Un giornalista comunista e la segregazione razziale nello sport USA

Anche chi non è attratto dal baseball o dallo sport in generale, ma coltiva almeno un pallido interesse per questioni sociali e politiche cruciali del ventesimo secolo, dovrebbe aver qualche familiarità con la storia di Jackie Robinson.  Il 15 aprile del 1947 Robinson, allora ventottenne, faceva il suo esordio nella Major League Baseball (MLB), il principale campionato professionistico di baseball degli Stati Uniti. Tesserandolo, la sua squadra, i Brooklyn Dodgers, rompeva una regola non scritta ma applicata dalla fine dell’ottocento in quello che era considerato lo sport nazionale: i neri non possono giocare con i bianchi.

Negli anni, la storia di Robinson è diventata tema di film, libri, canzoni e spettacoli teatrali. A lui sono dedicati stadi, strade, parchi e perfino un asteroide (4319 Jackierobinson). Infine, nel 1997 la MLB ha ritirato il numero 42 indossato da Robinson da tutte le squadre del campionato, la prima volta che una tale decisione è stata presa per un giocatore. Il recente caso di Colin Koepernick, escluso dal campionato di Football Americano (NFL) per le sue prese di posizione a sostegno del movimento Black Lives Matter, ci induce a pensare che molto ancora rimane da fare per l’uguaglianza nello sport statunitense, ma non c’è dubbio che la realtà per gli afro-americani era radicalmente diversa nel secondo dopoguerra.

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Cosa capiscono di calcio alla Rai?

Da Il Manifesto, 27 Dicembre 2017

Razzismo in tv. La brutale insensatezza del messaggio che alcuni commentatori del servizio pubblico diffondono

Il 13 dicembre scorso la Rai trasmetteva in diretta la partita di Coppa Italia di calcio tra Fiorentina e Sampdoria. Accanto al telecronista sedeva l’ex calciatore Eraldo Pecci, in qualità di commentatore. Sul risultato di 2-1 per la squadra ospitante, Pecci si è avventurato in una riflessione che di tecnico aveva poco, ma che rifletteva la sua visione del mondo e di come le persone ci vivono. Partendo da un errore di gioco commesso da un giocatore di origine africana, Pecci ha esposto un pensiero scioccamente razzista. Il cronista accanto a lui ha fatto finta di nulla, forse condividendolo.

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Gladio, il Partito della Nazione e il revanscismo dalle braghe corte

Alcuni giorni fa ho ricevuto nella mia casella di posta elettronica un invito alla presentazione di un libro su Gladio. L’invito era partito dal deputato del PD Giorgio Zanin, nell’occasione qualificato anche come “presidente dell’Associazione Centro di Documentazione e Ricerca sulla Guerra Fredda”. Tutti elementi di interesse, ma del libro in sé, purtroppo, si diceva poco. Nel suo messaggio, Zanin si dilungava a spiegare cos’era stata la Guerra fredda – “Una vita che ci vedeva divisi da muri, anche qui nel nostro Friuli Venezia Giulia. Muri non solo evidenti o di separazione dei confini, ma anche muri interni alla società e alla politica” – e sottolineava  che il libro “ripercorrendo le tappe di quella che è stata la storia italiana degli ultimi 70 anni, pur sviluppato sul piano della finzione narrativa, si basa su fatti assolutamente reali e documentati”. Il libro in oggetto si intitola “La strategia del gatto – Il più grande mistero italiano della guerra fredda”, scritto da Laura Sebastianutti e Franco Tosolini (Eclettica edizioni).

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Antirazzisti nella Polonia della destra clericale*

L’associazione Never Again, che monitora gli episodi di xenofobia e anti-semitismo, denuncia l’escalation degli ultimi anni: «È molto difficile contrastare il razzismo negli stadi quando le stesse autorità sportive sostengono certi atteggiamenti. Vedi il caso Zbigniew Boniek»

Max Mauro

La questione rifugiati è lo specchio della crisi culturale delle democrazie europee. Mentre l’Italia del centro-sinistra inaugura la criminalizzazione delle ong impegnate nel Mediterrano nel salvataggio di vite, alcuni paesi dell’ex blocco sovietico si rifiutano di accogliere anche un solo rifugiato. Capofila è la Polonia, dove il governo guidato dal partito Legge e Giustizia promuove apertamente ostilità verso gli immigrati e le minoranze, mentre porta avanti riforme che compromettono le basi democratiche, come la recente legge approvata dalla camera bassa che mira ad assoggettare la corte suprema all’esecutivo.

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Brexilandia #01 – Di tagli, università, e biblioteche senza libri (di carta)

Poco prima dell’estate è arrivato nella mia casella di posta una email da una delle bibliotecarie più premurose, ormai, ahimè, prossima alla pensione. Informava il personale dell’università che la direzione della biblioteca stava per prendere una decisione radicale. Dal nuovo anno accademico la biblioteca non terrà più giornali in formato cartaceo per i quali è in essere un abbonamento digitale. Un passaggio semplice, dettato dalla necessità di tagliare costi considerati superflui. La bibliotecaria presentava cifre e dati a supporto della decisione. Gli studenti non leggono i giornali cartacei, che rimangono il più delle volte intonsi sugli espositori. L’università spende molte migliaia di sterline per garantire l’accesso agli archivi digitali di centinaia di periodici.

Ho ripensato a quante volte mi è capitato di sfogliare un giornale in biblioteca negli ultimi anni, forse appena due o tre. Passo davanti all’espositore, lo sguardo mi cade su di un titolo o una foto, mi dico “ora mi fermo”, ma non lo faccio, preso dalla perenne fretta di dover fare qualcosa. E’ la dannata psicologia dell’homo economicus, costretto a credere che il suo tempo abbia sempre un valore, una dimensione produttiva. Qualcuno l’ha opportunamente chiamata “psicologia neoliberista”, ed è pervasiva come la nebbia in Valpadana nelle mattine d’inverno, e ne sono vittime anche coloro che cercano consciamente di opporvisi. Però vedere le copie cartacee dei giornali mi dà una sensazione protettiva, come di un mondo che ci appartiene e che ci ha fatto crescere e che dal quale non ci si vorrebbe mai separare.

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