, bastonate alle banche (in campagna elettorale si può tutto). Una cosa unisce i partiti, nessuno escluso: l’autoreferenzialità patriottica. Tutti vogliono il bene dell’Irlanda, che è fatta di brava gente e merita un futuro radioso e non ha colpe per quello che succede o è successo.

Proprio su questa caratteristica, l’autoreferenzialità patriottica, si innesta il secondo punto di riflessione. Dai messaggi elettorali sembra che i maggiori protagonisti del boom economico dello scorso decennio, cioè gli immigrati, non esistano. E’ sorprendente il modo in cui nessuno dei partiti in corsa si ricordi del fatto che circa il dieci per cento della popolazione è composta da immigrati, un certo numero dei quali ha diritto di voto, avendo acquisito la cittadinanza di questo paese. E’ un problema di rappresentazione e di cultura. L’Irlanda non riesce a vedersi diversamente da come, da sempre, si rappresenta. L’immigrato, soprattutto quello di colore, è altro. Non c’entra. Il suo è un contributo accessorio e dispensabile. La situazione viene espressa esemplarmenta da un attivista per i diritti dei migranti, Fidèle Mutwarasibo, cittadino irlandese dal 2003, che ha dichiarato all’Irish Times: “Sono molto impegnato politicamente e ho tutta l’intenzione di votare a queste elezioni. Però, quando incontro rappresentanti dei partiti che fanno propaganda casa per casa vengo ignorato perché non rientro nel loro stereotipo di quello che sembra e suona irlandese”.

Pur avendo richiamato e assorbito consistenti numeri di immigrati, l’Irlanda non si è dotata di una legge organica sull’immigrazione. Negli anni sono stati attuati interventi estemporanei dai risvolti spesso contradditori, come il referendum per “ridimensionare” il diritto di cittadinanza per i bambini nati nell’isola, che in pratica mantiene in certi casi il diritto “jus solis” per il bambino ma non può essere trasmesso al genitore. Questo fa si che, come è successo recentemente, l’espulsione di un genitore può portare anche alla espulsione del bambino, che è un cittadino irlandese! Un’altra zona grigia è quella dei richiedenti asilo, che possono aspettare 5, 6, o più anni anni prima di avere risposta alla loro domanda. Nel frattempo vivono in centri di accoglienza e ricevono Euro 19.90 a settimana (cifra bloccata dal 2001). Ovviamente non possono lavorare. Vivono in un limbo senza riferimenti. Anche se i partiti non ne fanno apertamente uso, i sentimenti anti-immigrati sono diffusi. Il razzismo è un problema emergente, e non si fa fatica ad accorgersene. Dal padrone di casa che ti dice che dall’Africa sono arrivati decine di migliaia di ruba-sussidi, al tassista che tranquillamente ammette di non sopportare i neri, agli allenatori di calcio giovanile che non sanno distinguere tra un insulto razzista e un insulto generico.

Le avventure di Sparta – La bici illegale

Penso di capire come si sente un vestito esposto in ventrina allo sguardo dei passanti. L’altro giorno scendo dall’autobus al rientro da una delle mie ormai note esplorazioni suburbane, e mi metto ad armeggiare con il portpacchi della bici. La bici era legata ad un palo e prima di slegarla volevo fissare al portapacchi la mia borsa. Per fare ciò avevo estratto l’utilissima corda elastica con due ganci ai suoi estremi (prodotto quasi introvabile in Irlanda, pare sia ritenuto pericoloso, almeno così ha detto un commesso di ferramenta!). L’impresa prendeva del tempo, sarà stata la pioggia o il vento, di certo ero un po’ impacciato. Forse è per questo che ho attirato l’attenzione di un quartetto di turisti di mezza età. Tedeschi. Uno dice, come fai a sapere che erano tedeschi? Lo dico perchè il turista tedesco, o il semplice viaggiatore tedesco, indossa (quasi) esclusivamente giacche marca Jack Wolfskin. Fateci e caso e poi mi direte. Tempo fa un’amica berlinese si è avventurata nel Galway e recatasi in un Bed and Breakfast è stata accolta dalla proprietaria, mai incontrata prima, con questa frase: Da che parte della Germania viene? Come fa a sapere che vengo dalla Germania senza nemmeno che apra bocca?, risponde la mia amica, incredula. Tutti i tedeschi indossano quella marca di giubbotti!, chiosa l’irreprensibile oste.

Insomma, le due coppie tedesche mi osservano mentre armeggio sulla bici. Mi giro e vedo che in realtà sono solo i due uomini ad osservare me. O meglio, non osservano me. Osservano Sparta. Più che osservarla, la stanno fissando. Povera Sparta, deve averci fatto l’abitudine, ad essere oggetto di attenzioni speciali da parte dell’umano paese. Uno dei due tipi si avvicina e indicando il nudo manubrio di Sparta, chiede, con un marcato accento tedesco (…!): – Dove sono i freni? – Sono nel pedale, è un freno a retropedale. E’ una bici olandese, spiego. Il tipo mi guarda poco convinto, poi sbotta: ma in Germania li dobbiamo avere anche davanti! Ho capito, ho a che fare con un vigile urbano in vacanza. Ne ho la conferma subito dopo. Preso dallo slancio civil-ciclistico getta lo sguardo sul fanale anteriore, cioè sul posto dove dovrebbe esserci il fanale ma non c’è, e aggiunge: E pure questo! In Germania non possiamo circolare senza il fanale. – Non so se ridere o piangere, ma mi esce solo un flebile e poco esplicativo – Ma qui siamo in Irlanda….!

Lo congedo con un sorriso. Il tipo saluta e ritorna con un viso stupefatto dai suoi compari.