Brexilandia #01 – Di tagli, università, e biblioteche senza libri (di carta)

Poco prima dell’estate è arrivato nella mia casella di posta una email da una delle bibliotecarie più premurose, ormai, ahimè, prossima alla pensione. Informava il personale dell’università che la direzione della biblioteca stava per prendere una decisione radicale. Dal nuovo anno accademico la biblioteca non terrà più giornali in formato cartaceo per i quali è in essere un abbonamento digitale. Un passaggio semplice, dettato dalla necessità di tagliare costi considerati superflui. La bibliotecaria presentava cifre e dati a supporto della decisione. Gli studenti non leggono i giornali cartacei, che rimangono il più delle volte intonsi sugli espositori. L’università spende molte migliaia di sterline per garantire l’accesso agli archivi digitali di centinaia di periodici.

Ho ripensato a quante volte mi è capitato di sfogliare un giornale in biblioteca negli ultimi anni, forse appena due o tre. Passo davanti all’espositore, lo sguardo mi cade su di un titolo o una foto, mi dico “ora mi fermo”, ma non lo faccio, preso dalla perenne fretta di dover fare qualcosa. E’ la dannata psicologia dell’homo economicus, costretto a credere che il suo tempo abbia sempre un valore, una dimensione produttiva. Qualcuno l’ha opportunamente chiamata “psicologia neoliberista”, ed è pervasiva come la nebbia in Valpadana nelle mattine d’inverno, e ne sono vittime anche coloro che cercano consciamente di opporvisi. Però vedere le copie cartacee dei giornali mi dà una sensazione protettiva, come di un mondo che ci appartiene e che ci ha fatto crescere e che dal quale non ci si vorrebbe mai separare.

L’annunciato taglio dei giornali cartacei è un segnale di sofferenza non isolato della difficile transizione delle università britanniche dopo il voto pro-Brexit. A inizio di quest’anno la Manchester Metropolitan University ha annunciato il taglio di 160 tra docenti e amministrativi. Molte altre altre università preparano l’eliminazione di corsi di laurea meno popolari, e quindi poco “produttivi”. La competizione tra università ha raggiunto perfino l’élite, le ventiquattro università riunite nel Russell Group, di cui fanno parte anche Oxford e Cambridge, che hanno abbassato i criteri di ingresso per alcuni indirizzi di studio. Secondo il Guardian, il clima di incertezza è dovuto a tre fattori: la feroce competizione tra università, Brexit, e l’introduzione da parte del governo di un nuovo sistema di valutazione degli atenei, a cui vengono attribuite controverse medaglie d’oro, argento e bronzo. E’ indubbio, comunque, che Brexit rappresenti una fonte di ansia particolare per le università. Basti pensare ai fondi di ricerca europei, ai progetti comunitari, e, infine, agli studenti europei che scelgono il Regno Unito per completare i loro studi con un master o un dottorato. Che cosa accadrà di loro? Nessuno lo sa chiaramente. Il governo, guidato dalla fioca luce di madama Maggio, è avvolto in una nebbia imperscrutabile.

Come prevedibile, l’email della bibliotecaria ha stimolato delle reazioni. Diversi docenti hanno sottolineato l’importanza di far apprezzare agli studenti la diversità del mondo dell’informazione, che non è fatto solo di digitale e televisione. Altri hanno contestato, dati alla mano, l’onnivoro potere dell’online. Ne è nato un dibattito, un piccolo vero dibattito inter-disciplinare come è raro vedere nell’era delle università ripiegate sulle micro-specializzazioni. Passati alcuni giorni, il direttore della biblioteca ha scelto alcune delle osservazioni sollevate nelle email e ha risposto punto per punto, confermando la scelta già annunciata.

Una delle osservazioni a cui ha deciso di rispondere direttamente era mia, forse un po’ ingenua, ma tant’è. Se eliminiamo i giornali – mi chiedevo –  il prossimo, non così immaginario, passaggio, sarà disfarsi dei libri cartacei. Come sarà una biblioteca senza gli oggetti fisici che da sempre la definiscono? La risposta del bibliotecario mi ha spiazzato, ma non del tutto sorpreso. In parole povere ha detto: come ogni biblioteca nel mondo sviluppato, nel corso degli ultimi dieci anni abbiamo progressivamente ridotto i libri cartacei, rimpiazzati dalle versioni digitali. Oggi, la maggior parte del bilancio della biblioteca è assorbito dalle risorse digitali. Gli studenti sono soddisfatti, e questo ci fa pensare che stiamo facendo la cosa giusta.

Tutto chiaro e semplice, quindi? Non proprio. Pur di fronte all’inesorabile declino dei quotidiani su carta, il dibattito attorno alle pubblicazioni cartacee e digitali è aperto. E’ vero che i giornali accademici sono ormai quasi esclusivamente digitali, ma l’industria del libro manda segnali difformi, e la tanto discussa rivoluzione digitale che avrebbe dovuto soppiantare il libro cartaceo è di là da venire. Forse le università vogliono precorrere i tempi della scomparsa della carta. Il tutto per obbedire alla filosofia dei tagli, ovvero dell’austerità. Una filosofia che molti, ossequiosi all’illusivo credo tecno-liberista, vivono e interpretano come una legge. In questo senso, cosa che è probabilmente sfuggita ai sostenitori del Labour che hanno votato per uscire dalla UE, Brexit darà una spallata vigorosa verso ulteriori operazioni di taglia e scuci.

 “Brexit” è un termine che è entrato ufficialmente nel dizionario Oxford della lingua inglese nel dicembre 2016. L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è ancora da definire, ma il termine che la esprime si è rapidamente affermato come tra i più popolari nel paese d’Albione.  Brexilandia è un diario irregolare di vita quotidiana nel paese di Brexit. E’ una risposta indiretta e parziale a tutti quelli – parenti, amici, conoscenti – che mi chiedono “Cosa succede ora con Brexit?”

 

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